"I fratelli Skladanowsky": gira, gira la manovella…un capolavoro.

A Berlino, il primo novembre 1895, i fratelli Skaladanowsky effettuano la prima proiezione cinematografica mondiale per un pubblico pagante, quasi due mesi prima dei fratelli Lumiere. Inventarono infatti il Bioskop, un proiettore che sfruttava due nastri di pellicola 53 mm, i fotogrammi dei quali venivano proiettati alternativamente. La complessità tecnica e l’ingombro del Bioskop  vennero surclassati dalla superiorità del cinematografo Lumiere.
I fratelli Skladanowsky” è un film di rara bellezza che si sviluppa in due tempi ed in due modi differenti. Il film alterna infatti momenti di finzione (relativi agli anni di attività dei fratelli), girati con un cinematografo a manovella, e realizzati con minuzia esattamente come se fosse un film delle origini (riprese fisse, recitazione enfatica, gag slapstick, musiche che richiamo quelle produzioni, tra l’altro musiche splendide), ad interviste dell’ultima figlia di Max Skladanowsky, un’allegra novantenne che spiega tutti i numerosi brevetti, mai venduti, di suo padre. Secondo la sua testimonianza suo padre riuscì a precedere molte innovazioni tecniche relative a cinema e fotografia, come se quei mesi di vantaggio sulla ripresa e sulla proiezione avessero accelerato ogni altra sua invenzione. Ad esempio mostra una sorta di antenato fotografico del Technicolor, cioè tre negativi emulsionati in giallo, rosso e blu che sovrapposti mostrano l’immagine a colori.
La storia di Max, Emil e Eugene Skaladanowsky è raccontata dalla voce narrante della prima figlia di Max, che commenta dal suo punto di vista di bambina la difficile ma passionale nascita del primo proiettore cinematografico.

La parte documentaristica è invece il preciso e lucido ricordo di infanzia di una anziana signora che, comunicandolo, lo riporta in vita. E allora Wenders fa “trasmigrare” la piccola protagonista della fiction all’interno del documento, mostrandola come una proiezione inconsistente ed invisibile nella realtà. Sul finire del film esce da una fotografia anche lo zio Eugene e, dopo aver trasformato una Mercedes in una carrozza, osservano i cambiamenti di Berlino dopo un secolo (il film è del 1996). Il loro è l’ingresso nella realtà dalla finzione, ma è anche l’ingresso di un tempo (passato) in un altro tempo (moderno). Parlando di cinema, Wenders inserisce il cinema dentro il cinema, inserisce la finzione dentro la finzione, ma una finzione che racconta una realtà. Il racconto dell’unica testimone vivente di un momento storico è il momentaneo rivivere di una memoria storica quasi dimenticata, ma che lei, e soprattutto Wenders, terranno in vita ancora per molto tempo. Il cinema, che permette, anche tramite la finzione, di riportare in vita o di mantenere in vita un determinato tempo è un propulsore e un “conservante” eccezionale di ricordi, che siano reali, finti o entrambe le cose.
Dieci anni dopo “Tokyo-Ga”, venti anni dopo “Alice nelle città”, il rapporto tra realtà e finzione, passato e presente, è indagato da Wenders non solo tramite il mezzo cinematografico, ma raccontando il mezzo cinematografico. E’ un film che fa la bioscopia (esame medico – legale per accertare un decesso) di un mezzo, degli uomini che hanno dato vita ad un mezzo e degli uomini (tra cui c’è lo stesso Wenders) che vogliono farne rivivere il ricordo.
“I fratelli Skaladanovsky” è realizzato con quella semplicità che nasce dall’amore e dalla passione, ed è intelligente e profondo nelle sue intenzioni come l’amore e la passione. Amore e passione per il cinema e, senz’altro, per la vita.

Para
Voto Para: 4/4

P.S.: dopo i titoli di coda Wenders propone al pubblico circa cinque minuti in cui viene ripetuto lo stesso film (di pochi secondi) realizzato dai fratelli Skladanowsky: un bambino balla in maniera approssimativa, una bambina entra nell’inquadratura, il bambino la spinge via ma lei ritorna nuovamente in scena; e così via. La donna che vuole rubare la scena all’uomo viene scacciata ma continuerà a provarci? Oppure, l’uomo scaccia la donna ma tanto questa ritorna? Messaggio nascosto? Forse, e molto più plausibilmente, Wenders ci dimostra che il fascino e la bellezza del cinema vivono anche in cinque minuti sempre uguali, con una ripresa fissa e con dell’azione infantile. Il cinema delle origini, il cinema delle attrazioni, vive e resiste ancora oggi.
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Alice nelle città: sinfonia di viaggio su strada europea…

Mentre un aereo si alza verso il cielo, un uomo (sdraiato in spiaggia) fotografa l’oceano immergendosi nella sua solitudine.

L’uomo è Philip, un giornalista tedesco inviato negli Stati Uniti per fare un reportage sulla vita di quel paese che da tempo sognava di vedere.

Con la sua macchina fotografica, il protagonista è alla ricerca di immagini pure e naturali in un mondo dove tutto sembra essere stato contaminato dalla pubblicità (sintomatica in questo senso la distruzione della televisione da parte dell’uomo).

Anticipando di circa dieci anni il dialogo fra Wenders e Herzog in “Tokyo-Ga”, ci viene mostrato come nella società dei consumi sia quasi impossibile trovare “immagini” ancora immerse nel proprio ancestrale candore. Per questo Philip decide di tornare in Germania, deluso dalla terra dei suoi sogni passati.

Alice nelle città” è il quarto lungometraggio di Wim Wenders, e sicuramente uno dei più belli (se non il migliore in assoluto).

Molte delle tematiche successive del regista sono presenti in questo film del 1974: in particolare la solitudine, la difficoltà di comunicazione e il viaggio come deriva esistenziale.

All’aeroporto di New York, Philip conosce Liza, una sua connazionale madre di Alice (di nove anni), che gli chiede aiuto per sbrigare le pratiche della partenza.

Il giorno seguente, dopo una notte passata insieme, Liza lascia a Philip un biglietto dove gli chiede di portare sua figlia ad Amsterdam, dove lei li raggiungerà nel giro di qualche giorno.

Nella capitale olandese, Philip, stufo di aspettare, decide di portare Alice da sua nonna in Germania, anche se la bambina non si ricorda precisamente dove questa abita.

Inizia così un lungo viaggio per cercare una casa che non sanno dove si trova.

Il ritorno di Philip in Germania sarà, grazie ad Alice, un viaggio alla scoperta di sè stesso, del suo passato e di quello che è diventato.

Inizialmente irritato dalla presenza della bambina, Philip durante il tragitto si legherà totalmente a lei, tanto che il suo unico scopo sarà quello di riportarla a casa.

La piccola Alice che, essendo una bambina, è una presenza pura all’interno della società corrotta degli adulti, fa recuperare a Philip uno sguardo infantile con il quale guardare il mondo che lo circonda.

Man mano che il viaggio prosegue (in treno, macchina, traghetto o aereo che sia), Philip si affeziona sempre di più alla ragazzina con la quale nasce una sincera amicizia.

Il tempo passa e i due sembrano quasi dimenticarsi dello scopo del loro peregrinare: la meta diviene il viaggio stesso, dove si arriva non ha più importanza.

Alice riesce così a dare un senso alla vita di Philip… togliendolo del tutto: ora l’uomo non è più interessato a lavorare o fare soldi, ma soltanto a vivere.

Nel finale la polizia, informata da Philip, riesce a trovare la nonna e la madre di Alice a Monaco di Baviera.

L’uomo allora accompagna Alice alla stazione, stanno per salutarsi, ma all’ultimo momento decide di salire anche lui sul treno: forse per paura di tornare ad essere solo, o forse per il desiderio di prolungare quel magnifico sogno. Il sogno di un viaggio senza scopo e senza fine.

Chimy

Voto Chimy: 3,5 / 4

"Tokyo-Ga": quando il cinema custodisce l'anima di un luogo e di un tempo.

Ga è una particella che indica l’argomento della frase, il soggetto. Tokyo-Ga” è quindi traducibile con “il soggetto è Tokyo”, “si parla di Tokyo”.
Con questo splendido documentario Wim Wenders ci parla di Tokyo, ma realizza anche uno splendido omaggio a Yasujiro Ozu, uno dei grandi maestri del cinema giapponese, morto il 12 dicembre 1963, il giorno del suo compleanno, venti anni prima di questo viaggio di Wenders nella capitale del Sol Levante.
L’elogio a Yasujiro Ozu, regista che Wenders ama incondizionatamente, è immenso, non solo quando e perché ce lo dice, ma soprattutto quando ce lo nasconde. L’occhio di Wenders è in costante ricerca di ciò che Ozu raccontava e, soprattutto, è in costante ricerca di ciò che Ozu non può più raccontare ma che avrebbe di sicuro raccontato. Il cambiamento rapidissimo della città, avvenuto proprio in quei 20 anni trascorsi dalla morte del cineasta, ha spezzato la corda che teneva unita i giapponesi al Giappone, al Giappone delle tradizioni, dei riti, della maniera e della calma. La verità è che il Giappone delle tradizioni esiste ancora, ma si è radicato, trasformandosi, dentro gesti e usi non tradizionalmente giapponesi. Per un giapponese praticare il golf non significa gettare una pallina in buca, ma cercare armonia e perfezionismo nel movimento che consente di lanciare la pallina. Non è importante il fine, ma il mezzo.
Nel corso del suo viaggio a Tokyo Wenders riesce a muovere considerazioni e riflessioni profonde, scaturite dal rielaborare a distanza di due anni le immagini e le sensazioni provate sotto i ciliegi in fiore e tra le palline del pachinko.
«Spesso rimaniamo a bocca aperta o trasaliamo quando scopriamo qualcosa di vero o reale in un film, anche se è solo il gesto di un bambino sullo sfondo, o un uccello che attraversa l’immagine, o una nuvola che getta per un istante la sua ombra sulla scena. E’ raro nel cinema d’oggi trovare tali momenti di verità, vedere persone o cose come si mostrano veramente. La cosa eccezionale nei film di Ozu era vedere questi momenti di verità. No, non erano solo momenti, era una verità estesa che durava dalla prima all’ultima immagine. Erano film che continuamente e davvero parlavano della vita stessa, in cui le cose, le persone, le città e i paesaggi si rivelavano. Una tale rappresentazione della realtà, una tale arte, non si trova più nel cinema. Un tempo c’era».
La realtà dentro la finzione è una delle ossessioni dell’uomo. Cercare il reale dentro la finzione (cinematografica, letteraria, pittorica) è pratica comune e amata da buona parte degli esseri umani. L’uomo, come afferma giustamente Wenders, cerca e si meraviglia di vedere la quotidianità nella finzione, ma, all’inverso, non si cura dell’insinuarsi della finzione nella realtà. Wenders ci porta all’interno di una fabbrica di alimenti in cera, oggetti che in tutta normalità popolano le vetrine dei ristoranti. Il confezionamento dei piatti finti è sorprendentemente simile a quello dei piatti veri, e i dipendenti operano sul finto per renderlo vero. La Tokyo che Wenders filma è la Tokyo dove l’uomo è avvolto e soffocato dall’artificiosità, dove la tecnologia avvolge l’uomo, racchiudendolo tra quattro mura. Le sale di pachinko sono luoghi dove l’uomo viene ipnotizzato, fondendosi con la macchina, rendendo i propri pensieri e le proprie preoccupazioni biglie d’acciaio che scivolano tra chiodi dirette in delle buche. E’ la Tokyo capitale di un paese che è il maggiore produttore di televisori al mondo, che si fanno portatori delle immagini americane; la televisione che diventa centro del mondo, ma di un mondo finto, desolante, stupido, inutile, americano.
Ma Wenders sa che anche nella Tokyo di oggi ci sono persone che possono testimoniare la Tokyo di Ozu: Crishu Ryu e Yuharu Atsuta non sono solo testimoni, ma fautori del cinema di Ozu. Il primo attore feticcio, il secondo direttore della fotografia, diventando quindi anche fautori della Tokyo di Ozu, la Tokyo che Wenders ha imparato ad amare e conoscere. Nelle loro parole c’è il venerare con malinconico affetto il loro grande maestro di vita Yasujiro Ozu e, contemporaneamente, c’è il venerare con malinconico affetto una Tokyo che non è più autentica, che non è più pura e rispettabile.
Werner Herzog, incontrato da Wenders durante il viaggio, si lamenta della quasi totale mancanza di immagini pure, chiare, pulite e trasparenti, in quanto l’artificiosità ha invaso ogni spazio. Secondo Herzog bisogna scavare come una vanga dentro il caos, per trovare immagini pure bisogna faticare.
“Tokyo-Ga”, invece, è la dimostrazione di come Wenders abbia cercato, e trovato, purezza e trasparenza, di come abbia cercato e trovato l’animo e l’umano dentro il caos e l’artificio, perché ogni luogo, in ogni tempo, conserva la sue radici, le sue tradizioni e la sua anima. Anche grazie al cinema.

Para
Voto Para: 3,5/4

Paris, Texas: sinfonia di viaggio su strada americana…

Un’aquila ci presta i suoi occhi e ci fa planare sopra un Grand Canyon mai così nostalgico e incantato. Qui vediamo un uomo, solo, che cammina immerso nella luce di una calda giornata d’estate. L’uomo si ferma, si volta, vede l’aquila, beve un sorso d’acqua e ricomincia a camminare lungo la strada deserta della sua esistenza.

Così si apre “Paris, Texas”, ineccepibile Palma d’oro al Festival di Cannes del 1984, e così inizia il lungo viaggio di Travis alla ricerca di se stesso e del suo passato.

Travis, rimasto in Messico per quattro anni lontano da tutto e tutti, è chiuso in un mutismo assoluto dal quale non vuole uscire: la vita gli ha tolto l’anima, parlare non ha alcun senso.

Suo fratello Walt quando viene informato della presenza di Travis in Texas parte per portarlo a Los Angeles dove abita lui.

Durante il viaggio con Walt, Travis torna finalmente a parlare pronunciando la parola “Parigi”: il luogo dove è stato concepito.

Arrivato a casa di suo fratello Travis ritrova Alex, il figlio di otto anni che vive con gli zii da quando Jane, ex-moglie di Travis e madre del piccolo, l’aveva a loro affidato prima di sparire a sua volta.

Il rapporto fra padre e figlio inizia a sciogliersi col passare dei giorni e insieme decidono di partire in cerca di Jane, che scoprono vivere a Houston.

Travis, con questo secondo viaggio, continua a salire i gradini sulla scala della sua vita: ora che ha ritrovato suo figlio, vuole rivedere la donna che ha amato con tutto se stesso prima di un’insensata separazione.

Jane si scopre essere una donna sola come Travis, ma a differenza dell ex-marito che era immerso nella luce messicana, Jane ha scelto di vagare nelle tenebre di un luogo ancor più desolato del deserto: un “peep-show” dove le donne si esibiscono in apposite cabine, con i clienti che le guardano (senza essere visti) attraverso un vetro.

Travis le và a parlare, le racconta la storia della loro vita facendosi così riconoscere.

I due, in questo struggente dialogo, riescono ad essere vicini come un tempo anche se fra loro c’è un muro di vetro, eretto anni prima, che ancora non si vuole rompere.

Come il giorno e la notte hanno ragione d’essere per la presenza/assenza del sole, così Travis e Jane sembrano ormai legati soltanto dalla presenza (non più assenza) del figlio Alex, che sogna di tornare a vivere con i suoi genitori.

Al di là della forza contenutistica di queste scene al “peep-show”, è obbligatorio segnalare la grande capacità visiva di Wim Wenders nel rendere questi momenti ancora più toccanti: soggettive; immagini sovrapposte dei due volti; Jane che vede se stessa nello specchio mentre Travis le parla, costretta così a guardare la donna che è diventata a causa del suo passato.

Harry Dean Stanton (Travis) e Nastassja Kinski (Jane) raggiungono l’apice della loro carriera attoriale, grazie al percorso introspettivo dei loro personaggi durante questo dialogo.

Sceneggiato dal grande Sam Shepard e musicato magistralmente da Ry Cooder, “Paris, Texas”, è l’apice del road movie nel cinema di Wenders, da sempre il più grande cantore dell’ On the road nella settima arte.

Nel finale Travis decide di riportare assieme Jane e Alex, ma lui non può stare con loro, “certe ferite non si rimarginano” dice, anche se non ricorda la ragione della loro separazione: ma forse proprio perchè certe azioni, certe scelte della vita, non hanno senso nè ragione.

Quando madre e figlio si rincontrano non riescono a dirsi niente, si abbracciano semplicemente: l’affetto di una per l’altro vale più di ogni vana parola.

Travis ha concluso il suo viaggio esistenziale: ha fatto rincontrare le due persone che più amava, che forse proprio a causa sua si erano divise in passato.

Decide però di non restare con loro, li lascia soli con il loro amore. Per sempre.

Travis se ne va nuovamente verso un luogo sconosciuto, forse proprio verso l’amata Parigi in cui la sua anima ha preso forma per la prima volta.

Non pensate però alla magnifica capitale francese: la Parigi di Travis è una piccola cittadina del Texas. Sola e dimenticata. Come lui.


Chimy


Voto Chimy: 3,5 / 4

WWW: inizia la Wim Wenders Week.

Siamo lieti di comunicarvi che da domani partirà la seconda delle "week" di Cineroom. Dopo Ingmar Bergman sarà il turno di Wim Wenders.
Da qualche parte, tempo addietro, lessi di Wenders: <<una filmografia che è un labirinto del pensare>>.
Per questo vi proporremo recensioni senza nessun coleggamento tra loro, senza ordine temporale e senza nessun filo tematico. Perchè il cinema di Wim Wenders è espressione labirintica e caotica del caotico labirintismo della vita stessa. Quella vita fatta di immensa bellezza e di inevitabile crudeltà.
Una Wim Wenders Week realizzata in collaborazione con il compagno di merende torinesi Honeyboy, che essendo rimasto affascianato, come noi, dalle visioni durante la retrospettiva su Wenders al 25° Torino Film Festival, ha deciso di unirsi alle celebrazioni. Dunque possiamo dire che questa sarà una Wim Wenders Week "Multitasking"/"Transblog", che si muoverà tra Cineroom e Movie’s Home, con un ordine a noi chiaro ma a voi oscuro, così da obbligarvi ogni giorno a cercare tra i due luoghi virtuali l’omaggio al grande regista tedesco.
Da domani, domenica 20 gennaio 2008, avrete per sei giorni una recensione quotidiana di un film di quel genio di Wim Wenders.
Accorrete numerosi.

Torino Film Festival: primo resoconto.

Buena Vista Social Club
Para: Film bellissimo, come la musica che lo percorre. O bellissimo come le persone che lo percorrono.


The Savagees
Chimy: Il film d’apertura e forse il migliore, per ora, del festival (eh eh…e Para e Honeyboy rosicano..^^).
Una sorella (Laura Linney) e un fratello (P.S.Hoffman) devono iniziare ad occuparsi, nonostante i rapporti poco idilliaci, del padre afflitto da demenza.
Quella di Tamara Jenkins è una profonda riflessione sulla condizione delle persone di mezza età nella società contemporanea.
I veri malati, infatti, sembrano essere i due figli (più del padre) che hanno perso fiducia nella vita e  speranza per un futuro migliore.
Inizialmente sono restii ad occuparsi del padre (“che non è mai stato un buon padre” sottolineano più di una volta), ma in seguito il cercare di aiutare il genitore malato diventa la loro vera ragione di vita.
P.S. Hoffman, guarda caso, è strepitoso, ma non è lui il migliore del film. Laura Linney ci regala, in assoluto, la migliore interpretazione della sua carriera in un ruolo davvero molto complesso.
Tanto per farvi venire ancor più voglia di vedere questo film, vi anticipo che c’è una splendida sequenza iniziale… con uno stile, un fascino e un’ inquietudine tipicamente lynchiana…(vi ricordate l’inizio di “Velluto blu”?).
Distribuzione non ci tradire….

Charlie Bartlett
Chimy: Banalissima teen-comedy che parla di un ragazzo ricco da poco iscritto in una scuola pubblica dove riesce a trovare, con mezzi particolari, la popolarità che ha sempre cercato.
Film inutile e profondamente commerciale che non riesce a sviluppare alcuna riflessione e fatica anche a divertire.
A tratti è imbarazzante e imbarazzato è anche Robert Downey Junior che sembra chiedersi come sia finito a recitare in una tale scemenza.
Scandalosamente in un festival “culturale” come quello torinese.


Para
: Pensate a tutti i teen movie fatti fin’ora e metteteli insieme. Mescolate, aggiungete degli psicofarmaci e la ricetta è servita: sbobba per adolescenti scemi e per adulti che credono nella vita scema degli adolescenti americani. Proiettato sabato pomeriggio alle 16, in concorrenza con il pomeriggio di Italia 1.


Irina Palm
Chimy: Un film sorprendente. Crudo, forte e molto profondo.
Apre ad ampie riflessioni su cosa si può arrivare a fare per i propri cari.
Coraggioso e intelligente: assieme a qualche lacrima riesce a strappare anche un sorriso.
Mi fermo qui a parlarne perchè uscirà in sala nelle prossime settimane e ne parlerò con una normale recensione.


Home Song Stories
Chimy: Una madre cinese, con due figli, si trasferisce in Australia dove l’aspetta un ufficiale dell’esercito con il quale cerca di costruire una vita migliore. L’incontro con un giovane connazionale del quale s’innamora complicherà notevolmente le cose.
Fiera della banalità per quest’opera che alterna momenti riusciti a situazioni che sfiorano l’imbarazzante.
Cerca di commuovere ma lascia semplicemente lo spettatore lontano da una vicenda della quale si possono ipotizzare ben presto i risvolti.
Strepitosa Joan Chen ma non basta a far arrivare il film alla sufficienza.


Para: Dicesi shinpa quel genere cinematografico coreano che va oltre il melodramma. Questo film è uno shinpa girato da un cinese australiano in Australia e tratta della triste vita di una triste famiglia di cinesi in Australia. C’è bisogno di aggiungere altro?


My Blueberry Nights
Chimy: L’ultima opera di Wong Kar Wai è, per il momento, la grande delusione del Festival.
“My Bluebbery Nights” inizia molto bene con splendide sequenze all’interno del bar in cui lavora Jeremy (Jude Law), personaggio con il quale Elizabeth (Norah Jones) si confida dopo essere stata scaricata dal fidanzato.
In seguito Elizabeth parte per un viaggio verso Ovest alla ricerca di sè stessa.
Insieme alla protagonista, si perde per strada anche il film che, a causa di una sceneggiatura piena di lacune, non riesce più a ritrovare la bellezza estetica di quei primi minuti.
Wong sembra voler vivere di rendita dal successo di “In the Mood for Love” riproponendo a dismisura, senza ragione e senza coscienza, continui ralenty privi di una qualsiasi funzione narrativa e discorsiva.
L’ultracitato bacio-rovesciato è profondamente deludente, così come l’interpretazione di Norah Jones che si aggira spaesata in un America banale e piena di luoghi comuni.
Un film davvero poco riuscito che fa rimpiangere le atmosfere hongkonghesi e gli attori protagonisti dei precedenti film del regista.
Mi sembra più che corretto dire che in questo caso Wong l’ha fatta fuori dal vaso.


Para: “Le mie notti mirtillose” (libera traduzione di Honeyboy, che proponiamo come titolatore dell’anno) dona ai fan di Wong Kar Wai quello che vogliono: i ralenty. Il film è (quasi) tutto al rallentatore, è la storia rallentata degli stereotipi del cinema americano: diner cafè, road movies, deserto, Las Vegas, casinò, poliziotti alcolisti, mogli sclerotiche e un paio di storie d’amore.
Il problema è che il film è bello.
Mi spiace, ma anche di fronte ad una sceneggiatura obiettivamente inconsistente non posso negarvi che mi sia piaciuto.
Con lentezza rallentata lo promuovo come un felice passatempo per chi vuole rallentare insieme a Wong.


Away From Her

Chimy: Insieme a “The Savages” sicuramente il miglior film del concorso.
L’esordio dietro la macchina da presa della bravissima attrice Sarah Polley ha del sorprendente, soprattutto in una bellissima prima parte.
Il film parla di Fiona, donna anziana in preda all’orrore dell’alzheimer, e del marito Gordon che cerca di convincersi a mettere la moglie in una casa di cura.
“Away from her” riesce ad essere davvero notevole (cosa rara) sia per i contenuti (una profonda riflessione sulla vecchiaia e, perchè no, sulla forza dell’amore), che per la forma (diverse sequenze davvero splendide).
Fortunatamente uscirà a breve nelle sale italiane e quindi potremo parlarne più approfonditamente.
Certo che il festival inizia a tingersi davvero di femminile visto che i due film migliori del concorso sono proprio diretti da due donne.
Una menzione speciale per i due straordinari attori: grandioso Gordon Pinsent, su Julie Christie dico soltanto che ne riparleremo nel periodo degli Oscar….


Para: Escludendo il film di Wenders questo è senz’altro il miglior film visto durante il festival. Una prima parte bellissima, con ottime sequenze e bellissime inquadrature, e l’interpretazione dei due attori principali è da premiare in qualsiasi modo. Peccato per i venti minuti che precedono il bellissimo finale. In ogni caso un film che stupisce per la capacità della regista di tenere sempre la giusta distanza. Ciò che conta, in questi casi, è lasciare spazio alle persone, lo spazio di muoversi, anche se questo implica di negarlo a sé stessi. Come il protagonista si avvicina alla moglie solo per abbracciarla, così la macchina da presa si avvicina ai volti solo per carpirne l’anima.
Nei petali ricurvi dei fiori si può sempre sentire un lieve calore.


Vogelfrei
Chimy: Wow che film…già di culto…. ci ha davvero esaltato alla follia quest’opera (mmm???) lettone che segue le 4 fasi della vita di un uomo.
Personalmente vorrei ringraziare sinceramente i registi (4…) del film che ci hanno fatto davvero ridere e divertire come raramente accade (purtroppo, o per fortuna,  è però un film drammatico e privo di ironia…).
Dato che voglio lasciare spazio, con curiosità, alle parole di Para e Honeyboy, mi limito ad assegnare 4 aggettivi sulle 4 parti del film…
Prima parte (infanzia): stupidina
Seconda parte (adolescenza): irritante
Terza parte (l’età adulta): imbarazzante
Quarta parte (la vecchiaia): insopportabile
Che sia il capolavoro dell’anno???
p.s. attendiamo con ansia l’uscita in sala… ne vogliamo ancora….


Para: Dio benedica il cinema della Lettonia. In un solo colpo abbiamo potuto ammirare la bravura di ben quattro registi lettoni. Il consiglio è: tenere d’occhio le produzioni lettoni, causano assuefazione.
La prima parte si salva nella sua mediocrità, la seconda parte non si salva a causa della pessima recitazione dell’attore protagonista, sulla terza stendiamo un velo pietoso, nella quarta c’è un tizio che va in giro con un gufo nello zaino, una croce sulle spalle, vengono citati, plagiati e offesi Leone e Bergman, c’è una bambina nella posizione del loto, un falco troppo docile e poi basta, altrimenti eravamo ancora sulle poltrone chiedendo ad alta voce il bis.
Che bel film.
Mamma mia che bel film.


The Tracey Fragments
Chimy: La vita turbolenta della giovane adolescente-ribelle Tracey (quanto mi piace Ellen Page..) viene ritratta dal regista Bruce McDonald con uno split screen davvero estremo.
Questa affascinante modalità narrativa ha ragione d’esistere se la si usa in maniera intelligente: in particolare mostrando la stessa sequenza (nello stesso spazio di tempo) da diversi punti di vista.
Purtroppo questo succede davvero raramente…
McDonald monta il film dividendolo continuamente con ripetizioni gestuali, sovrapposizioni vocali, salti temporali…
A volte può essere funzionale (la natura incerta e segmentata della mente della protagonista), ma la grande maggior parte delle volte porta solo a “simil-videoclip” imbarazzanti (un cavallo che si sovrappone, alternandosi, all’immagine di Tracey che corre per fare un divertente esempio).


Para: Amando lo split screen attendevo con ansia questo film, e purtroppo sono stato deluso. Il regista ha infatti abusato di tale tecnica, che dimostra le sue potenzialità solo in alcune scene, dove possiamo osservare da diversi punti di vista la stessa azione. Avrebbe poi funzionato bene anche come sistema per apporre simbolismi, cosa che il regista prova a fare ma con risultati imbarazzanti. Insopportabili le parti del film, che non sono poche, in cui assistiamo ad un vero e proprio video clip con montaggio a tempo e con canzone che ci tocca ascoltare dall’inizio alla fine. Insomma, un film che poteva essere molto di più, e che ha ragione di esistere solo per quello che poteva essere, nella speranza che qualcuno tenti un’operazione simile ma con un briciolo di intelligenza in più.