Watchmen: teorie d'adattamento…

La recensione del Para sul film la trovate qui su Paper Street

La (lunga) recensione di Chimy:

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Oggetto strano questo Watchmen di Zach Snyder, ambiguo e difficilmente definibile in breve. Più adatto ad un lavoro saggistico accademico sulla questione dell’adattamento che ad una recensione di critica militante.

Tralasciando in parte, per ora, per motivi di spazio e d’interesse relativo nella lettura di un blog, la questione che più gli compete, quella di analisi del testo e dei rapporti fra i testi, che ci auguriamo di poter trattare più ampiamente in futuro, è però corretto anticipare qualche possibile riflessione testuale sul film (senza scomodare, per il momento, la semiotica che parrebbe però la disciplina più adatta ad inquadrare le potenzialità analitiche dell’opera in questione).

Watchmen è un testo a due livelli: al secondo è un film di Zach Snyder, ma al primo è un adattamento dell’opera di Alan Moore che, tralasciando giochi di parole o possibili incomprensioni, considero personalmente uno dei capolavori letterari del secolo che ci siamo lasciati alle spalle. Lascerò perdere delle questioni fondamentali sullo spessore tematico e filosofico presenti nel testo per concentrarmi maggiormente sul passaggio da Moore a Snyder.

Bene. Detto questo diventa assolutamente centrale tentare di definire cosa sia ontologicamente il film di Snyder in un rapporto di adattamento con il testo di partenza per poi giungere soltanto in seguito a dare una valutazione critico-numerica del film uscito nelle nostre sale.

Con queste riflessioni sulla portata ontologica della relazione fra testi non voglio dare delle risposte ma fare piuttosto alcune domande, che troveranno forse maggiori spunti dalla discussione.

Watchmen è un fumetto, non un libro, e questo naturalmente cambia molto per un adattamento cinematografico. Watchmen però non è un semplice fumetto-serie, ma è una graphic novel: un romanzo-fumetto, volendo semplificare molto.

Quanto è corretto parlare di intertestualità per definire allora questo lavoro? Abbiamo davvero il passaggio da una forma di testualità ad un’altra oppure non è così semplicemente definibile la questione?.

Watchmen di Snyder potrebbe essere allora visto come lavoro semplicemente illustrativo dell’opera di Moore, ma non credo proprio sia così (magari lo fosse! La questione sarebbe allora ben più semplice). Vero che il fumetto di Moore, grazie alle illustrazioni di Dave Gibbons, è qualcosa di assolutamente “cinematografico” con icone-vignette che sembrano costantemente icone-inquadrature di un immenso film apocalittico che ci troviamo davanti.

Dove sta allora l’interesse del passaggio fra un testo e l’altro se sembra (ma non è) la semplice ripresa di un qualcosa che era semplicemente da “illustrare” sullo schermo e non più sulle pagine? L’interesse sta che il passaggio da Watchmen a Watchmen non fa parte dell’intertestualità, ma forse dell’intratestualità (si badi vorrei porre questa questione come spunto di riflessione, come domanda, non come risposta).

Già perché si potrebbe pensare che il lavoro di Snyder sia all’interno dello stesso contesto culturale-testuale di quello di Moore e non di forme artistiche diverse completamente.

Se prendiamo come buona questa suggestione si sviluppano due possibilità: una più facilmente giudicabile come corretta e possibile e una molto facilmente considerabile errata e degna di far storcere il naso a molti, se non a tutti.

Nel primo caso Snyder utilizza il fumetto di Moore come sceneggiatura, o meglio ancora come storyboard. Il passaggio non è più quindi da una testualità all’altra, ma da fasi diverse della stessa complessità di un unico testo. Come spesso avviene alcune parti di questa sceneggiatura-visiva vengono modificate da Snyder che mantiene però per buona parte l’ordine degli eventi e dello storyboard. Non è molto diverso il rapporto, per fare un esempio, fra lo Psycho definitivo sullo schermo e quello della sceneggiatura e dello storyboard, che aggiunge parti (poche come per Watchmen) che verranno poi tolte (o modificate) nel film definitivo.

La seconda suggestione diviene quasi invece una provocazione, sempre inserita in termini di intratestualità.

Se il Watchmen di Zach Snyder fosse un remake del Watchmen di Alan Moore? Un rifacimento che opera all’interno della stessa testualità. Possibile? Sì se iniziassimo a lavorare maggiormente su categorie non unicamente definite in cinema, letteratura, fumetto… ma all’interno di categorie intermediali fatte di scambi e relazioni fra forme diverse.

Qui mi devo allora collegare a citare un magnifico (e forse folle, quanto questo post) saggio di Gianni Canova sulla questione del remake in cui scrive testualmente: «Parliamo di remake da film a film ma siamo molto più diffidenti ad applicare questa categoria a fronte di operazioni di rimediazione che fanno transitare un racconto, un mondo, una visione, da un videogame a un film, da un libro a un film, da uno spettacolo teatrale a un film […] è come se il cinema e noi studiosi faticassimo ad aprirci a una cultura veramente intermediale oltre che intertestuale, cioè come se faticassimo ad operare con categorie aperte a ipotesi di lavoro basate su un vero meticciato ermeneutico, linguistico e testuale».

L’idea del meticciato è straordinaria e sarebbe da approfondire, speriamo, in futuro.

La domanda di base è quindi però se a seconda del grado di fedeltà, possiamo aprire la concezione di remake anche da un’arte all’altra oppure no? Se mai si dovesse entrare in un dibattito sull’argomento Watchmen sarebbe il caso esemplificativo di cui mi piacerebbe parlare.

 

Mi auguro sinceramente di poter sviluppare in futuro più ampiamente queste tematiche, ma ora è anche giusto giustificare brevemente perché reputo il lavoro di Snyder un buonissimo film al di là delle questioni abbozzate sopra sul rapporto fra i due testi.

Snyder riesce, pur con qualche discutibile (vedi il finale) cambiamento, a rimanere fedele allo spirito del fumetto di Alan Moore e alla sua componente di spessore filosofico quasi ineguagliabile.

Watchmen (parlo del film) non è solo un’opera che parla del 1985, della paura atomica, o che è riuscita ad essere attualissima per parlare degli anni in cui stiamo vivendo: Watchmen riesce a parlare dell’umanità, delle sue paure e dei rapporti fra le persone. Paure e rapporti che trascendono l’identità storico e politica che Moore e Snyder mostrano ad un livello di base ed esplicito dell’opera.

Il grosso merito di Snyder è stato poi quello di aver delineato dei personaggi magnifici che vivono di vita propria rispetto a quelli “adattati-sceneggiati-storyboardati-remakati” di Moore.

Rorschach, per il quale ammetto una predilezione ai limiti del fanatismo, diviene così uno dei personaggi più belli e profondi visti sullo schermo negli ultimi anni, ma non sono da meno tutti gli altri.

Quello che più mi ha fatto piacere (ed è questo il principale motivo per cui giudico assolutamente degno un film dal quale invece mi aspettavo poco) è che Snyder è riuscito a trasmettere in quasi ogni sequenza tutta la grande passione che lui (e noi) ha avuto per il fumetto originale ponendosi con la giusta umiltà rispetto a Moore, che si trasforma (l’umiltà) in vero e proprio amore per il materiale di partenza. Non esagera con il suo stile eccessivo (qualche fastidioso stop-and-go, perdonabile nel complesso) perché sa che il protagonista del film non è lui ma è il “testo” stesso, a cui lascia tutto lo spazio possibile senza inserimenti di altri che ne possano minare la superiorità (regia, messa in scena, un personaggio).

Una passione talmente forte, quella del regista, che tende a diffondersi su tutto il pubblico, anche su chi (mi auguro almeno in parte) non abbia ancora letto il fumetto.

Una passione che non si può non apprezzare e che non può che fare felici e far sorridere gli amanti del fumetto durante la visione.

Anche, e soprattutto, in tempi come questi (parafrasando Spettro di seta) in cui abbiamo sempre meno da sorridere. Ma d'altronde cosa possiamo aspettarci? Il Comico non ci ha lasciati stanotte, è morto diverso tempo fa.

 

 

 

Chimy

 

 

Voto Chimy: 3/4

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