The Mist: nella nebbia di Darabont si nascondono…Romero, Carpenter e Shyamalan!

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The Mist è ossigeno. Ossigeno per il genere horror. Ossigeno per tutto il cinema.

Come tornare a respirare dopo essere finiti immersi nella nebbia.

In questi anni in cui uno dei generi più importanti della storia del cinema, l’horror, sembra sempre più inserito in contesti di cliché, convenzioni e di scarsa voglia di ragionarci sopra; un film come The Mist è davvero una boccata d’aria fresca necessaria. Un pò come The Descent (anche se qui siamo a livelli superiori) qualche anno fa.

Frank Darabont si conferma un bravissimo regista e dopo Le ali della libertà (uno degli esordi più importanti della storia) e Il miglio verde torna ad adattare Stephen King riuscendo anche in questo caso a non deludere assolutamente le aspettative.

Darabont coglie quello che è il vero spirito dell’horror, cioè il ragionare sul mondo di oggi e suoi suoi “orrori” reali. Se i film degli anni ’20 e della Universal anni ’30 nascevano da un immaginario collegato direttamente alla prima guerra mondiale, o ancora, se un regista come Romero per tutta la sua carriera ha fatto del cinema sociale (nel senso più corretto del termine), ora film come The Mist (e non molti altri) ragionano sull’esistenza dell’umanità negli anni che stiamo vivendo.

Il film di Darabont racconta, in un immaginario post-11 settembre, l’incapacità degli esseri umani di riuscire ad organizzarsi gli uni con gli altri per difendersi, in un momento in cui la quotidianità viene a spezzarsi. Ben presto capiamo, ad esempio, che il personaggio di Marcia Gay Harden è molto più pericoloso dei tentacoli che si nascondono nella nebbia fuori dal supermercato. I mostri sono dentro di noi, come lo sono sempre stati, e The Mist ce lo ricorda attualizzando questo concetto perfettamente.

In un’epoca nichilista e priva di speranza un film come The Mist risulta importantissimo e fondamentale per chi sa leggerne la capacità simbolico-metaforica (non per chi crede quindi che il genere horror sia solo un divertimento per depravati) che ci trasporta verso un finale meraviglioso (voluto dal regista, in King non è presente) che si va ad inserire in un’ipotetica classifica delle conclusioni più belle e significative del cinema degli ultimi anni. Una conclusione talmente incisiva e pessimistica da farci riflettere per giorni interi su quanto abbiamo visto.

Darabont nonostante non abbia fatto puro cinema teorico, come fa Rob Zombie, o cinema sociale, come fa Romero, ha capito che (al di là del linguaggio usato) c’è solo un filone che oggi (e forse da sempre) può fare del vero cinema politico: il genere horror.

 

Chimy

Voto Chimy: 3/4


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La nebbia, in The Mist, è come il buio della notte. Ma è il buio anche di giorno.

Con la nebbia la ridente cittadina di Castle Rock cade nel buio, e nel buio, si sa, non ci sono regole, può accadere di tutto, soprattutto nel buio di un film horror.

Nella nebbia (casualmente un po’ Silent Hill) di The Mist si nascondono mostri extra dimensionali (casualmente un po’ Half Life). I protagonisti si barricano in un supermercato, e come dalla migliore delle tradizioni, ci saranno degli scontri con la minaccia, che costeranno delle perdite. La prima delle quali, come dalla migliore delle tradizioni, è quella di un adolescente che si finge coraggioso. The Mist, in sostanza, è una delle migliori tradizioni di cinema horror, quella di Carpenter e Romero, quella dell’horror che riflette sul proprio presente.

Ma se vogliamo fare nomi, Darabont aggiunge un altro nome, Shyamalan. The Mist, infatti, è una profonda allegoria della società di oggi. Se la componente horror garantisce la minaccia esterna e l’ambientazione soffocante, la componente di riflessione sociale garantisce la minaccia più terribile, quella interna. Il supermercato, infatti, se contiene un gruppo che, come dalle migliori tradizioni, collabora per cercare di risolvere il problema, ne contiene un altro che si muove in direzione opposta.

La paura, infatti, è il miglior modo con cui reclutare adepti ad una religione. Il fanatismo di Mrs. Carmody, instabile predicatrice della furia del Signore, trova un terreno fertile per la ricerca di suoi seguaci. Dopo un passato di isolamento (è considerata da tutto il paese una pazza), trova un presente di comando. L’apocalisse che crede giunta è un momento che vorrebbe non finisse mai. Significativo il momento in cui l’insetto (che sappiamo capace di uccidere) la risparmia. Forse perché non si dimostra spaventata, oppure perché il male (rappresentato dall’insetto) percepisce nella sua figura un potenziale aiutante. Come vedremo, infatti, Mrs. Carmody diverrà una minaccia seria tanto quanto l’invasione extra dimensionale, e come tale verrà affrontata.

Dopo la fuga del gruppo “di eroi”, il film (fino ad allora costruito come dalla migliore delle tradizioni, ma una tradizione arricchita) si apre come un ventaglio. La narrazione e il ritmo, (egregiamente mantenuti dalla regia di Darabont, a cui è da attribuire il merito, davvero raro, soprattutto in un horror, di aver diretto due ore abbondanti senza cali, amministrando azione e tensione, dramma e calma), diventato emozioni di ghiaccio. Lo slancio in avanti che la pellicola segue fino alla fuga dei protagonisti, si pietrifica in un pessimismo acuto, di una forza stupefacente. Una musica evocativa, un ralenti funzionale, un finale di un coraggio e di una efficacia rara.

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Perché la nebbia, anche se si dirada, non porterà mai via con sé l’orrore nascosto dentro l’animo umano.

 

Para

Voto Para: 3/4