Sorprende «Locke», film-rivelazione con un grande Tom Hardy

 

 

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Un intero film con in scena un solo personaggio che parla al telefono: «Locke» è una vera e propria sfida, vinta a mani basse dal regista Steven Knight, ed è il titolo da non perdere tra le novità del weekend.

Decisamente più tradizionali sono invece le altre proposte: «Tracks» di John Curran e «Un fidanzato per mia moglie» di Davide Marengo.

 

Presentato fuori concorso alla Mostra di Venezia 2013 (dove è stato tra i titoli più apprezzati), «Locke» racconta, in tempo reale, 90 minuti della vita di Ivan Locke (Tom Hardy), padre di famiglia e onesto lavoratore che, alla vigilia di un importante impegno professionale, riceverà una telefonata inattesa.

Ambientato dal primo all’ultimo minuto nell’abitacolo di un’automobile, il film è un prodotto audace e suggestivo che, oltre ad affascinare per la sua originalità, fa riflettere sui concetti di bene e male, giustizia e moralità.

Alla sua seconda fatica dietro la macchina da presa (dopo «Redemption»), Steven Knight dimostra tutta la sua esperienza come sceneggiatore (suoi gli script di «Piccoli affari sporchi» di Stephen Frears e de «La promessa dell’assassino» di David Cronenberg), costruendo un copione in grado di scandire con maestria i tempi dell’azione, evitando cali di tensione e tempi morti.

Se il finale è toccante e commovente, il merito è anche della maestosa performance di Tom Hardy, intenso come non lo si vedeva da «Bronson» (2008) di Nicolas Winding Refn.

 

Sempre dall’ultima Mostra di Venezia arriva «Tracks» di John Curran, incentrato sul lungo viaggio intrapreso da Robin Davidson nel 1977.

La pellicola ricostruisce l’incredibile impresa – 2.700 chilometri percorsi nell’inospitale entroterra australiano, in compagnia di un cane e di quattro cammelli – descritta dalla stessa Davidson nel suo best seller dal titolo omonimo.

Sorta di (piccolo) «Into the Wild» al femminile, «Tracks» è una pellicola che fatica a coinvolgere lo spettatore come dovrebbe: il film si limita a mostrare le immagini da cartolina del paesaggio circostante e non riesce mai ad approfondire adeguatamente le motivazioni psicologiche della sua protagonista.

A differenza del personaggio in scena, John Curran è spesso indeciso su quale sia la giusta strada da prendere, se quella dell’avventuroso road movie di formazione o quella di un dramma esistenziale con al centro una solitudine come tante. Mia Wasikowska, nei panni della Davidson, riesce a non far affondare il film grazie alla sua notevole interpretazione.

 

Chimy

Voto Locke: 3/4

Voto Tracks: 2/4

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Torna Captain America e convince il doc su Hunter Thompson

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La primavera è la stagione dei supereroi: in attesa di «The Amazing Spider-Man 2», in uscita a fine aprile, questa settimana arriva nelle nostre sale «Captain America – The Winter Soldier», sequel del film uscito nel 2011 con protagonista il personaggio creato dalla penna di Jack Kirby e Joe Simon.
Il film più convincente del weekend è però il documentario «Politicamente scorretto», incentrato sullo scrittore Hunter S. Thompson, mentre deludono il biopic su Yves Saint Laurent firmato da Jalil Lespert e «In grazia di Dio» di Edoardo Winspeare.

Particolarmente atteso da fan grandi e piccini della Marvel, «Captain America – The Winter Soldier» si prepara a far suo il botteghino del weekend.
Due anni dopo gli eventi accaduti in «The Avengers», Steve Rogers (alias Captain America) dovrà scoprire chi ha messo in pericolo lo S.h.i.e.l.d. e il colonnello Nick Fury. Tra i suoi nuovi nemici, il più temibile è il misterioso Soldato d’inverno.
Diretto da Anthony e Joe Russo, che tornano a lavorare per il grande schermo dodici anni dopo «Welcome to Collinwood», «Captain America – The Winter Soldier» colpisce per il tasso adrenalinico delle sequenze d’azione e per gli straordinari effetti speciali in grado di sfruttare al meglio i 170 milioni di dollari di budget a disposizione.
Rispetto al fiacco precedente, «Captain America – Il primo vendicatore», si cerca di dare maggiore spessore narrativo e psicologico ai personaggi: nonostante gli evidenti sforzi non sempre il risultato è all’altezza, soprattutto in una prima parte dove la pellicola fatica enormemente a carburare e in una conclusione fin troppo prevedibile.
All’interno di un cast ricco di grandi nomi (da Scarlett Johansson a Samuel L. Jakcson) svetta Robert Redford nei panni dell’ambiguo Alexander Pierce.

Dopo l’ottimo «L’impostore», uscito la scorsa settimana, anche in questo weekend c’è spazio per un interessante documentario: «Politicamente scorretto – The Hunter S. Thompson’s Gonzo».
Firmato dal bravo Alex Gibney (uno dei più importanti documentaristi contemporanei, vincitore dell’Oscar nel 2008 per «Taxi to the Dark Side»), il film racconta vita, morte e “miracoli” di Hunter S. Thompson, scrittore e giornalista tra i più controversi e discussi del secolo scorso.
Amante dell’alcol e di svariati tipi di droghe, Thompson fu inventore di uno stile di scrittura irriverente, sfacciato e anarchico, che venne ribattezzato “Gonzo journalism”. Dai suoi lavori sono stati tratti film come «Paura e delirio a Las Vegas» di Terry Gilliam e «The Rum Diary» di Bruce Robinson.
Gibney lo ritrae (tramite interviste e testimonianze) in un documentario dalla struttura semplice e tradizionale: il fine è quello di lasciar giudicare al pubblico la carriera di un “artista” amato e odiato allo stesso tempo, come pochissimi altri nel corso del ‘900.

Poco convincente è invece «Yves Saint Laurent», un biopic sul grande stilista francese, diretto da Jalil Lespert. La pellicola si apre nel 1957 quando, alla morte di Christian Dior, il talentuoso ventunenne Yves Saint Laurent diventerà il capo di una delle più importanti case di moda del mondo.
Scelto come titolo inaugurale della sezione Panorama, il film racconta in maniera schematica il percorso, esistenziale e professionale, del protagonista, ponendo particolare attenzione al rapporto con il suo socio e compagno Pierre Bergé.
Arrivato al suo terzo lungometraggio, Lespert realizza un prodotto patinato e ricco di cliché che non riesce mai a coinvolgere come vorrebbe.
Tra gli attori meglio Guillaume Gallienne (Pierre Bergé) dell’insipido Pierre Niney (Yves Saint Laurent), incapace di tratteggiare adeguatamente le diverse sfumature del personaggio che è stato chiamato a interpretare.

Infine, una menzione negativa anche per «In grazia di Dio» di Edoardo Winspeare. Ambientato in Salento, il film racconta la vita di una famiglia che, a causa della crisi, si trova costretta a chiudere la propria impresa tessile per i troppi debiti e il rischio di bancarotta. Mentre l’unico fratello emigra in cerca di miglior fortuna, le due sorelle decidono di tornare dalla madre in campagna.
Se nelle prime battute «In grazia di Dio» propone una storia (credibile e quotidiana) di sofferenza e lotta contro l’attuale crisi economica, col passare dei minuti il film perde il focus, inserendo personaggi e situazioni decisamente ridondanti.
Winspeare ha talento, ma finisce per mettere troppa carne al fuoco e il suo lavoro risulta poco compiuto e ricco d’ingenuità narrative.
Una segnalazione positiva per l’attrice esordiente Celeste Casciaro che, nel ruolo di Adele, regge sulle proprie spalle buona parte della pellicola.

Chimy

Voto Captain America-The Winter Soldier: 2/4

Voto Politicamente scorretto: 2/4

Voto Yves Saint Laurent: 1,5/4

Voto In grazia di Dio: 1,5/4

Incantevole «Ida». «Lei» di Spike Jonze convince a metà

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Un weekend per tutti i gusti: dall’elegante film d’autore «Ida» alla drammatica storia vera di «Prossima fermata: Fruitvale Station», passando il sentimentale «Lei» e l’animazione di «Mr. Peabody e Sherman». Nelle nostre sale, in questo fine settimana, arrivano pellicole molto diverse l’una dall’altra che daranno al pubblico un’ampia possibilità di scelta.

 

Per i cinefili è assolutamente imperdibile «Ida» di Pawel Pawlikowski, il titolo più importante e significativo del weekend.

Ambientato nella Polonia degli anni Sessanta, il film ha per protagonista una giovane novizia, rimasta orfana in tenera età. Prima di prendere i voti, viene mandata a Varsavia a conoscere sua zia: grazie a quest’ultima scoprirà diversi segreti del suo passato e di quello dei suoi genitori, scomparsi durante la seconda guerra mondiale.

Vincitore del Festival di Londra e del premio della critica all’ultimo Festival di Toronto, «Ida» è una pellicola di grande eleganza formale, contrassegnata da una splendida fotografia in bianco e nero e da un’accurata selezione di brani di musica classica nella colonna sonora.

Se l’apparato visivo è di altissimo livello, altrettanto rilevante è il tema della ricerca delle origini della protagonista, che si trasforma in un’esplorazione della storia recente della Polonia, dal momento più difficile (la guerra) ai tentativi di provare a costruirsi una nuova identità. Ottima performance dell’attrice esordiente Agata Trzebuchowska che, nei panni della protagonista, riesce a dare un ulteriore valore aggiunto a uno dei film più toccanti e poetici visti sul grande schermo negli ultimi tempi.

 

Film altrettanto impegnato è «Prossima fermata: Fruitvale Station» di Ryan Coogler. Il regista esordiente ha scelto di raccontare un tragico evento, avvenuto a San Francisco nella sera di Capodanno del 2009: alla fermata di Fruitvale Station il ventiduenne Oscar Grant viene ammanettato e ucciso, nonostante fosse disarmato, da un agente della polizia locale.

Vincitore del Sundance Film Festival 2013, «Prossima fermata: Fruitvale Station» è un film indipendente, duro e crudo, che si apre con le immagini reali dell’omicidio, filmate da un telefonino, per poi passare alla messa in scena di Coogler, che si focalizza sull’ultimo giorno di vita di Grant, sui suoi rapporti familiari e sulle sue difficoltà nel trovare un lavoro onesto.

Ne risulta un’importante opera di denuncia, realizzata con grande rigore formale, seppur non sempre coinvolgente al punto giusto.

Il giovane regista dimostra già discreto talento, pur incappando in alcune scelte grossolane (in primis, la macrovisualizzazione dello schermo del cellulare del protagonista) che non permettono al film di elevarsi quanto avrebbe potuto.

 

Convince a metà anche «Lei», il nuovo attesissimo film di Spike Jonze con Joaquin Phoenix. L’attore interpreta Theodore, che scrive lettere d’amore per lavoro ma non riesce a superare la separazione dalla sua ex compagna Catherine. Quando una nuova generazione di sistemi operativi arriverà sul mercato, Theodore incomincerà a sviluppare con uno di essi una relazione particolarmente intima.

Presentato in concorso all’ultimo Festival di Roma, «Lei» è un’interessante riflessione sulla solitudine dell’uomo contemporaneo, sul suo rapporto con la tecnologia e con l’universo virtuale.

Vincitore dell’Oscar per la miglior sceneggiatura, il film ha un soggetto forte e affascinante che funziona però soltanto nella prima parte. Eccessivamente lungo e ridondante, «Lei» conferma i limiti del regista Spike Jonze che, pur baciato da un più che discreto talento, non riesce mai a costruire pellicole pienamente compiute.  

Buona interpretazione di Phoenix, mentre la voce del sistema operativo è di Micaela Ramazzotti (in originale Scarlett Johansson, premiata a Roma nonostante non sia mai in scena).

 

Soffre degli stessi difetti «Mr. Peabody e Sherman», film d’animazione pensato per i più piccoli e diretto da Rob Minkoff. Prodotto dalla Dreamworks Animation, è ispirato ai due personaggi della serie anni ’60 «L’improbabile storia di Peabody»: un cane straordinariamente intelligente (Mr. Peabody), che ha inventato una moderna macchina del tempo, e un bambino (Sherman) curioso di imparare e di esplorare.

Spettacolare e ben realizzato, il film soffre però di una trama che scopre (tutte) le sue carte troppo presto, rischiando così di risultare troppo scontato col passare dei minuti.

Lo scorso anno, con «I Croods», la Dreamworks aveva creato un prodotto ben più originale e divertente.

 

Infine, una menzione per «Need for Speed», lungometraggio ispirato alla note serie di videogiochi automobilistici.

Diretto dall’ex stuntman Scott Waugh, «Need for Speed» propone una trama elementare e priva di qualsiasi tipo di sorpresa, in cui gli unici protagonisti sono i motori.

Inseguimenti mozzafiato e automobili truccate caratterizzano un prodotto onesto, privo di grandi pretese, e pensato unicamente per gli amanti dell’altissima velocità.

 

Chimy

Voto Ida: 3/4

Voto Prossima fermata: Fruitvale Station: 2,5/4

Voto Lei: 2/4

Voto Mr. Peabody e Sherman: 2/4

Voto Need for Speed: 2/4

Spettacolare «Snowpiercer». Delude «La bella e la bestia»

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L’apocalisse secondo Bong Joon-ho: il film più importante e atteso del weekend è «Snowpiercer», una storia fantascientifica e spettacolare diretta dal grande regista sudcoreano. Tra le altre nuove uscite, convince a metà «TIR» di Alberto Fasulo e delude, senza possibilità d’appello, «La bella e la bestia» di Christophe Gans.

 

Ispirato a una serie a fumetti, scritta dai francesi Benjamin Legrand e Jacques Lob, «Snowpiercer» è ambientato nel 2031, in una nuova Era Glaciale che dura ormai da 17 anni. Gli unici sopravvissuti viaggiano a bordo di un gigantesco treno rompighiaccio che attraversa perpetuamente il globo.

Presentato fuori concorso all’ultimo Festival di Roma, il film è una potente e visionaria metafora dell’esistenza umana, ricca di riferimenti filosofici e religiosi: il treno, un ecosistema chiuso dove ognuno svolge la propria parte per il sostentamento complessivo, è infatti una nuova arca di Noè, divisa per classi sociali, dalla testa alla coda.

Nonostante il soggetto post-apocalittico e gli ottimi effetti speciali, «Snowpiercer» è molto più che un semplice film di fantascienza: così come nei precedenti lavori del regista, la trama è utilizzata solo come un pretesto per realizzare una profonda riflessione socio-politica sulla natura degli esseri umani.

Per la prima volta al lavoro in una co-produzione internazionale, Bong Joon-ho (autore di film fondamentali come «The Host» e «Mother») dimostra nuovamente il suo innato talento grazie a una messa in scena elegante e priva di cali per l’intera durata della pellicola.

Cast all-star in splendida forma: dall’inglese Tilda Swinton all’americano Chris Evans, fino al sudcoreano Song Kang-ho.

 

Dal Festival di Roma 2013 arriva anche «TIR» di Alberto Fasulo, vincitore del premio più importante della kermesse capitolina: il prestigioso Marc’Aurelio d’Oro.

Protagonista è Branko, un ex insegnante di nazionalità croata che, da pochi mesi, lavora come camionista per una ditta di trasporti italiana. Ora guadagna tre volte tanto rispetto al suo stipendio precedente ma, in cambio, il prezzo da pagare è quello di rimanere a lungo lontano dai propri cari.

Il regista Alberto Fasulo si è documentato per anni sulla vita dei camionisti, riuscendo così a realizzare un prodotto (di finzione) credibile e pienamente realistico.

Se le intenzioni sono interessanti e comprensibili, meno convincente è la scelta del regista di farne un prodotto “per pochi”, costruito su sequenze interminabili e non sempre necessarie che metteranno a dura prova anche lo spettatore più paziente.

 

Infine, una menzione negativa per la nuova versione cinematografica de «La bella e la bestia» firmata dal francese Christophe Gans. Protagonisti di questo ennesimo adattamento per il grande schermo della celebre fiaba (tra le trasposizioni più note ricordiamo quelle di Jean Cocteau e di Walt Disney) sono Léa Seydoux e Vincent Cassel.

A otto anni di distanza da «Silent Hill», Gans torna dietro la macchina da presa per dirigere un film fiacco, superficiale e che rischia spesso di cadere nel ridicolo involontario.

Poche trovate scenografiche non riescono a dare un senso a questo nuovo «La bella e la bestia», film patinato e privo di spessore, di cui si poteva fare tranquillamente a meno.

 

Chimy

 

Voto Snowpiercer: 3/4

Voto TIR: 2/4

Voto La bella e la bestia: 1,5/4

 

Emoziona «12 anni schiavo» di Steve McQueen e scuote «The Square» di Jehane Noujaim

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Profumo di Oscar nelle sale italiane: tra le uscite della settimana svetta «12 anni schiavo» che, forte di 9 nomination, è uno dei grandi favoriti nella corsa ai prossimi Academy Awards. In lizza per le prestigiose statuette anche lo sconvolgente documentario «The Square», diretto dall’egiziana Jehane Noujaim. In seconda fila, da segnalare due commedie: «Saving Mr. Banks» di John Lee Hancock e «The Lego Movie» di Phil Lord e Christopher Miller.

Indubbiamente, il film più atteso e importante è «12 anni schiavo» di Steve McQueen.
Tratta da una storia vera, la pellicola è ispirata alle memorie di Solomon Northup, uomo di colore nato libero e successivamente ridotto in schiavitù negli Stati Uniti di metà ‘800.
Vincitore del Golden Globe per il miglior lungometraggio drammatico, «12 anni schiavo» è un film che dimostra ancora una volta lo straordinario talento di Steve McQueen, regista dallo stile elegante e sofisticato, in grado di orchestrare con grande maestria le immagini, il montaggio e la colonna sonora.

 

Dopo «Hunger» (2008) e «Shame» (2011), McQueen, alla sua terza prova, si conferma un regista infallibile e coerente con gli argomenti che ha portato avanti nelle sue due opere precedenti: il tema della prigionia, reale o metaforica che sia, in primis.

Qualche calo nella seconda parte non intacca la visione di una pellicola emozionante e commovente, che regala allo spettatore alcuni momenti memorabili e di rara durezza, a partire dal lungo pianosequenza in cui la schiava di una piantagione viene brutalmente frustata dal suo padrone interpretato da Michael Fassbender.

All’interno di un cast in gran forma (da Fassbender a Paul Giamatti), svetta l’intensa performance del protagonista Chiwetel Ejiofor, che potrebbe portarlo a conquistare la statuetta più prestigiosa di Hollywood.

Altrettanto significativo è «The Square» della regista Jehane Noujaim, documentario sulla lotta del popolo egiziano contro il dittatore Mubarak. Il film si apre nel gennaio 2011, quando cristiani e musulmani affollano la piazza Tahrir della capitale: quel luogo diventerà il cuore della rivolta, lo spazio di una speranza condivisa che ha come unico obiettivo il raggiungimento della democrazia

Candidato all’Oscar di categoria, «The Square» è il racconto struggente dei sogni di un’intera nazione, tra illusioni utopistiche e desideri di cambiamento.
Jehane Noujaim, documentarista molto amata negli Stati Uniti, non si limita a far sentire la voce della gente intervistata (da un giovane sognatore a un attore di grande fama) ma riesce anche a costruire un importante documento cinematografico, realizzato con grande cura formale e valorizzato da interessanti soluzioni estetiche. Dopo «The Unknown Known» di Errol Morris, uscito in Italia a gennaio, un altro fondamentale esempio di cinema della realtà: semplicemente da non perdere.

Toni più leggeri sono quelli di «Saving Mr. Banks» di John Lee Hancock.
Ambientata nei primi anni ’60, la pellicola racconta la storia (vera) di come Walt Disney sia riuscito a convincere Pamela Lyndon Travers a cedergli i diritti del suo romanzo più famoso: Mary Poppins.
Nominato agli Oscar per la miglior colonna sonora, è un film che non convince fino in fondo: troppe le scelte forzate e ricattatorie, in particolare nei continui flashback che riguardano l’infanzia dell’autrice australiana.
Decisamente meglio, le fitte e divertenti discussioni tra i due protagonisti, ben interpretati da Tom Hanks e Emma Thompson.
Infine, per i più piccoli da segnalare «The Lego Movie» di Phil Lord e Christopher Miller.
Il film d’animazione digitale segue le avventure di Emmet, un ordinario pupazzino Lego che viene, erroneamente, scambiato per una figura dai poteri sconvolgenti e in grado di salvare il mondo.

Reduci dai successi di «Piovono polpette» e «21 Jump Street», i due registi si sono cimentati in un prodotto ancor più bizzarro e sopra le righe, pensato per tutta la famiglia.
Privo di grandi pretese, «The Lego Movie» è comunque un prodotto originale, divertente e ricco di trovate interessanti, valorizzato da un 3d in grado di accrescerne la spettacolarità e la carica surreale.

Chimy

Voto 12 anni schiavo: 3/4

Voto The Square: 3/4

Voto Saving Mr. Banks: 2/4

Voto The Lego Movie: 2,5/4

Martin Scorsese e Leonardo DiCaprio in grande forma: «The Wolf of Wall Street» diverte e convince

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Il mondo della finanza secondo Martin Scorsese: il grande regista americano si conferma uno dei più importanti autori del cinema contemporaneo con «The Wolf of Wall Street», l’unico titolo imperdibile di un weekend complessivamente sottotono, a partire dal deludente «Last Vegas» di Jon Turteltaub.
Per la quinta volta in carriera, Scorsese sceglie Leonardo DiCaprio come protagonista di una sua pellicola: l’attore interpreta Jordan Belfort, un avido e truffaldino broker di Long Island, che negli anni ’90 guadagnò cifre straordinarie prima di venire incriminato e finire in prigione per ventidue mesi.

Il film ne racconta ascesa e declino, ispirandosi alla sua omonima autobiografia.
Candidato a cinque premi Oscar (tra cui spiccano le nomination come miglior film, miglior regista e miglior attore protagonista), «The Wolf of Wall Street» è uno spietato ritratto degli Stati Uniti di ieri e di oggi, disposti a tutto pur di imporsi sugli altri e “guadagnarsi” soldi, droga, donne e successo.

Il film, che ricorda diversi titoli scorsesiani degli anni ’90 come «Quei bravi ragazzi» e «Casinò», colpisce per il suo ritmo forsennato – praticamente senza cali, nonostante i 180 minuti di durata – e sorprende per il suo lato comico: «The Wolf of Wall Street» è infatti una pellicola straordinariamente divertente, come dimostra l’irresistibile sequenza in cui Belfort e il suo braccio destro Donnie Azoff sono sotto l’effetto del Quaalude, una potente droga con azione ipnotica e sedativa.

Se la confezione è ottima, dalla fotografia alla colonna sonora, altrettanto rilevanti sono le interpretazioni di un cast in gran forma: Leonardo DiCaprio, giustamente sopra le righe, regala una delle migliori performance della sua carriera, ma non da meno sono due splendidi comprimari come Jonah Hill, candidato agli Oscar come miglior non protagonista, e Matthew McConaughey, in grado di catalizzare tutte le attenzioni nei pochi minuti in cui è in scena.

Diverte molto meno, nonostante sia una commedia a tutti gli effetti, l’atteso «Last Vegas» di Jon Turteltaub con protagonista un quartetto di volti noti: Robert De Niro, Kevin Kline, Michael Douglas e Morgan Freeman nei panni di quattro amici di vecchia data.

In occasione dell’addio al celibato di uno di loro (Douglas), decidono di partire per Las Vegas con il proposito di divertirsi e rivivere i giorni di gloria del passato: la “città del peccato” si rivelerà però molto diversa da come se la ricordavano.
Pensato come una sorta di «Una notte da leoni» della terza età, «Last Vegas» è un prodotto gradevole ma poco rischioso, che si affida eccessivamente ai tipici cliché del genere.
Scelto come titolo d’apertura del Torino Film Festival 2013, il film riesce a strappare ben pochi sorrisi a causa di una sceneggiatura grossolana e sempre più scontata con il passare dei minuti.

Turteltaub, con poca personalità, si limita a lasciare spazio ai suoi quattro interpreti, tutti mediamente discreti e non troppo convinti del progetto a cui hanno preso parte.
Infine, una menzione negativa anche per «I, Frankenstein» di Stuart Beattie: una sorta di seguito del romanzo di Mary Shelley, del tutto trascurabile sia per il pacchiano apparato visivo, sia per la sconclusionata struttura narrativa.

 

Chimy

Voto The Wolf of Wall Street: 3/4

Voto Last Vegas: 1,5/4

«Nebraska» emoziona e diverte. «The Counselor» convince a metà

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Il meglio e il peggio del cinema americano: in questo ricchissimo weekend, escono nelle nostre sale ben cinque pellicole a stelle e strisce, molto diverse l’una dall’altra per tematiche e risultati ottenuti.

Dall’ottimo «Nebraska» al buon «The Unknown Known» si passa ai discreti «C’era una volta a New York» e «The Counselor» fino a scendere al pessimo «Lo sguardo di Satana-Carrie», indubbiamente la pecora nera delle nuove uscite.

 

Direttamente dal concorso del Festival di Cannes 2013, dove è stato tra i titoli più apprezzati, arriva «Nebraska» di Alexander Payne con protagonista Bruce Dern.

L’attore interpreta Woody, un uomo anziano del Montana con un debole per la bottiglia, che riceve una lettera promozionale in cui gli viene comunicato di aver vinto un milione di dollari. Sicuro della sua fortuna, Woody insiste nel volersi recare a Lincoln, in Nebraska, per reclamare quanto gli spetta: il figlio David lo accompagnerà in quel viaggio all’apparenza ridicolo e senza scopo.Dopo i buoni esiti dei suoi precedenti lavori (da «Election» a «Paradiso amaro»), Alexander Payne si conferma regista affidabile e talentuoso.

Mescolando bravura e furbizia, Payne sa esattamente come bilanciare gli ingredienti delle sue creazioni e come coinvolgere lo spettatore rendendo il suo lavoro divertente, emozionante e commovente al tempo stesso. «Nebraska» è un film praticamente impeccabile che, grazie anche alla fotografia in bianco e nero di Phedon Papamichael, riesce a risultare allo stesso tempo attuale e nostalgico.

Grandiosa performance di Bruce Dern, meritatamente premiato a Cannes con la Palma d’Oro come miglior attore.

 

Una vera e propria lezione di storia contemporanea è il bel documentario «The Unknown Known» di Errol Morris, presentato in concorso all’ultima Mostra di Venezia.

L’intero film è un’intervista fatta da Morris (premio Oscar nel 2004 per «The Fog of War») all’ex segretario della difesa statunitense Donald Rumsfeld, in cui viene ripercorsa tutta la sua storia politica.

Se dal punto di vista estetico il film è piuttosto tradizionale, quello che colpisce è la delicata sfida verbale tra intervistatore e intervistato, in cui si fatica a capire chi stia manipolando chi. «The Unknown Known» è così un lungo viaggio negli ultimi quarant’anni di storia americana, raccontati da uno dei suoi (spesso più inquietanti) protagonisti. Da vedere.

 

Meno efficace del solito è, invece, il bravo James Gray che con «C’era una volta a New York» non riesce a raggiungere l’alto livello delle sue pellicole precedenti («Two Lovers» in primis).

Ambientato nella New York dei primi anni ’20, il film ha per protagonista Ewa, una ragazza polacca che, insieme alla sorella Magda, decide di emigrare negli Stati Uniti in cerca di fortuna. Arrivate a Ellis Island, le due saranno costrette a separarsi: Ewa finirà tra le grinfie di Bruno Weiss, un uomo senza scrupoli che la costringerà a prostituirsi per potersi mantenere.

Grazie alla sua grande eleganza formale (splendida l’immagine finale), Gray cerca faticosamente di nascondere i difetti di una sceneggiatura banale e fin troppo melensa: in buona parte ci riesce ma non tutti i passaggi a vuoto della scrittura si riescono a coprire con la confezione. Bravi Marion Cotillard (Ewa) e Joaquin Phoenix (Bruno Weiss), decisamente meno Jeremy Renner nei panni di un mago che cerca di aiutare la protagonista.

 

Convince a metà anche «The Counselor», diretto da Ridley Scott e scritto da Cormac McCarthy, alla prima prova come sceneggiatore per il grande schermo.

La mano del grande romanziere si sente più nei dialoghi, taglienti ed efficaci, che in un soggetto narrativo poco originale, in cui un avvocato di successo (interpretato da Michael Fassbender) decide, per avidità e presunzione, di entrare nel mondo del traffico di droga.

Seppur l’intera operazione appaia eccessivamente fine a se stessa, Ridley Scott dimostra di avere ancora buone idee registiche e il risultato è, pur con diversi difetti, uno dei suoi film più riusciti degli ultimi anni.

Tra i tanti attori importanti in scena (da Fassbender ad Javier Bardem, passando per Penélope Cruz e Brad Pitt), la migliore è Cameron Diaz in versione dark lady.

 

Infine, una menzione pienamente negativa per «Lo sguardo di Satana-Carrie» di Kimberly Peirce, tratto dal romanzo di Stephen King che era già stato adattato da Brian De Palma nel 1976.

Incapace di trasporre adeguatamente la vicenda ai giorni nostri, il film risulta insignificante, superficiale e persino noioso. Più che un remake, sembra una parodia involontaria della pellicola originale.

Praticamente niente funziona come dovrebbe, comprese le interpretazioni, spaesate e sottotono, di Chloë Moretz (la giovane Carrie) e Julianne Moore (la madre Margaret).

 

Chimy

Voto Nebraska: 3/4

Voto The Unknown Known: 3/4

Voto C’era una volta a New York: 2,5/4

Voto The Counselor: 2,5/4

Voto Lo sguardo di Satana-Carrie: 1/4

Christian Bale e Amy Adams i migliori di «American Hustle». Delude «The Butler»

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Il nuovo anno sul grande schermo si apre sotto il segno di David O.Russell, Christian Bale, Amy Adams e Jennifer Lawrence, rispettivamente regista e interpreti di «American Hustle», il film più atteso e importante del weekend in sala. Deludono, senza possibilità di appello, gli altri titoli in uscita: «The Butler» di Lee Daniels e «Un boss in salotto» di Luca Miniero.

Forte di sette nomination ai Golden Globe, «American Hustle» si propone a buon diritto tra i grandi favoriti nella corsa ai prossimi premi Oscar.

Ispirato a eventi reali, il film è incentrato sull’operazione Abscam, voluta dall’Fbi alla fine degli anni ’70 per indagare su alcuni membri del congresso degli Stati Uniti: Irving Rosenfeld, noto truffatore finanziario, si trovò costretto, insieme alla sua compagna, a collaborare fianco a fianco con l’agente federale Richie DiMaso.

Presentato in anteprima al Dubai International Film Festival, «American Hustle» conferma pregi e difetti del cinema di David O.Russell: a una regia solida e ben strutturata si affianca una sceneggiatura altalenante (scritta a quattro mani con Eric Singer), dove i passaggi a vuoto sono superiori ai momenti da ricordare.

Anche a causa dei toni leggeri, il film si trasforma presto in una commedia degli equivoci e in un divertissement che non può ambire a sviluppare una riflessione storica sul periodo di riferimento.

Ottima performance di Christian Bale e Amy Adams (entrambi intensi dal primo all’ultimo minuto nei panni di Irving Rosenfeld e della sua compagna) che dovrebbero dare qualche consiglio professionale all’inconsistente Bradley Cooper (Richie DiMaso).

 

Una storia vera è anche quella ripresa da «The Butler», ultima pellicola di Lee Daniels con protagonista Forest Whitaker.

L’attore interpreta Eugene Allen (nel film il nome è stato modificato in Cecil Gaines), maggiordomo di colore che ha lavorato alla Casa Bianca per più di trent’anni, dal 1952 al 1986, prestando servizio per otto diversi presidenti, da Harry Truman a Ronald Reagan.

Dopo il sopravvalutato «Precious» (2009) e il mediocre «The Paperboy» (2012), Lee Daniels dimostra nuovamente tutti i suoi limiti registici, non riuscendo ad amalgamare nel modo giusto i tanti ingredienti a disposizione.

«The Butler» manca infatti dell’adeguato respiro storico che si richiede a una pellicola di questo tipo: il film si concentra sulla vicenda del protagonista, nato in una piantagione di cotone, risultando superficiale e pressappochista dal punto di vista sociale e politico.

La messinscena di Daniels (s)cade spesso nella facile retorica e nemmeno il pur bravo Forest Whitaker riesce ad alzare il livello di un copione didascalico e monocorde.

 

Non fa di meglio Luca Miniero con «Un boss in salotto», con cui si augura di ripetere il successo al botteghino di «Benvenuti al nord» e «Benvenuti al sud».

Protagonista è Cristina, una donna raffinata e pignola, che nasconde la sua origine napoletana e vive con la sua famiglia “perfetta” in un piccolo centro del Nord Italia. Quando un giorno viene convocata in questura, scopre che suo fratello Ciro, implicato in un processo di camorra, ha chiesto di poter trascorrere gli arresti domiciliari da lei: costretta ad accettare, Cristina cercherà faticosamente di mettere ordine nella nuova situazione familiare.

Aperto da alcune interessanti soluzione registiche, «Un boss in salotto» perde molto presto lo slancio iniziale diventando sempre più scontato e insapore col passare dei minuti.

Il copione è certamente più delicato e meno volgare rispetto alla media delle commedie italiane uscite durante le feste, ma non può bastare a rendere convincente un film grossolano, che si accontenta di battute poco divertenti e di colpi di scena più che prevedibili.

In un cast decisamente sottotono (da Rocco Papaleo, nella parte di Ciro, a Luca Argentero in quella del marito di Cristina), l’unica prova attoriale davvero credibile è quella di Paola Cortellesi nei panni di Cristina.

 

Chimy

Voto American Hustle: 1,5/4

Voto The Butler: 1,5/4

Voto Un boss in salotto: 1/4

Il nuovo Lo Hobbit e tanto cinema d’autore

Articolo già pubblicato su IlSole24Ore

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Riflettori puntati su «La desolazione di Smaug»: in uscita nelle nostre sale l’attesissimo e convincente secondo capitolo della trilogia de «Lo Hobbit», diretta da Peter Jackson.

Per il trono al botteghino dovrà però vedersela con la debolissima commedia «Un fantastico via vai» di Leonardo Pieraccioni, mentre per gli amanti del cinema d’autore sono da segnalare «Molière in bicicletta» di Philippe Le Guay e «Still Life» di Uberto Pasolini.

 

Se con «Un viaggio inaspettato», arrivato sul grande schermo esattamente un anno fa, Peter Jackson aveva fatto storcere il naso alla maggior parte dei fan di J.R.R.Tolkien, in particolare per una prima parte troppo macchinosa, con «La desolazione di Smaug» ritrova quella verve creativa che aveva mostrato nella trilogia de «Il signore degli anelli».

Il film si apre esattamente dove era terminato il precedente capitolo: Bilbo Baggins è in viaggio con il mago Gandalf e tredici Nani, decisi a riconquistare la Montagna Solitaria e il perduto Regno dei Nani di Erebor. Sulla loro strada il temibile Drago Smaug.

Scorrevole e quasi del tutto privo di tempi morti, «La desolazione di Smaug» è un prodotto spettacolare e divertente che sfrutta al meglio il ricco budget a disposizione (oltre 200 milioni di dollari) per creare una magnifica esperienza visiva.

Saggiamente, nonostante le tante critiche dei puristi del testo di partenza, Jackson inserisce diversi spunti narrativi inediti che giovano a una struttura drammaturgica che parte piano ma cresce sempre più col passare dei minuti.

Il vero valore aggiunto è però proprio il Drago Smaug, affascinante antagonista “interpretato” (non solo con la voce, ma anche con movimenti trasposti digitalmente) da Benedict Cumberbatch.

 

Toni più intimi sono quelli di «Molière in bicicletta» del francese Philippe Le Guay.

Protagonista è Serge che ha interrotto la carriera d’attore per ritirarsi in una casetta sull’Île de Ré, dove vive come un eremita. Tenterà di porre fine al suo isolamento l’amico e collega Gauthier, che gli propone di recitare insieme a teatro «Il misantropo» di Molière.

Presentato fuori concorso al Torino Film Festival 2013, «Molière in bicicletta» è una commedia gradevole e fin troppo ambiziosa.

L’opera si mescola con la vita, i due attori si contendono il ruolo principale e l’affetto di una ragazza italiana di nome Francesca: la sceneggiatura e gli ottimi dialoghi funzionano più della messinscena di Le Guay, scolastica e piuttosto insipida.

Bravi come sempre i due interpreti principali, Fabrice Luchini (Serge) e Lambert Wilson (Gauthier).

 

Ancor più significativa è però la performance di Eddie Marsan in «Still Life» di Uberto Pasolini.

L’attore inglese veste i panni di John May, un impiegato comunale addetto alla ricerca dei parenti di persone morte in solitudine. Quando il suo reparto viene ridimensionato a causa della crisi economica, John dedicherà tutti i suoi sforzi a un ultimo caso.

Dopo aver esordito dietro la macchina da presa con «Machan» nel 2007, Uberto Pasolini dimostra grande maturità con un’opera seconda intensa e coinvolgente.

Vincitore del premio come miglior regista della sezione Orizzonti dell’ultima Mostra di Venezia, Pasolini, autore romano che ha costruito la sua carriera in Inghilterra, con «Still Life» ha realizzato un film originale ed emozionante grazie anche al supporto di un cast in ottima forma, Marsan in primis.

Peccato soltanto per un finale non all’altezza del resto della pellicola.

 

Infine, una menzione negativa per «Un fantastico via vai», diretto e interpretato da Leonardo Pieraccioni.

Il regista toscano, qui nei panni di un padre di famiglia cinquantenne finito a vivere in una casa di studenti, si dimostra sempre più ripetitivo e privo di idee interessanti.

Pochissime risate e tanta noia per un film scontato in cui Pieraccioni arriva persino ad autocitarsi, riprendendo una delle sequenze cult del suo esordio «I laureati» del 1995.

 

Chimy

Voto Lo Hobbit-La desolazione di Smaug: 2,5/4

Voto Molière in bicicletta: 2/4

«Blue Jasmine» di Woody Allen diverte ed emoziona. Delude Spike Lee

Articolo già pubblicato su IlSole24Ore

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Il grande ritorno di Woody Allen: dopo diversi passi falsi, da «Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni» a «To Rome With Love», il regista newyorkese ritrova la forma migliore con «Blue Jasmine», il film più importante in uscita questo weekend.
In seconda fila, convincenti pur con meno entusiasmo, si schierano «Dietro i candelabri» di Steven Soderbergh e «Stop the Pounding Heart» di Roberto Minervini; mentre il titolo di pecora nera della settimana va a «Oldboy» di Spike Lee.

Dopo un tour europeo che ha toccato città come Londra, Roma, Barcellona e Parigi, Woody Allen torna negli Stati Uniti e realizza il suo miglior film dai tempi di «Match Point» (2005).
Protagonista è Jasmine (Cate Blanchett), una donna elegante e amante della vita mondana newyorkese, che, in seguito a una crisi di nervi, decide di trasferirsi a San Francisco nel modesto appartamento della sorella Ginger (Sally Hawkins). Cercherà di dare un nuovo senso alla propria esistenza dopo aver scoperto che suo marito Hal (Alec Baldwin), un ricco uomo d’affari ora in prigione per truffa, la tradiva con diverse altre donne.
L’ultima pellicola di Woody Allen è una profonda riflessione sull’America di oggi, sulla crisi economica e sullo scontro tra due opposte mentalità che, simbolicamente, si riflettono nelle città di New York e di San Francisco.
Se la regia appare più raffinata rispetto agli ultimi lavori dell’autore, ancor più rilevante è la sceneggiatura, ricca allo stesso tempo di sarcasmo e grande spessore psicologico, perfettamente equilibrata tra il presente e il passato del personaggio di Jasmine.
Una menzione a parte per la straordinaria performance di Cate Blanchett, solida e credibile dal primo all’ultimo minuto, che si meriterebbe una nomination ai prossimi premi Oscar.

 

Altro film particolarmente atteso è «Dietro i candelabri», diretto da Steven Soderbergh e incentrato sulla vita di Liberace, celebre pianista statunitense nato a Milwaukee nel 1919 e morto a Palm Springs nel 1987. Prodotta dalla televisiva Hbo, la pellicola ruota attorno alla relazione sentimentale, nata nella seconda metà degli anni ’70, tra l’artista e Scott Thornson, un aspirante veterinario molto più giovane di lui.
Seppur sia ispirato alle memorie dell’artista, «Dietro i candelabri», più che un semplice biopic, è una rappresentazione dello stile di vita di Liberace, della sua passione per il kitsch e del passaggio dalla grande popolarità al declino artistico, simboleggiato dalla minaccia dell’Aids.
Attraverso uno stile rigoroso, Soderbergh costruisce una pellicola riuscita ed efficace che manca però di quei guizzi che l’avrebbero resa ancor più emozionante.
Ottimi i due protagonisti, Michael Douglas e Matt Damon, intensi come non si vedevano da diverso tempo.

Dopo la presentazione al Torino Film Festival, arriva nelle sale «Stop the Pounding Heart», ultimo capitolo della trilogia texana di Roberto Minervini, iniziata con «The Passage» e proseguita con «Low Tide». L’autore marchigiano, ormai da diversi anni trapiantato negli Stati Uniti, racconta la vita di una famiglia di allevatori di pecore, ponendo particolare attenzione su Sara, ragazza cresciuta seguendo i precetti della Bibbia e il rigido insegnamento dei genitori.
Minervini si conferma regista di talento, grazie a una messinscena documentaristica che trasmette tutta la veridicità della vicenda mostrata. Mentre la conclusione è incisiva e toccante, rimane il rimpianto per una prima parte che fatica troppo a carburare, girando a vuoto come la maggior parte dei personaggi in scena.

Infine, una segnalazione negativa per «Oldboy» di Spike Lee, remake dell’omonimo cult movie del 2003 diretto dal sudcoreano Park Chan-wook.
Josh Brolin veste i panni di Joe Ducett, un uomo che viene improvvisamente rapito e tenuto prigioniero in isolamento per vent’anni. Una volta libero avrà un solo pensiero in testa: la vendetta.
Lee cerca in tutti i modi di dare un senso all’operazione percorrendo strade diverse rispetto al film originale, ma finisce presto per incartarsi anche a causa di una sceneggiatura altalenante. Gli unici momenti davvero riusciti sono l’incipit e la conclusione, in mezzo troppi i passaggi narrativi frettolosi e le scelte stilistiche azzardate.
Brolin non demerita seppur non riesca a reggere il confronto con il protagonista della pellicola sudcoreana, Choi Min-sik.

 

Chimy

Voto Blue Jasmine: 3/4

Voto Dietro i candelabri: 2,5/4

Voto Stop the Pounding Heart: 2/4

Voto Oldboy: 2/4