Nelle sale Gianni Amelio commuove con «Il primo uomo», mentre Woody Allen continua a deludere

Articolo già pubblicato su IlSole24Ore

 

Il cinema italiano sembra aver (finalmente) rialzato la testa: dopo gli ottimi livelli qualitativi raggiunti da «Romanzo di una strage» di Marco Tullio Giordana e «Diaz» di Daniele Vicari usciti nelle scorse settimane, anche questo venerdì è attesa nelle sale una pellicola di pregevolissima fattura diretta da uno degli autori di punta della nostra cinematografia. Si tratta de «Il primo uomo», ultima fatica di Gianni Amelio, presentata lo scorso settembre al Festival di Toronto dove ha ottenuto il Premio della critica internazionale. Tratto dall’omonimo romanzo, autobiografico e incompiuto, di Albert Camus, «Il primo uomo» ha per protagonista Jean Cormery, scrittore di successo che, verso la fine degli anni ’50, torna nella sua patria d’origine, l’Algeria, dopo aver vissuto per lungo tempo in Francia. Tra le pieghe di un paese devastato da attentati e pervaso dal desiderio di liberazione, Cormery cercherà di ripercorrere le vicende di un’infanzia dolorosa, segnata dalla povertà e dalla morte del padre durante la prima guerra mondiale.

Girato in lingua francese e figlio di una coproduzione tra vari paesi, «Il primo uomo» è una toccante riflessione sulla necessità di ricercare nel proprio passato i germi di ciò che siamo diventati nel presente. Perfettamente alternata tra i due piani temporali, la vicenda umana del protagonista (interpretato da un eccellente Jacques Gamblin) riesce a coinvolgere ed emozionare lo spettatore senza mai scadere nella retorica. Grazie a una regia sinuosa e sempre attenta ai dettagli, Amelio si conferma, a cinque anni di distanza da «La stella che non c’è», uno dei migliori autori europei in grado di coniugare un’estetica impeccabile a un forte impegno civile. Tra i tanti momenti da ricordare, un lungo piano-sequenza in cui il piccolo protagonista cammina verso il mare e un delicato omaggio a «Bonjour Tristesse», pellicola di Otto Preminger del 1958 con protagonista Jean Seberg.

 

Regista che invece delude, ormai senza possibilità d’appello, è Woody Allen, il cui ultimo lavoro «To Rome With Love» rappresenta uno dei punti più bassi della sua quarantennale carriera. Dopo aver ambientato alcune delle sue ultime pellicole a Londra, Barcellona e Parigi, Allen sceglie la capitale italiana come sfondo a un film corale dove un gruppo di personaggi incrocia i propri destini, all’interno di un copione ispirato (molto liberamente) al «Decamerone» di Boccaccio. Se già negli ultimi anni si è spesso parlato di un inesorabile declino del regista di «Manhattan», «To Rome With Love» conferma pienamente questa tesi, ponendosi tra i fanalini di coda del cinema americano “d’autore” del nuovo millennio. Registicamente piatta e inconsistente, la pellicola si trascina senza guizzi per tutta la sua durata, priva di qualsiasi idea cinematograficamente adeguata o di un appiglio narrativo a cui aggrapparsi. Mentre per «Midnight in Paris» alcuni hanno parlato di un “cinepanettone per intellettuali”, in questo caso anche una tale definizione appare troppo positiva rispetto al reale valore della pellicola.

 

Lavoro altrettanto insoddisfacente è «Una spia non basta», action comedy diretta da McG con protagonisti Chris Pine e Tom Hardy. I due attori interpretano due agenti della CIA, affermate spie professioniste e amici per la pelle fin dall’infanzia. Il loro legame, lavorativo e affettivo, rischierà però di spezzarsi quando scoprono di essersi innamorati della stessa ragazza, Lauren interpretata da Reese Witherspoon. Commedia superficiale e poco divertente, «Una spia non basta» cerca, senza riuscirci, di coprire le falle di una sceneggiatura spesso scontata con effetti speciali continui e battute ammiccanti. Se Reese Witherspoon conferma tutti i suoi limiti, recitativi e non, sorprende che il solitamente oculato Tom Hardy abbia scelto di lavorare in un progetto così grossolano. Più a suo agio nei ruoli drammatici, riuscirà presto a riscattarsi (siamo pronti a scommetterlo) con il ruolo di Bane, storico nemico di Batman, nell’attesissimo «Il cavaliere oscuro-Il ritorno» di Christopher Nolan, in uscita a fine agosto nelle sale italiane.

 

Chimy

Voto Il primo uomo: 3/4

Voto To Rome With Love: 1,5/4

Voto Una spia non basta: 1,5/4

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Nelle sale l’adolescenza del grande John Lennon e un semplice responsabile delle risorse umane. Delude Woody Allen.

Articolo già pubblicato su IlSole24Ore

Abitualmente il primo venerdì di dicembre segna l’arrivo nelle sale italiane dei primi film che si contenderanno il trono al box office del periodo natalizio.
Quest’anno invece bisognerà aspettare addirittura la terza settimana del mese per vedere dei titoli che potranno frenare la scalata di «Harry Potter e i doni della morte-Parte I» verso l’ennesimo record d’incassi.
In questo weekend interlocutorio, l’uscita più interessante (seppur non sia la più attesa) è «Nowhere Boy», pellicola sull’adolescenza di John Lennon, che arriva nei nostri cinema esattamente a un anno di distanza dalla presentazione al festival di Torino del 2009, dove venne scelto come film d’apertura.
Diretto dall’esordiente londinese Sam Taylor-Wood, «Nowhere Boy» si concentra sui rapporti fra Lennon e la sua famiglia, sul primo incontro con Paul McCartney e (soprattutto) sulla nascita della passione per la musica. Lo vediamo emozionarsi ascoltando le note di Elvis Preasley e Little Richard: siamo alla fine degli anni ’50, periodo il cui il rock’n’roll americano impazza sui giradischi inglesi.
Il tempo del pop e della british invasion, di cui Lennon sarà naturalmente grande protagonista, deve ancora arrivare.
Prima di entrare nel mondo del cinema la Taylor-Wood è stata una nota artista concettuale e il suo tocco sperimentale si nota soprattutto nelle sequenze più oniriche, tese a rappresentare i sogni e i ricordi d’infanzia del protagonista: in particolare l’uso del ralenti contrapposto a bruschi stacchi di montaggio rimanda alle tendenze della video-arte degli anni ’90, che la regista conosce certamente molto bene.
A differenza di queste, le sequenze più tradizionali alternano momenti riusciti e toccanti ad altri che rischiano di sfiorare il patetico.
Incerta sulla regia (ma si può perdonare a un’esordiente) Sam Taylor-Wood si appoggia moltissimo a delle ottime performance attoriali, fra le quali svetta una bravissima Kristin Scott Thomas nella parte della zia Mimi.
Sarà proprio a lei che John Lennon (interpretato da un più che dignitoso Aaron Johnson) annuncerà, verso le battute conclusive di «Nowhere Boy», la sua immediata partenza per Amburgo: un viaggio che diventerà fondamentale nella successiva maturazione dei Beatles.
Lo vediamo allora allontanarsi commosso dalla casa in cui è cresciuto e, mentre risuonano le note di «Mother», guardarsi indietro un’ultima volta prima di imboccare quella strada che da ragazzo qualunque lo farà diventare il «Nowhere Man» che tutto il mondo ha conosciuto.
 
Meno toccante di «Nowhere Boy» è invece «Il responsabile delle risorse umane», film (che verrà distribuito in Italia dalla Sacher di Nanni Moretti) privo di retorica e dai contenuti importanti, diretto da Eran Riklis.
L’autore israeliano disegna un personaggio principale di notevole spessore, che difficilmente potrà essere dimenticato nelle settimane successive alla visione.
L’attore Mark Ivanir, bravo a interpretare un ruolo così complesso, è il responsabile delle risorse umane di un grande panificio a Gerusalemme, che viene accusato da un giornalista d’assalto di non essersi interessato alla morte di una sua ex dipendente straniera rimasta uccisa in un attentato terroristico.
Dato che nessun parente ha reclamato il corpo della donna, il manager, stravolto dal senso di colpa, decide di intraprendere un lungo viaggio alla ricerca di qualcuno che possa riconoscerne il cadavere. Distante da casa e dalla sua famiglia, con la quale sta passando un periodo particolarmente delicato, troverà il modo di riflettere su se stesso e sul suo passato.
Tratto dal romanzo di Abraham B.Yeoshua, «Il responsabile delle risorse umane» si regge unicamente sul personaggio principale. Manca una caratterizzazione significativa delle figure di contorno, che avrebbe reso questa pellicola ancor più interessante.
Il bravo regista Eran Riklis dirige senza cali, ma anche senza particolari guizzi artistici: non vi sono sequenze che rimangono nella memoria più di altre.
Manca quel tocco poetico e delicato che aveva contraddistinto il suo precedente film «Il giardino di limoni».
 
In questo weekend privo di titoli importanti, ce n’è uno che risalta ma in senso negativo: «Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni», una delle opere meno riuscite dell’intera lunga carriera di Woody Allen.
Tradimenti, separazioni, amori che nascono e altri che finiscono si mescolano in questa commedia corale in cui diventa davvero complesso trovare delle note di merito.
La classica voce narrante delle pellicole di Woody Allen non basta, in questo caso, come escamotage narrativo per rendere più fluida una sceneggiatura tanto contorta e superficiale da risultare (anche a causa di dialoghi di bassissimo livello) a tratti davvero imbarazzante.
Un cast sottotono sprofonda insieme al film col passare dei minuti: in particolare Naomi Watts e Anthony Hopkins sono decisamente sotto il loro standard abituale.
Nella traduzione italiana del titolo si smarrisce anche il doppio senso dell’originale: «You Will Meet a Tall Dark Stranger» che si riferisce sia allo “sconosciuto alto e bruno” evocato da una chiromante, sia alla morte.
Nemmeno un’iniziale (usata in maniera retorica e ricattatoria) citazione di Shakespeare, ripresa naturalmente nei minuti conclusivi, aiuterà a rendere più digeribile al pubblico una pellicola così difficilmente sopportabile.
 

Chimy

Voti Chimy:

Nowhere Boy: 2,5/4

Il responsabile delle risorse umane: 2,5/4

Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni: 1,5/4