Nelle sale con le ragazzacce di «Sucker Punch», i cloni di «Non lasciarmi» e… Silvio Berlusconi

Articolo già pubblicato su IlSole24Ore

Un weekend per tutti i gusti e per tutti i generi: da un fantasy d’azione a un melò fantascientifico, passando per un thriller ad alta tensione e persino per un documentario italiano che farà molto parlare di sé.
Nelle nostre sale, in questo fine settimana, arrivano pellicole molto diverse una dall’altra, che daranno al pubblico un’ampia possibilità di scelta.
Nonostante nell’elenco non ci sia alcun film memorabile, i titoli attesi sono davvero tanti, a partire da «Sucker Punch» di Zack Snyder.
Dopo il lungometraggio d’animazione «Il regno di Ga’Hoole – La leggenda dei guardiani», diretto probabilmente su commissione, la Warner Bros ha dato carta bianca (oltre a un budget di circa 85 milioni di dollari) al regista americano, permettendogli di realizzare un’opera sentita e personale che aveva in cantiere da diverso tempo.
Snyder riprende l’immaginario fumettistico che aveva già messo in scena in «300» e «Watchmen», ma mentre nei due precedenti la sceneggiatura era ricalcata sulle omonime graphic novel di grande successo (la prima di Frank Miller, la seconda di Alan Moore), «Sucker Punch» parte da un soggetto dello stesso regista che lascia più di qualche dubbio sulle sua capacità di costruire una storia da zero.
La protagonista è la giovane Baby Doll che, dopo un incidente in cui perde la vita la sorella, viene portata dal patrigno in un istituto d’igiene mentale con l’intenzione di farla lobotomizzare.
Per sfuggire alla grigia realtà della reclusione, Baby Doll si rifugerà in una realtà alternativa della quale faranno parte anche altre quattro ragazze rinchiuse nell’istituto, pronte a combattere insieme a lei per raggiungere la libertà.
Dopo uno straordinario incipit, scandito soltanto dalle note (rivisitate) di «Sweet Dreams» degli Eurythmics, lo stile debordante di Snyder diventa però molto presto eccessivo e difficilmente sopportabile.
A parte alcuni virtuosismi tecnici degni di nota, la sua regia rimane poco calibrata soprattutto nel passaggio tra il mondo della realtà e quello dell’immaginazione.
Seppur il soggetto di partenza possa risultare particolarmente interessante, la sceneggiatura (scritta da Snyder insieme all’esordiente Steve Shibuya) diventa col passare dei minuti sempre più ripetitiva e scontata, giungendo a un finale decisamente pacchiano che lascia ancor più delusi per le potenzialità che questo film sembrava avere in germe.
Quello che rimane al termine della visione di «Sucker Punch» è infatti la sensazione di una grande occasione persa da un regista che ha buon talento ma deve ancora capire (magari con meno ambizioni) come indirizzarlo al meglio.
 
Decisamente lontano dagli eccessi visivi di «Sucker Punch» è invece il delicato «Non lasciarmi», il nuovo film di Mark Romanek a otto anni di distanza dal thriller «One Hour Photo» con Robin Williams.
Tratto dal celebre romanzo di Kazuo Ishiguro, «Non lasciarmi» si apre con le parole di Kathy H, ragazza che racconta in prima persona la sua vita (e quella dei suoi amici Tommy e Ruth) a partire dai suoi ricordi d’infanzia.
Cresciuti come orfani in una scuola, apparentemente idilliaca, isolata dal mondo esterno, i tre protagonisti scopriranno molto presto (grazie a un’insegnante dissidente) la loro vera natura: quella di cloni di esseri umani, nati soltanto per fornire, una volta raggiunta l’età adulta, organi per i trapianti.
Nonostante il tema sia molto abusato (anche da altra letteratura recente, si pensi a Michel Houellebecq), il romanzo di Ishiguro riesce a riflettere con forza sulla “scadenza” di vita che hanno i suoi personaggi (sanno di non poter sopravvivere alla terza donazione) come metafora dell’esistenza stessa di ogni essere umano.
Mark Romanek riesce con buona sensibilità a mettere in scena il testo letterario, facendosi aiutare dall’ottima performance della protagonista Carey Mulligan, nettamente superiore ai suoi due partner Andrew Garfield e Keyra Knightley.
Seppur le svolte narrative della pellicola rischino spesso di risultare prevedibili (anche per chi non ha letto il testo di partenza), «Non lasciarmi» riesce comunque a mantenere sempre alto il coinvolgimento emotivo del pubblico, fino alle sequenze finali in cui il “rischio” della commozione è davvero dietro l’angolo.
 
Molto meno coinvolgente, nonostante il genere di appartenenza, è invece «Frozen» di Adam Green, regista noto soltanto agli amanti dell’horror per il suo «Hatchet» del 2006.
Protagonisti di questo suo ultimo lavoro sono tre studenti universitari che, come si evince facilmente fin dalla locandina, rimarranno sospesi a mezz’aria su una seggiovia bloccata, a causa di un equivoco fra i macchinisti, a metà del suo percorso. Inizialmente sperano che si tratti soltanto di uno stop temporaneo dell’impianto, ma poi capiscono di essere stati “dimenticati”: la stazione sciistica riaprirà soltanto cinque giorni dopo.
Una grande sfida girare un lungometraggio di 90 minuti con una trama del genere per un regista poco esperto: Adam Green l’ha capito bene e, per evitare danni eccessivi, tira per le lunghe un’insipida parte iniziale (dove i tre personaggi arrivano sulle piste e iniziano a sciare) in cui non si aspetta altro che il momento per il quale il film è stato concepito.
Rispetto all’affascinante «Buried»(a cui è stato paragonato) di Rodrigo Cortes, in cui il protagonista era chiuso in una bara per tutta la durata della pellicola, «Frozen» manca completamente di quelle idee necessarie per tenere alta l’attenzione del pubblico.
Il regista cerca di mostrare dove può arrivare l’istinto di sopravvivenza umana in una situazione che richiama le nostre paure più ancestrali, ma (a causa di svolte e imprevisti narrativi poco credibili) la sua riflessione cede molto presto il passo alla noia (grave se si pensa che si tratti di un thriller ad alta tensione!) e alla sempre più evidente banalità, il cui apice viene raggiunto in un finale che difficilmente potrà sorprendere gli spettatori.  
 
A chiudere il cerchio delle uscite della settimana c’è un prodotto che ha già fatto (e farà) molto discutere: «Silvio Forever», documentario su Silvio Berlusconi, di Roberto Faenza e Filippo Macelloni.
Dopo le polemiche, dovute alla decisione della Rai di non trasmettere il trailer integrale del film sulle sue reti, arriva nei cinema italiani in più di 100 copie l’ “autobiografia non autorizzata” (come annuncia il sottotitolo sulla locandina) dell’attuale Presidente del Consiglio.
Scritto dai giornalisti Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, «Silvio Forever» è un documentario (o volendo un mockumentary) in cui Berlusconi, la cui ipotetica voce narrante è di Neri Marcorè, racconta la sua vita dall’infanzia fino all’imprenditoria e alla carriera politica.
Roberto Faenza cerca di riprendere lo stile adottato nel 1978 per «Forza Italia», ironico (e anticipatore, visto il titolo) ritratto della classe politica italiana degli anni settanta, aggiornandolo alla situazione attuale.
Tanti riferimenti ai più recenti fatti di cronaca (dalla madre Rosa Rossi Berlusconi che, in una vecchia intervista, annuncia che non si vedranno mai foto del figlio con delle donne, alle immagini di Berlusconi insieme a Gheddafi) non bastano però a decretare la buona riuscita di un prodotto scontato e poco coraggioso, seppur sia volutamente “neutro” fin dall’inizio, per buona parte della sua durata.
Gli autori hanno utilizzato noti materiali televisivi (comprendenti dichiarazioni, provocazioni e gaffe di Berlusconi), per la maggior parte già ampiamente sviscerati, con il fine di creare una sorta di archivio cronologico della carriera (nel bene e nel male) del protagonista della pellicola.
Difficile però capire il senso di una tale operazione documentaristica, la cui utilità appare molto relativa visto che al centro vi sono immagini (e parole) che chiunque abbia fatto ricerche, o semplicemente si sia interessato alle vicende di Silvio Berlusconi, conosce già perfettamente.

Chimy

Voto Sucker Punch: 2/4

Voto Non lasciarmi: 2,5/4

Voto Frozen: 1,5/4

Voto Silvio Forever: 2/4

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Recensioni del weekend di Halloween: svetta "L'illusionista" di Sylvain Chomet

Articolo già pubblicato su IlSole24Ore

Chi si aspettava nelle nostre sale un weekend di Halloween all’insegna del genere horror dovrà ricredersi.
Mentre «Paranormal Activity 2», da record negli Stati Uniti ma finora deludente al botteghino italiano, cercherà di approfittare del ponte di Halloween per guadagnare terreno sul fenomeno «Benvenuti al sud» (che ha superato i 20 milioni di euro d’incasso, ma che ora dovrà vedersela anche con «Maschi contro femmine» di Fausto Brizzi), a far la parte del leone troviamo (decisamente a sorpresa) il cinema d’animazione, con ben tre titoli tra le uscite della settimana.
Fra questi la pellicola più importante e attesa è «L’illusionista» di Sylvain Chomet, la cui genesi è già di per sé di enorme interesse.
La storia alla base del film è tratta da una sceneggiatura del celebre regista francese Jacques Tati, scritta nella seconda metà degli anni ’50 e mai portata sul grande schermo dall’autore di «Le vacanze di Monsieur Hulot» e «Playtime».
La figlia di Tati, Sophie Tatischeff, a più di mezzo secolo di distanza, decise che quel testo non poteva più rimanere in un semplice archivio, ma doveva essere portato sul grande schermo da un regista in grado di coglierne tutto lo spessore.
La scelta cadde saggiamente su Sylvain Chomet (che aveva già reso omaggio a Tati nel suo precedente «Appuntamento a Belleville»), che è riuscito a non deludere le attese dei tanti fan del suo “sceneggiatore”.
Opera struggente per la quale risulta davvero difficile trattenere le lacrime, «L’illusionista» racconta di un anziano prestigiatore francese (ricalcato sul volto e sulla mimica dello stesso Jacques Tati), ormai costretto a esibirsi in caffè e teatrini di periferia perché sui grandi palcoscenici la scena gli è stata rubata da gruppi di rockstar in grado di attirare un pubblico maggiore.
Durante un’esibizione in un piccolo pub scozzese incontrerà la giovane Alice, che rimane affascinata dai suoi trucchi credendo si tratti di vera magia. La ragazza, che lo seguirà poi a Edinburgo, diventerà allora la vera ragione di vita del vecchio illusionista.
Sylvain Chomet, come per il toccante «Appuntamento a Belleville», sceglie l’animazione tradizionale, il disegno a mano e le due dimensioni per rappresentare metaforicamente (in un momento storico in cui il cinema animato è sempre più sinonimo di digitale e di 3d) l’universo della professione del suo protagonista, per la quale il pubblico ha smesso di provare interesse.
Il risultato è un film davvero unico al giorno d’oggi (e quasi del tutto muto per le differenze linguistiche fra i due protagonisti) che ci auguriamo possa colpire non soltanto i più nostalgici, ma anche le più giovani generazioni.
 
Diametralmente opposta è invece l’animazione de «Il regno di Ga’Hoole», girato in computer grafica e, naturalmente, in 3d.
Il regista Zack Snyder, dopo aver portato sul grande schermo due celebri fumetti come «300» di Frank Miller e «Watchmen» di Alan Moore, ha ora scelto una saga di libri fantasy («I guardiani di Ga’Hoole» della scrittrice americana Kathryn Lasky) come fonte della sua ultima opera.
Protagonisti del film sono due giovani barbagianni, Soren e Kludd, che, benché fratelli, hanno una visione del mondo completamente diversa: Soren è un sognatore da sempre affascinato dalla leggenda dei “guardiani di Ga’Hoole”, gruppo di mitici guerrieri alati che combattono contro la malvagia fazione dei Puri, decisi a sottomettere l’intero regno dei gufi; Kludd invece non crede a nessuna di queste storie e la sua attenzione è concentrata unicamente sul cacciare, volare e guadagnarsi i favori del padre.
I due barbagianni scopriranno molto presto che non si tratta di semplici leggende e si ritroveranno arruolati sui due fronti opposti: Soren con i guardiani di Ga’Hoole, Kludd con i Puri.
Visivamente sontuoso, «Il regno di Ga’Hoole» colpisce soprattutto per un utilizzo davvero brillante del 3d (fatto assai raro), che riesce a dare un valore aggiunto al film rendendolo altamente spettacolare. Quello che manca è però purtroppo una struttura narrativa in grado di supportare le acrobazie tecniche di Snyder e gli incantevoli effetti speciali.
Se nelle prime sequenze appare ben fatta la descrizione della famiglia dei barbagianni, man mano che passano i minuti la trama diventa sempre più banale e, a tratti, infantile (anche se mai quanto quella della terza uscita animata della settimana, «Winx Club 3d-Magnifica avventura» di Iginio Straffi), con una seconda parte, caratterizzata anche da alcune forzate scelte registiche, in cui si attende soltanto il prevedibile incontro-scontro fra i due fratelli protagonisti.
 
Non ci sono però soltanto film d’animazione in uscita per il weekend di Halloween ma anche diverse pellicole “dal vero”: fra queste va certo segnalata «Animal Kingdom», vincitrice di uno dei premi più importanti allo scorso Sundance Film Festival (il Gran Premio della Giuria al miglior film straniero) e presentata in questi giorni, fuori concorso, anche al Festival di Roma.
Diretto dall’esordiente australiano David Michôd, il film racconta della vita dell’adolescente Josh che, dopo la morte della madre per overdose (rappresentata nello scioccante incipit), si trasferisce a casa di sua nonna e dei suoi tre zii, criminali in perenne conflitto con la polizia locale. L’aver varcato la soglia della sua nuova abitazione rappresenterà così per Josh l’inizio di una nuova esistenza, costellata di violenze e soprusi, dove sembra impossibile mantenere salda la propria innocenza.
Una regia solida riesce a far perdonare qualche calo in una sceneggiatura che, procedendo senza infamia e senza lode, riesce comunque a raccontare bene il traumatico ingresso del protagonista nell’età adulta.
Michôd, che ha avuto un passato come reporter d’inchiesta sulla criminalità a Melbourne, utilizza uno stile quasi documentaristico per la sua opera prima: se da una parte ne deriva un certo distacco fra gli spettatori e le vicende narrate, dall’altra ne risulta uno sguardo sincero su una storia ispirata dai tanti fatti di cronaca nera di cui il regista è stato diretto spettatore.
 
Molto diverso è invece lo sguardo del cileno Pablo Larraín per «Post mortem», film che arriva nelle nostre sale dopo essere passato in concorso all’ultima Mostra di Venezia.
Dopo il fortunato esordio di «Tony Manero» (premiato al Torino Film Festival 2008), Larraín alla sua seconda opera (attraverso tempi dilatati e una costante ricerca di una presunta autorialità) fa sentire eccessivamente il peso della sua regia in una storia che avrebbe invece richiesto una maggiore spontaneità stilistica.
Siamo in Cile nel 1973, nei giorni in cui Augusto Pinochet rovescia con un colpo di stato il governo di Salvador Allende, instaurando nel paese una dittatura militare. Protagonista della storia è Mario Cornejo, dattilografo dell’obitorio, il cui lavoro consiste nel trascrivere le autopsie sotto dettatura dal medico legale.
L’obiettivo del regista, riuscito soltanto in parte, è quello di raccontare un personaggio che possa rappresentare metaforicamente la condizione del popolo cileno in un periodo così difficile della sua storia.
Brillante è in questo senso la scelta della professione di Mario: il numero sempre crescente di cadaveri (compreso quella di Allende) presenti in obitorio in attesa di un’autopsia, rende bene la situazione di un paese che dovrà sempre più abituarsi alla cultura della morte.
Molto meno interessante è invece la vita privata di Mario. Il regista non riesce a riprodurre la valenza simbolica come avrebbe desiderato e finisce per limitarsi a raccontare la solitudine di un uomo triste, raffigurata inoltre in maniera molto scontata: con un vecchio pentolino arrugginito dove cucinare delle uova e l’ossessione per una bella ragazza che non potrà mai ricambiarlo.

Chimy

Voto  a L'illusionista: 3/4

Voto a Il regno di Ga'Hoole: 2,5/4

Voto ad Animal Kingdom: 2,5/4

Voto a Post mortem: 2/4
 

Watchmen: teorie d'adattamento…

La recensione del Para sul film la trovate qui su Paper Street

La (lunga) recensione di Chimy:

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Oggetto strano questo Watchmen di Zach Snyder, ambiguo e difficilmente definibile in breve. Più adatto ad un lavoro saggistico accademico sulla questione dell’adattamento che ad una recensione di critica militante.

Tralasciando in parte, per ora, per motivi di spazio e d’interesse relativo nella lettura di un blog, la questione che più gli compete, quella di analisi del testo e dei rapporti fra i testi, che ci auguriamo di poter trattare più ampiamente in futuro, è però corretto anticipare qualche possibile riflessione testuale sul film (senza scomodare, per il momento, la semiotica che parrebbe però la disciplina più adatta ad inquadrare le potenzialità analitiche dell’opera in questione).

Watchmen è un testo a due livelli: al secondo è un film di Zach Snyder, ma al primo è un adattamento dell’opera di Alan Moore che, tralasciando giochi di parole o possibili incomprensioni, considero personalmente uno dei capolavori letterari del secolo che ci siamo lasciati alle spalle. Lascerò perdere delle questioni fondamentali sullo spessore tematico e filosofico presenti nel testo per concentrarmi maggiormente sul passaggio da Moore a Snyder.

Bene. Detto questo diventa assolutamente centrale tentare di definire cosa sia ontologicamente il film di Snyder in un rapporto di adattamento con il testo di partenza per poi giungere soltanto in seguito a dare una valutazione critico-numerica del film uscito nelle nostre sale.

Con queste riflessioni sulla portata ontologica della relazione fra testi non voglio dare delle risposte ma fare piuttosto alcune domande, che troveranno forse maggiori spunti dalla discussione.

Watchmen è un fumetto, non un libro, e questo naturalmente cambia molto per un adattamento cinematografico. Watchmen però non è un semplice fumetto-serie, ma è una graphic novel: un romanzo-fumetto, volendo semplificare molto.

Quanto è corretto parlare di intertestualità per definire allora questo lavoro? Abbiamo davvero il passaggio da una forma di testualità ad un’altra oppure non è così semplicemente definibile la questione?.

Watchmen di Snyder potrebbe essere allora visto come lavoro semplicemente illustrativo dell’opera di Moore, ma non credo proprio sia così (magari lo fosse! La questione sarebbe allora ben più semplice). Vero che il fumetto di Moore, grazie alle illustrazioni di Dave Gibbons, è qualcosa di assolutamente “cinematografico” con icone-vignette che sembrano costantemente icone-inquadrature di un immenso film apocalittico che ci troviamo davanti.

Dove sta allora l’interesse del passaggio fra un testo e l’altro se sembra (ma non è) la semplice ripresa di un qualcosa che era semplicemente da “illustrare” sullo schermo e non più sulle pagine? L’interesse sta che il passaggio da Watchmen a Watchmen non fa parte dell’intertestualità, ma forse dell’intratestualità (si badi vorrei porre questa questione come spunto di riflessione, come domanda, non come risposta).

Già perché si potrebbe pensare che il lavoro di Snyder sia all’interno dello stesso contesto culturale-testuale di quello di Moore e non di forme artistiche diverse completamente.

Se prendiamo come buona questa suggestione si sviluppano due possibilità: una più facilmente giudicabile come corretta e possibile e una molto facilmente considerabile errata e degna di far storcere il naso a molti, se non a tutti.

Nel primo caso Snyder utilizza il fumetto di Moore come sceneggiatura, o meglio ancora come storyboard. Il passaggio non è più quindi da una testualità all’altra, ma da fasi diverse della stessa complessità di un unico testo. Come spesso avviene alcune parti di questa sceneggiatura-visiva vengono modificate da Snyder che mantiene però per buona parte l’ordine degli eventi e dello storyboard. Non è molto diverso il rapporto, per fare un esempio, fra lo Psycho definitivo sullo schermo e quello della sceneggiatura e dello storyboard, che aggiunge parti (poche come per Watchmen) che verranno poi tolte (o modificate) nel film definitivo.

La seconda suggestione diviene quasi invece una provocazione, sempre inserita in termini di intratestualità.

Se il Watchmen di Zach Snyder fosse un remake del Watchmen di Alan Moore? Un rifacimento che opera all’interno della stessa testualità. Possibile? Sì se iniziassimo a lavorare maggiormente su categorie non unicamente definite in cinema, letteratura, fumetto… ma all’interno di categorie intermediali fatte di scambi e relazioni fra forme diverse.

Qui mi devo allora collegare a citare un magnifico (e forse folle, quanto questo post) saggio di Gianni Canova sulla questione del remake in cui scrive testualmente: «Parliamo di remake da film a film ma siamo molto più diffidenti ad applicare questa categoria a fronte di operazioni di rimediazione che fanno transitare un racconto, un mondo, una visione, da un videogame a un film, da un libro a un film, da uno spettacolo teatrale a un film […] è come se il cinema e noi studiosi faticassimo ad aprirci a una cultura veramente intermediale oltre che intertestuale, cioè come se faticassimo ad operare con categorie aperte a ipotesi di lavoro basate su un vero meticciato ermeneutico, linguistico e testuale».

L’idea del meticciato è straordinaria e sarebbe da approfondire, speriamo, in futuro.

La domanda di base è quindi però se a seconda del grado di fedeltà, possiamo aprire la concezione di remake anche da un’arte all’altra oppure no? Se mai si dovesse entrare in un dibattito sull’argomento Watchmen sarebbe il caso esemplificativo di cui mi piacerebbe parlare.

 

Mi auguro sinceramente di poter sviluppare in futuro più ampiamente queste tematiche, ma ora è anche giusto giustificare brevemente perché reputo il lavoro di Snyder un buonissimo film al di là delle questioni abbozzate sopra sul rapporto fra i due testi.

Snyder riesce, pur con qualche discutibile (vedi il finale) cambiamento, a rimanere fedele allo spirito del fumetto di Alan Moore e alla sua componente di spessore filosofico quasi ineguagliabile.

Watchmen (parlo del film) non è solo un’opera che parla del 1985, della paura atomica, o che è riuscita ad essere attualissima per parlare degli anni in cui stiamo vivendo: Watchmen riesce a parlare dell’umanità, delle sue paure e dei rapporti fra le persone. Paure e rapporti che trascendono l’identità storico e politica che Moore e Snyder mostrano ad un livello di base ed esplicito dell’opera.

Il grosso merito di Snyder è stato poi quello di aver delineato dei personaggi magnifici che vivono di vita propria rispetto a quelli “adattati-sceneggiati-storyboardati-remakati” di Moore.

Rorschach, per il quale ammetto una predilezione ai limiti del fanatismo, diviene così uno dei personaggi più belli e profondi visti sullo schermo negli ultimi anni, ma non sono da meno tutti gli altri.

Quello che più mi ha fatto piacere (ed è questo il principale motivo per cui giudico assolutamente degno un film dal quale invece mi aspettavo poco) è che Snyder è riuscito a trasmettere in quasi ogni sequenza tutta la grande passione che lui (e noi) ha avuto per il fumetto originale ponendosi con la giusta umiltà rispetto a Moore, che si trasforma (l’umiltà) in vero e proprio amore per il materiale di partenza. Non esagera con il suo stile eccessivo (qualche fastidioso stop-and-go, perdonabile nel complesso) perché sa che il protagonista del film non è lui ma è il “testo” stesso, a cui lascia tutto lo spazio possibile senza inserimenti di altri che ne possano minare la superiorità (regia, messa in scena, un personaggio).

Una passione talmente forte, quella del regista, che tende a diffondersi su tutto il pubblico, anche su chi (mi auguro almeno in parte) non abbia ancora letto il fumetto.

Una passione che non si può non apprezzare e che non può che fare felici e far sorridere gli amanti del fumetto durante la visione.

Anche, e soprattutto, in tempi come questi (parafrasando Spettro di seta) in cui abbiamo sempre meno da sorridere. Ma d'altronde cosa possiamo aspettarci? Il Comico non ci ha lasciati stanotte, è morto diverso tempo fa.

 

 

 

Chimy

 

 

Voto Chimy: 3/4