Il nuovo Lo Hobbit e tanto cinema d’autore

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Riflettori puntati su «La desolazione di Smaug»: in uscita nelle nostre sale l’attesissimo e convincente secondo capitolo della trilogia de «Lo Hobbit», diretta da Peter Jackson.

Per il trono al botteghino dovrà però vedersela con la debolissima commedia «Un fantastico via vai» di Leonardo Pieraccioni, mentre per gli amanti del cinema d’autore sono da segnalare «Molière in bicicletta» di Philippe Le Guay e «Still Life» di Uberto Pasolini.

 

Se con «Un viaggio inaspettato», arrivato sul grande schermo esattamente un anno fa, Peter Jackson aveva fatto storcere il naso alla maggior parte dei fan di J.R.R.Tolkien, in particolare per una prima parte troppo macchinosa, con «La desolazione di Smaug» ritrova quella verve creativa che aveva mostrato nella trilogia de «Il signore degli anelli».

Il film si apre esattamente dove era terminato il precedente capitolo: Bilbo Baggins è in viaggio con il mago Gandalf e tredici Nani, decisi a riconquistare la Montagna Solitaria e il perduto Regno dei Nani di Erebor. Sulla loro strada il temibile Drago Smaug.

Scorrevole e quasi del tutto privo di tempi morti, «La desolazione di Smaug» è un prodotto spettacolare e divertente che sfrutta al meglio il ricco budget a disposizione (oltre 200 milioni di dollari) per creare una magnifica esperienza visiva.

Saggiamente, nonostante le tante critiche dei puristi del testo di partenza, Jackson inserisce diversi spunti narrativi inediti che giovano a una struttura drammaturgica che parte piano ma cresce sempre più col passare dei minuti.

Il vero valore aggiunto è però proprio il Drago Smaug, affascinante antagonista “interpretato” (non solo con la voce, ma anche con movimenti trasposti digitalmente) da Benedict Cumberbatch.

 

Toni più intimi sono quelli di «Molière in bicicletta» del francese Philippe Le Guay.

Protagonista è Serge che ha interrotto la carriera d’attore per ritirarsi in una casetta sull’Île de Ré, dove vive come un eremita. Tenterà di porre fine al suo isolamento l’amico e collega Gauthier, che gli propone di recitare insieme a teatro «Il misantropo» di Molière.

Presentato fuori concorso al Torino Film Festival 2013, «Molière in bicicletta» è una commedia gradevole e fin troppo ambiziosa.

L’opera si mescola con la vita, i due attori si contendono il ruolo principale e l’affetto di una ragazza italiana di nome Francesca: la sceneggiatura e gli ottimi dialoghi funzionano più della messinscena di Le Guay, scolastica e piuttosto insipida.

Bravi come sempre i due interpreti principali, Fabrice Luchini (Serge) e Lambert Wilson (Gauthier).

 

Ancor più significativa è però la performance di Eddie Marsan in «Still Life» di Uberto Pasolini.

L’attore inglese veste i panni di John May, un impiegato comunale addetto alla ricerca dei parenti di persone morte in solitudine. Quando il suo reparto viene ridimensionato a causa della crisi economica, John dedicherà tutti i suoi sforzi a un ultimo caso.

Dopo aver esordito dietro la macchina da presa con «Machan» nel 2007, Uberto Pasolini dimostra grande maturità con un’opera seconda intensa e coinvolgente.

Vincitore del premio come miglior regista della sezione Orizzonti dell’ultima Mostra di Venezia, Pasolini, autore romano che ha costruito la sua carriera in Inghilterra, con «Still Life» ha realizzato un film originale ed emozionante grazie anche al supporto di un cast in ottima forma, Marsan in primis.

Peccato soltanto per un finale non all’altezza del resto della pellicola.

 

Infine, una menzione negativa per «Un fantastico via vai», diretto e interpretato da Leonardo Pieraccioni.

Il regista toscano, qui nei panni di un padre di famiglia cinquantenne finito a vivere in una casa di studenti, si dimostra sempre più ripetitivo e privo di idee interessanti.

Pochissime risate e tanta noia per un film scontato in cui Pieraccioni arriva persino ad autocitarsi, riprendendo una delle sequenze cult del suo esordio «I laureati» del 1995.

 

Chimy

Voto Lo Hobbit-La desolazione di Smaug: 2,5/4

Voto Molière in bicicletta: 2/4

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«Blue Jasmine» di Woody Allen diverte ed emoziona. Delude Spike Lee

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Il grande ritorno di Woody Allen: dopo diversi passi falsi, da «Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni» a «To Rome With Love», il regista newyorkese ritrova la forma migliore con «Blue Jasmine», il film più importante in uscita questo weekend.
In seconda fila, convincenti pur con meno entusiasmo, si schierano «Dietro i candelabri» di Steven Soderbergh e «Stop the Pounding Heart» di Roberto Minervini; mentre il titolo di pecora nera della settimana va a «Oldboy» di Spike Lee.

Dopo un tour europeo che ha toccato città come Londra, Roma, Barcellona e Parigi, Woody Allen torna negli Stati Uniti e realizza il suo miglior film dai tempi di «Match Point» (2005).
Protagonista è Jasmine (Cate Blanchett), una donna elegante e amante della vita mondana newyorkese, che, in seguito a una crisi di nervi, decide di trasferirsi a San Francisco nel modesto appartamento della sorella Ginger (Sally Hawkins). Cercherà di dare un nuovo senso alla propria esistenza dopo aver scoperto che suo marito Hal (Alec Baldwin), un ricco uomo d’affari ora in prigione per truffa, la tradiva con diverse altre donne.
L’ultima pellicola di Woody Allen è una profonda riflessione sull’America di oggi, sulla crisi economica e sullo scontro tra due opposte mentalità che, simbolicamente, si riflettono nelle città di New York e di San Francisco.
Se la regia appare più raffinata rispetto agli ultimi lavori dell’autore, ancor più rilevante è la sceneggiatura, ricca allo stesso tempo di sarcasmo e grande spessore psicologico, perfettamente equilibrata tra il presente e il passato del personaggio di Jasmine.
Una menzione a parte per la straordinaria performance di Cate Blanchett, solida e credibile dal primo all’ultimo minuto, che si meriterebbe una nomination ai prossimi premi Oscar.

 

Altro film particolarmente atteso è «Dietro i candelabri», diretto da Steven Soderbergh e incentrato sulla vita di Liberace, celebre pianista statunitense nato a Milwaukee nel 1919 e morto a Palm Springs nel 1987. Prodotta dalla televisiva Hbo, la pellicola ruota attorno alla relazione sentimentale, nata nella seconda metà degli anni ’70, tra l’artista e Scott Thornson, un aspirante veterinario molto più giovane di lui.
Seppur sia ispirato alle memorie dell’artista, «Dietro i candelabri», più che un semplice biopic, è una rappresentazione dello stile di vita di Liberace, della sua passione per il kitsch e del passaggio dalla grande popolarità al declino artistico, simboleggiato dalla minaccia dell’Aids.
Attraverso uno stile rigoroso, Soderbergh costruisce una pellicola riuscita ed efficace che manca però di quei guizzi che l’avrebbero resa ancor più emozionante.
Ottimi i due protagonisti, Michael Douglas e Matt Damon, intensi come non si vedevano da diverso tempo.

Dopo la presentazione al Torino Film Festival, arriva nelle sale «Stop the Pounding Heart», ultimo capitolo della trilogia texana di Roberto Minervini, iniziata con «The Passage» e proseguita con «Low Tide». L’autore marchigiano, ormai da diversi anni trapiantato negli Stati Uniti, racconta la vita di una famiglia di allevatori di pecore, ponendo particolare attenzione su Sara, ragazza cresciuta seguendo i precetti della Bibbia e il rigido insegnamento dei genitori.
Minervini si conferma regista di talento, grazie a una messinscena documentaristica che trasmette tutta la veridicità della vicenda mostrata. Mentre la conclusione è incisiva e toccante, rimane il rimpianto per una prima parte che fatica troppo a carburare, girando a vuoto come la maggior parte dei personaggi in scena.

Infine, una segnalazione negativa per «Oldboy» di Spike Lee, remake dell’omonimo cult movie del 2003 diretto dal sudcoreano Park Chan-wook.
Josh Brolin veste i panni di Joe Ducett, un uomo che viene improvvisamente rapito e tenuto prigioniero in isolamento per vent’anni. Una volta libero avrà un solo pensiero in testa: la vendetta.
Lee cerca in tutti i modi di dare un senso all’operazione percorrendo strade diverse rispetto al film originale, ma finisce presto per incartarsi anche a causa di una sceneggiatura altalenante. Gli unici momenti davvero riusciti sono l’incipit e la conclusione, in mezzo troppi i passaggi narrativi frettolosi e le scelte stilistiche azzardate.
Brolin non demerita seppur non riesca a reggere il confronto con il protagonista della pellicola sudcoreana, Choi Min-sik.

 

Chimy

Voto Blue Jasmine: 3/4

Voto Dietro i candelabri: 2,5/4

Voto Stop the Pounding Heart: 2/4

Voto Oldboy: 2/4

Grande cinema d’autore: emoziona «Il passato» e scuote «Il tocco del peccato»

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Aria di Cannes nelle sale italiane: mentre il botteghino si aspetta grandi cose dallo spettacolare e più che discreto «Thor: The Dark World» e, in tono minore, dall’impacciata commedia «Fuga di cervelli» di Paolo Ruffini, gli spettatori più cinefili puntano su due ottimi titoli presentati lo scorso maggio sulla Croisette, «Il passato» di Asghar Farhadi e «Il tocco del peccato» di Jia Zhang-ke.

Reduce dallo straordinario successo di «Una separazione» – Orso d’Oro al Festival di Berlino 2011 e Premio Oscar come miglior film straniero – Farhadi riprende ne «Il passato» le tematiche che hanno reso grande il suo cinema: protagonista è Ahmad, un uomo iraniano che, dopo quattro anni di separazione, torna a Parigi da Teheran su richiesta di Marie, la sua ex moglie francese, per portare a termine la procedura di divorzio.

Durante il breve soggiorno, Ahmad scopre le difficoltà di rapporto tra Marie e sua figlia, Lucie, nata da un precedente matrimonio: i suoi sforzi per aiutarle a riappacificarsi lo porteranno a scoprire un terribile segreto.

Arrivato al suo sesto lungometraggio, l’iraniano Asghar Farhadi si conferma uno dei più importanti registi mediorientali in attività: «Il passato» è un film di rara eleganza, realizzato con grande attenzione formale e contrassegnato da una fotografia curata fino ai minimi dettagli.

I continui colpi di scena, fin troppi con l’approssimarsi della conclusione, contribuiscono a dare al film un ottimo ritmo e a lasciare col fiato sospeso fino all’ultima, emozionante, sequenza. Menzione speciale per un cast in splendida forma, in cui svetta Bérénice Bejo, premiata a Cannes con il titolo di Miglior Attrice.

 

Si prepara a scuotere anche gli stomaci più forti «Il tocco del peccato», ultima fatica di Jia Zhang-ke. Ispirato ad alcuni episodi di cronaca nera, il film è diviso in quattro segmenti ambientati in altrettante regioni della Cina contemporanea. Da un operaio deciso a ribellarsi contro i leader del suo villaggio a una receptionist che viene aggredita da un ricco cliente, i protagonisti delle varie vicende si trovano costretti a ricorrere alla violenza per potersi vendicare delle umiliazioni subite.

Chi ha conosciuto Jia Zhang-ke grazie a «Still Life», Leone d’Oro alla Mostra di Venezia 2006, rimarrà indubbiamente spiazzato di fronte a «Il tocco del peccato»: dalle atmosfere rarefatte e sospese delle sue opere precedenti, l’autore cinese è passato a una messinscena segnata da un ritmo frenetico e da continui cambi di genere.

Il punto di forza è la sceneggiatura, premiata sulla Croisette, capace di raccontare con grande determinazione i volti più oscuri della società cinese di oggi.

Nonostante sia un film a episodi, il risultato è un mosaico ben amalgamato e coraggioso sia dal punto di vista visivo, sia da quello dei contenuti, con cui Jia Zhang-ke non risparmia diverse critiche al sistema sociale e politico del suo paese.

 

Infine, tra altre uscite di poco conto (oltre a «Fuga di cervelli», anche l’insipida commedia «Alla ricerca di Jane» di Jerusha Hess), una segnalazione positiva per «Thor: The Dark World» di Alan Taylor.

Sequel di «Thor» del 2011, il film vede il celebre supereroe affrontare un nuovo temibile nemico, Malakith, deciso a trascinare l’universo nell’oscurità. Per riuscire a sconfiggerlo, Thor dovrà riunirsi a Jane Foster e liberare suo fratello Loki, rinchiuso nelle prigioni di Asgard per alto tradimento.

Forte di ottimi effetti speciali e di un grande approfondimento psicologico sui personaggi, la saga di Thor continua a essere uno dei migliori risultati ottenuti dalla Marvel Comics sul grande schermo.

Seppur inizialmente fatichi a carburare, «Thor: The Dark World» cresce alla distanza rivelandosi un prodotto riuscito, divertente e senza eccessive pretese.

Come nell’episodio precedente, il migliore del cast è indubbiamente Tom Hiddleston che, grazie a pochi sguardi, riesce a trasmettere tutta la malvagità, geniale e al tempo stesso spietata, dell’ambizioso Loki.

 

Chimy

Voto Il passato: 3/4

Voto Il tocco del peccato: 3/4

Voto Thor: The Dark World: 2,5/4

Incanta e stupisce «Blancanieves», film muto di Pablo Berger. Delude Valeria Bruni Tedeschi

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Halloween sul grande schermo si festeggia… senza parole: il titolo più significativo in uscita questo weekend è «Blancanieves», film completamente muto in bianco e nero, diretto da Pablo Berger.

Vincitore di ben dieci premi Goya (gli Oscar spagnoli), la pellicola è una rivisitazione in chiave macabra e grottesca della celebre favola dei fratelli Grimm, «Biancaneve e i sette nani»: protagonista è la piccola Carmen, figlia di un ex torero paralitico e di una cantante morta dandola alla luce, viene cresciuta dalla nonna danzatrice di flamenco. Alla morte di quest’ultima va ad abitare dalla perfida matrigna, seconda moglie del padre, che la detesta e la tratta con sadico dispotismo tanto da desiderarne la morte.

Ormai adolescente, verrà salvata da una compagnia di nani girovaghi che la introdurranno al mondo della corrida: con il soprannome di Blancanieves, Carmen sfrutterà al meglio i consigli paterni per diventare una talentuosa torera.

Ambientato nell’Andalusia degli anni ’20, «Blancanieves» è innanzitutto un grande omaggio al cinema muto, ricco di citazioni e riferimenti a registi come Friedrich Wilhelm Murnau, Eric von Stroheim e Tod Browning.

Coinvolgente ed emozionante dal primo all’ultimo minuto, ha tra i suoi punti di forza un incantevole apparato visivo e una toccante colonna sonora, realizzata dal compositore Alfonso de Vilallonga.

Rispetto a «The Artist», celebre film muto vincitore di cinque premi Oscar nel 2012, la pellicola di Berger non appare mai gratuita e, al contrario, sceglie strade complesse e coraggiose sia dal punto di vista estetico, sia da quello contenutistico.

Tra le tante riflessioni che «Blancanieves» sviluppa nel corso della narrazione, svetta quella conclusiva sul freak show e sui fenomeni da baraccone: come si evince dall’ultima sequenza, spietata e commovente al tempo stesso, i personaggi delle favole vengono trasformati in merce mostruosa da vendere al miglior offerente.

 

Si prepara a dividere, invece, «Miss Violence» diretto dal greco Alexandros Avranas.

Vincitore del Leone d’Argento per la Miglior Regia all’ultima Mostra di Venezia, il film si apre con una sequenza scioccante: durante una festa di compleanno, all’interno di un condominio come tanti, la festeggiata (una ragazzina di undici anni) decide improvvisamente di buttarsi dal balcone. Il suicidio metterà a dura prova la, già precaria, stabilità familiare.

Ricco di momenti angoscianti e quasi intollerabili, «Miss Violence» è un durissimo pugno allo stomaco che ha, quantomeno, il merito di non lasciare indifferenti. Piuttosto altalenante nel suo andamento narrativo, il film ritrova la potenza drammaturgica dell’incipit soltanto nelle sequenze conclusive. Il modello di riferimento, fin troppo evidente, è il cinema di Yorgos Lanthimos, la firma più importante del panorama greco contemporaneo, ma Avranas riesce a raggiungerlo soltanto sul piano formale e non su quello dei contenuti. Piccola curiosità: nella colonna sonora è presente anche «L’italiano» di Toto Cutugno.

 

Toni decisamente diversi sono quelli di «Before Midnight», terzo capitolo della saga sentimentale di Richard Linklater, iniziata con «Prima dell’alba» (1995) e proseguita con «Before Sunset» (2004).

Jesse e Celine, lui americano e lei francese, sono in vacanza in Grecia, con le loro due gemelle. La coppia, ormai di mezz’età, dovrà affrontare nuove ombre legate al proprio futuro insieme.

Presentato al Festival di Berlino 2013, «Before Midnight» è un prodotto di sceneggiatura, costruito unicamente sui lunghi e colti dialoghi tra i due protagonisti. Il risultato è credibile e apprezzabile, seppur manchi al film il giusto cambio di ritmo che, vanamente, si aspetta per tutta la sua durata.

 

Infine, in un weekend segnato anche da diversi titoli di basso profilo – da «Sole a catinelle», la nuova commedia con Checco Zalone, all’horror «Smiley» – è forte la delusione per «Un castello in Italia», terzo lungometraggio diretto da Valeria Bruni Tedeschi dopo «È più facile per un cammello…» del 2003 e «Attrici» del 2007.
La regista interpreta anche la protagonista Louise, una donna appartenente a una famiglia, ormai decadente, di industriali italiani che si trovano costretti a vendere il castello in cui vivono. L’incontro con Nathan (Louis Garrel), un giovane attore francese, le restituirà speranza per il futuro.

Incapace di trovare il giusto equilibrio tra i registri, dal grottesco al drammatico, Valeria Bruni Tedeschi firma un film artificioso e forzato, i cui difetti partono da una sceneggiatura scritta grossolanamente. Tra i tanti attori noti in scena (ci sono anche Filippo Timi e Xavier Beauvois, entrambi fuori parte), la migliore è Marisa Borini nei panni della madre di Louise.

 

Chimy

 

Voto Blancanieves: 3/4

Voto Miss Violence: 2/4

Voto Before Midnight: 2,5/4

Voto Un castello in Italia: 1/4

Commuove ed emoziona «La vita di Adele», straordinaria storia d’amore firmata Abdel Kechiche

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L’ultima Palma d’Oro sbarca nelle nostre sale: «La vita di Adele» di Abdellatif Kechiche, film vincitore del Festival di Cannes 2013, è il titolo più importante in uscita questo weekend.

Ispirato alla graphic novel «Il blu è un colore caldo» di Julie Maroh, ha per protagonista Adèle, un’adolescente con una vita convenzionale e un fidanzato a cui dedica scarse attenzioni. Un giorno incrocia per strada Emma, ragazza dai capelli blu di diversi anni più grande di lei: il ricordo di quell’incontro fugace inizierà presto a ossessionarla. Qualche tempo dopo le due si rincontreranno casualmente e inizieranno un’intensa relazione.

Abdellatif Kechiche, nato a Tunisi ma naturalizzato francese, al suo quinto lungometraggio si conferma uno dei grandi talenti del panorama contemporaneo, autore di un cinema vitale, pulsante e capace di lasciare senza fiato dal primo all’ultimo minuto.

Dopo aver raccontato in «Cous cous» (2006) il sogno di aprire un ristorante di un sessantenne maghrebino e in «Venere nera» (2010) la triste esistenza di Saartjie Baartman, con «La vita di Adele» mette in scena l’evolversi di una commovente storia d’amore: dalla passione alla gelosia, fino alla sua lenta conclusione.

Nelle quasi tre ore di durata, il film non ha alcun calo e riesce a immergere gli spettatori nella psiche della timida e insicura Adèle, una ragazza come tante che cerca di costruirsi una propria identità nel mondo di oggi.

Due attrici in stato di grazia, Adèle Exarchoupolos (Adèle) e Léa Seydoux (Emma), contribuiscono a fare de «La vita di Adele» uno dei titoli più emozionanti, coraggiosi e intensi visti al cinema negli ultimi anni.

 

Poco convincente, invece, «Il quinto potere», film diretto da Bill Condon e incentrato sul caso WikiLeaks.

La pellicola racconta, in particolare, il rapporto tra Julian Assange e il suo ex braccio destro Daniel Domscheit-Berg: i due si incontrano nel 2007 e, nel corso di tre anni, porteranno la piattaforma informatica alla notorietà mondiale grazie alla pubblicazione di una serie di documenti riservati e di segreti clamorosi.

Scelto come titolo d’apertura del Toronto Film Festival 2013, «Il quinto potere» non riesce ad approfondire adeguatamente uno dei fenomeni mediatici più importanti degli ultimi decenni.

Basato su due diversi volumi – «Inside WikiLeaks» dello stesso Daniel Domscheit-Berg e «WikiLeaks» dei giornalisti David Leigh e Luke Harding – contro i quali si è scagliato lo stesso Assange definendoli menzogneri e diffamatori, il film risulta efficace nelle prime battute ma si fa sempre più confuso col passare dei minuti.

Bill Condon ha alcune buone trovate (la redazione virtuale di WikiLeaks in primis) che rischiano però di perdersi all’interno di una narrazione troppo dispersiva.

A tenere a galla il film ci pensano però i due ottimi protagonisti: Benedict Cumberbatch (Assange) e Daniel Brühl (Domscheit-Berg).

 

Un esempio di cinema decisamente più leggero è «Dark Skies» di Scott Stewart. Protagonista è una famiglia come tante, composta da una giovane coppia con due figli, alle prese con l’odierna crisi economica. La loro esistenza si trasformerà in un incubo quando, all’interno del focolare domestico, inizieranno a materializzarsi presenze inquietanti ed eventi soprannaturali.

A metà tra l’horror e la fantascienza, «Dark Skies» risulta un prodotto in grado di divertire e spaventare, seppur proceda con il pilota automatico per tutta la sua durata.

La sceneggiatura è scontata e piena di cliché, così come la messinscena di Stewart che appare eccessivamente stereotipata.

Nel cast da segnalare la presenza di J.K.Simmons, noto per aver impersonato J.Jonah Jameson, il direttore del Daily Bugle, nella trilogia di Spider-Man per il grande schermo.

 

Voto La vita di Adele: 3,5/4

Voto Il quinto potere: 2/4

Voto Dark Skies: 2/4

Convince il cileno «Gloria». Per i più piccoli arriva «Cattivissimo me 2»

Articolo già pubblicato su IlSole24Ore

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Il cinema sudamericano è ancora protagonista: dopo l’argentino «Las acacias» di Pablo Giorgelli, uscito la scorsa settimana nelle nostre sale, questo weekend è il turno di «Gloria» firmato dal cileno Sebástian Lelio.

Al centro della scena una donna di cinquantotto anni, di nome Gloria, divorziata e con due figli adulti e indipendenti: per combattere la solitudine riempie le sue giornate di svariate attività e di notte frequenta locali per single della sua età. Una sera incontra Roldolfo, uomo fresco di separazione dalla moglie, con il quale proverà a costruire un’importante relazione.

Tra i film più apprezzati dell’ultimo Festival di Berlino, «Gloria» è l’intenso ritratto di una donna sola e abbandonata, disposta a tutto pur di trovare nuovi affetti, sullo sfondo del Cile odierno, ancora impegnato a fare i conti con la pesantissima eredità del passato.

Alternando sequenze drammatiche e momenti ironici, Lelio dimostra buon talento nonostante la sua messa in scena – a volte spontanea, a volte studiata a tavolino – sia priva di particolari guizzi.

Nei panni della protagonista è davvero straordinaria Paulina García, meritatamente premiata a Berlino con l’Orso d’Argento per la miglior attrice.

Piccola curiosità: nella colonna sonora è presente l’omonima canzone di Umberto Tozzi, «Gloria», del 1979.

 

Particolarmente atteso tra le nuove uscite è anche «Emperor», dramma storico diretto dal britannico Peter Webber. Ambientato in Giappone al termine della seconda guerra mondiale, il film è incentrato attorno alla figura del generale americano Bonner Fellers – braccio destro di Douglas MacArthur – scelto per indagare e decidere la sorte dell’imperatore Hirohito,  A influenzare la sua scelta, il ricordo e la ricerca di Aya, una studentessa giapponese di cui Fellers si era perdutamente innamorato diverso tempo prima.

Presentato al Festival di Toronto 2012, «Emperor» fatica a coniugare adeguatamente i diversi generi che vuole rappresentare: dalla cronaca storica al melodramma.

Peter Webber, arrivato al suo terzo lungometraggio per il grande schermo dopo «La ragazza con l’orecchino di perla» (2003) e «Hannibal Lecter – Le origini del male» (2007), appare ancora incerto su quale sia il giusto stile da adottare finendo per mettere troppa carne al fuoco.

Nel cast decisamente meglio Tommy Lee Jones (un credibile Douglas MacArthur) del più giovane Matthew Fox (Bonner Fellers), noto ai fan del piccolo schermo per il ruolo del dottor Jack Shepard nella serie «Lost».

 

Infine, una menzione per «Cattivissimo me 2», titolo d’animazione che arriva in Italia dopo aver guadagnato quasi 900 milioni di dollari in tutto il mondo.

Diretto da Pierre Coffin e Chris Renaud, il film riparte esattamente da dove si era chiuso il capitolo precedente uscito nel 2010: Gru, abbandonata la carriera criminale, ha molto tempo libero da passare insieme al dottor Nefario, ai Minions e alle piccole Margo, Edith e Agnes. Proprio quando inizia ad adattarsi al suo nuovo ruolo, una fantomatica organizzazione – la Lega Anticattivi – bussa alla sua porta.

Scontato e convenzionale nel suo andamento narrativo, «Cattivissimo me 2» è un prodotto pensato per i più piccoli che rischia però di annoiare e deludere il pubblico adulto.

La Illumination Entertainment (casa di produzione della pellicola) si dimostra ancora troppo indietro rispetto alla Pixar e alla Dreamworks, sia per lo sviluppo delle storie, sia per un’animazione digitale appena sufficiente.

Note positive del film sono i divertenti siparietti dei Minions, bizzarre creature di colore giallo che saranno presto protagoniste di una pellicola a loro interamente dedicata.  

 

Chimy

 

Voto Gloria: 2,5/4

Voto Emperor: 2/4

Voto Cattivissimo me 2: 2/4

I ragazzi terribili di Sofia Coppola e l’Apocalisse secondo Edgar Wright

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La storia (vera) dei ragazzi che hanno derubato Hollywood: in uscita questo weekend nelle nostre sale, «Bling Ring», diretto da Sofia Coppola, racconta uno dei fatti di cronaca più curiosi degli ultimi anni.

Protagonista è un gruppo di adolescenti di Los Angeles che ha rubato oltre tre milioni di dollari di beni dalle ville di alcune star cinematografiche: tra le loro illustri vittime figurano Orlando Bloom, Megan Fox e Paris Hilton.

A tre anni di distanza da «Somewhere» (vincitore del Leone d’Oro alla Mostra di Venezia 2010), Sofia Coppola torna a trattare le tematiche che hanno segnato la sua intera filmografia: la superficialità dello show business e l’ipocrisia di Hollywood in primis.

Presentato nella sezione Un Certain Regard dell’ultimo Festival di Cannes, «Bling Ring» ha buon ritmo (nonostante un andamento narrativo spesso ridondante) e riesce a sviluppare interessanti riflessioni sulla deriva (criminale) della cultura pop contemporanea e sull’universo dei teen-ager americani, costretti a dover quantomeno sfiorare la celebrità per potersi sentire pienamente realizzati.

Come nei precedenti film di Sofia Coppola («Lost in Translation» compreso), si alternano sequenze particolarmente suggestive ad altre trascurabili e non necessarie, soprattutto con l’approssimarsi della conclusione.

Nel cast, una Emma Watson (ex Hermione Granger della saga di «Harry Potter») poco incisiva perde il confronto con le meno note Katie Chang e Claire Julien.

 

Altro film molto atteso è «La fine del mondo», commedia apocalittica firmata dall’inglese Edgar Wright. La trama è incentrata su cinque amici d’infanzia decisi a ripetere un “epico” tour dei pub portato (quasi) a termine circa vent’anni prima. Nel corso della nottata, mentre si apprestano a raggiungere l’ultima tappa (il locale “La fine del mondo”), si accorgeranno che la vera sfida sarà riuscire a sopravvivere.

Terzo capitolo della cosiddetta “trilogia del cornetto” (iniziata da «L’alba dei morti dementi» del 2004 e proseguita con «Hot Fuzz» del 2007), «La fine del mondo» è la pellicola meno convincente firmata dal (solitamente) bravo Edgar Wright.

Piuttosto frettoloso e poco studiato nella sceneggiatura, il film si smarrisce  molto presto, indeciso su quale sia la giusta strada da prendere e incapace di divertire come avrebbe voluto. Mancano i colpi di genio mostrati dall’autore britannico in «Scott Pilgrim vs. The World» (2010) e quel che rimane de «La fine del mondo» è un prodotto innocuo, di media fattura, che provoca più di qualche sbadiglio.

 

Dal Regno Unito proviene anche «Redemption», esordio dietro la macchina da presa dello sceneggiatore Steven Knight con protagonista Jason Statham.

L’attore interpreta Joey Smith, un ex soldato fuggito dall’ospedale militare in cui  era stato ricoverato durante una missione in Afghanistan. Per evitare la corte marziale, Joey si è nascosto nei bassifondi di Londra, dove vive insieme ad altri senzatetto come lui.

Uscito nelle sale inglesi a fine giugno, «Redemption» mostra solo a tratti il grande talento di Knight nella scrittura dei personaggi (tra i suoi script «Piccoli affari sporchi» di Stephen Frears e «La promessa dell’assassino» di David Cronenberg).

Il neoregista cade spesso nel cliché, sia dal punto di vista narrativo sia da quello visivo, ispirandosi a diverse pellicole del genere thriller contemporaneo.

Un Jason Statham non all’altezza non riesce a trasmettere i sentimenti interiori del suo tormentato personaggio.

Knight ha fatto decisamente meglio con la sua opera seconda: l’ottimo «Locke» presentato fuori concorso all’ultima Mostra di Venezia.

 

Infine, il titolo di pecora nera del weekend va a «Sotto assedio-White House Down» di Roland Emmerich. Il regista tedesco (habitué dei film catastrofici ad alto budget, da «Independence Day» a «L’alba del giorno dopo») questa volta punta alla Casa Bianca: il palazzo presidenziale viene preso d’assalto da un gruppo armato paramilitare e, mentre i servizi segreti sono nel caos, la parte dell’eroe tocca a John Cale (Channing Tatum), agente della polizia di Washington che, casualmente, si trova nell’edificio insieme alla figlia.

Curiosamente molto simile al recente «Attacco al potere» di Antoine Fuqua (anche in quel caso un solo uomo si trova a fronteggiare un attacco terroristico alla Casa Bianca), «Sotto assedio-White House Down» è un film didascalico, inutilmente fracassone, che non riesce nemmeno a intrattenere.

Sempre più scontato col passare dei minuti, finisce per risultare una pellicola che sa eccessivamente di già visto e della quale non si sentiva certamente il bisogno.

 

Chimy

Voto Bling Ring: 2,5/4

Voto La fine del mondo: 2/4

Voto Redemption: 2/4

Voto Sotto assedio: 1,5/4

Emoziona l’omaggio di Scola a Fellini. Gondry convince a metà

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Un grande maestro ne racconta un altro: «Che strano chiamarsi Federico» è il toccante omaggio di Ettore Scola a Federico Fellini, in arrivo questo weekend nelle nostre sale dopo la presentazione, fuori concorso, all’ultima Mostra di Venezia.

In occasione del ventennale della morte del regista riminese, Scola descrive il suo rapporto con Fellini, dalle comuni frequentazioni giovanili (la redazione del giornale satirico “Marc’Aurelio”) fino al consolidarsi di una grande amicizia.

Più che un semplice documentario, «Che strano chiamarsi Federico» è un originale cortocircuito di ricordi e sensazioni, dove Scola mantiene la posizione di un ammiratore devoto, che ha avuto il privilegio di conoscere una delle figure più significative del novecento italiano.

Se la pellicola, dopo alcuni tentennamenti iniziali, diverte e convince per tutta la sua durata, una menzione speciale va all’emozionante sequenza finale – un ultimo e definitivo carosello felliniano – in cui si fatica non poco a trattenere le lacrime.

 

Altro film particolarmente atteso in uscita questa settimana è «Mood Indigo», ultima follia del talentuoso Michel Gondry. Tratto dal romanzo «L’écume des jours» di Boris Vian del 1947, il film racconta la relazione tra Colin (Romain Duris), un ricco parigino che si dedica a curiose invenzioni, e Chloe (Audrey Tautou), una ragazza di cui l’uomo s’innamora perdutamente. I due si sposano ma durante la luna di miele Chloe rimane vittima di una rara e bizzarra malattia.

Dopo alcune pellicole poco personali («The Green Hornet» del 2011 e «The We and the I» del 2012), il regista francese è tornato allo stile, artigianale e surreale, de «L’arte del sogno» (2006), uno dei suoi lavori più riusciti in assoluto.

Nel caso di «Mood Indigo», però, la messinscena appare poco spontanea ed eccessivamente studiata a tavolino per poter emozionare come avrebbe voluto.

Nonostante siano molte le scelte azzeccate (l’uso dei colori in particolare) e diverse le sequenze toccanti (il finale che omaggia «L’atalante» di Jean Vigo), Gondry cade spesso nella maniera, tentando vanamente di ritrovare quella creatività del passato che oggi sembra soltanto un lontano ricordo.

 

Decisamente più piatto e meno stravagante è «Una fragile armonia», esordio nel cinema di finzione di Yaron Zilberman. La trama ruota attorno a un celebre quartetto d’archi che, alla vigilia di una nuova stagione di concerti, rischia di perdere il proprio leader, colpito dal Parkinson e deciso a ritirarsi.

Classico film di sceneggiatura e di interpreti, «Una fragile armonia» è un prodotto dallo scarso valore cinematografico, che punta tutto sulle battute pronunciate dai vari attori in scena. Zilberman non riesce ad approfondire le dinamiche psicologiche interne al quartetto, prima e dopo la tragica notizia, e quel che ne risulta è una pellicola scolastica e, paradossalmente, priva del giusto ritmo. A salvarla, almeno in parte, un cast in buona forma, da Philip Seymour Hoffman a Christopher Walken, passando per Catherine Keener.

 

Infine, da segnalare l’uscita di «The Spirit of ‘45», nuovo documentario di Ken Loach incentrato sul secondo dopoguerra britannico.

Soffermandosi sui cambiamenti affrontati dal suo paese, Loach mostra come i risultati del governo laburista del 1945 abbiano gettato le basi per la costruzione del futuro della Gran Bretagna, mettendo il collasso economico alle spalle, grazie alle politiche di espansione industriale, di affermazione della proprietà pubblica e del welfare.

Esattamente come nelle sue opere di finzione, Loach lavora con grande rigore e passione, dimostrando ancora una volta come il suo cinema sia un mezzo per portare avanti le sue convinzioni, sociali e politiche. Alternando interviste recenti (a persone che hanno visto finire la seconda guerra mondiale) a materiali di repertorio dell’epoca, il regista costruisce un quadro storico che racconta contraddizioni e cambiamenti del Regno Unito dagli anni ’40 in avanti.

La struttura del documentario è classica e il fine è didattico, ma, tra le pieghe della narrazione, viene fuori il tocco, ironico e serissimo al tempo stesso, di un autore che, arrivato a 76 anni, ha ancora moltissimo da dire.

 

Chimy

 

Voto Che strano chiamarsi Federico: 3/4

Voto Mood Indigo: 2,5/4

Voto Una fragile armonia: 2/4

Voto The Spirit of ’45: 2,5/4

Wolverine senza infamia e senza lode. Per i più piccoli arriva Titeuf

Articolo già pubblicato su IlSole24Ore

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L’estate è la stagione dei supereroi: dopo «L’uomo d’acciaio» di Zack Snyder e in attesa di «Kick-Ass 2» di Jeff Wadlow, questa settimana arriva nelle nostre sale «Wolverine-L’immortale» di James Mangold.

Forte del successo di «X-Men le origini-Wolverine», spin-off della saga degli X-Men uscito nel 2009 e diretto da Gavin Hood, il mutante dagli artigli metallici torna in una nuova produzione a lui completamente dedicata.

Il personaggio, interpretato come sempre da Hugh Jackman, questa volta si spingerà fino in Giappone per andare al capezzale di un ricco imprenditore, ormai in fin di vita, che aveva conosciuto e salvato diversi anni prima. L’uomo, deciso a ricompensarlo, gli offre la possibilità di trasformarlo in un semplice essere umano: fragile e mortale.

Più efficace nelle sequenze statiche che in quelle d’azione, «Wolverine-L’immortale» è un prodotto senza infamia e senza lode, piatto e poco coraggioso, ricco di spunti interessanti che però rimangono soltanto in superficie.

James Mangold (autore di «Quando l’amore brucia l’anima» del 2005 e «Innocenti bugie» del 2010) si conferma un discreto mestierante hollywoodiano, privo di grandi guizzi ma capace di regalare un buon ritmo alle sue pellicole.

Hugh Jackman è ormai perfettamente a suo agio nei panni del supereroe mentre, tra i tanti attori nipponici in scena, il migliore è Hiroyuki Sanada, noto per titoli come «Tasogare Seibei» di Yoji Yamada o «Sunshine» di Danny Boyle, che torna a lavorare per il grande schermo a quattro anni di distanza da «Quella sera dorata» di James Ivory.

 

Se «Wolverine-L’immortale» punta soprattutto sul pubblico adolescente, per i più piccoli c’è «Titeuf-Il film», primo lungometraggio animato tratto dalla nota serie a fumetti francese, diventata negli anni anche un prodotto per la televisione.

Alla regia lo svizzero Philippe Chappuis, in arte Zep, colui che nel 1992 ha creato il personaggio di Titeuf, un bambino come tanti che deve fronteggiare quotidianamente grandi e piccole disavventure.

Questa volta Nadia, compagna di scuola di cui il protagonista è segretamente innamorato, sta per celebrare il suo compleanno ma ha deciso di invitare tutti tranne Titeuf che, pur di farle cambiare idea, sarà disposto a tutto.

Presentato nei giorni scorsi al Giffoni Film Festival, «Titeuf-Il film» ha (esattamente come gli albi a fumetti) il fine di mostrare come i bambini guardino al mondo degli adulti.

Purtroppo, a causa di una sceneggiatura piuttosto raffazzonata, la pellicola sembra una semplice puntata televisiva allungata più che un lavoro pensato per il grande schermo. Il 3d non aiuta una forma anonima e ben poco suggestiva persino per il, non troppo all’avanguardia, panorama dell’animazione europea.

 

Dalla Francia proviene anche «Se sposti un posto a tavola», commedia (molto) leggera firmata da Christelle Raynal. Prima di un banchetto di nozze, i segnaposti su un tavolo vengono inavvertitamente scambiati: la nuova disposizione modificherà per sempre le vite dei commensali. Cosa succederebbe però se l’ordine dei cartoncini cambiasse nuovamente?

«Sliding Doors» (1998) è stato più che un’ispirazione per «Se sposti un posto a tavola», film che sembra semplicemente una (brutta) copia della pellicola di Peter Howitt con Gwyneth Paltrow.

Lo spunto è ambizioso ma la regista transalpina non riesce a trovare la giusta sintonia tra le varie storie che racconta. Col passare dei minuti il ritmo crolla miseramente mentre la sceneggiatura, prevedibile e monotona, rende i personaggi sempre più stereotipati.

 

Chimy

Voto Wolverine-L’immortale: 2/4

Voto Titeuf, il film: 1,5/4

Voto Se sposti un posto a tavola: 1/4

Robot e mostri giganti nello spettacolare Pacific Rim

Articolo già pubblicato su IlSole24Ore

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Il blockbuster più atteso dell’estate arriva nelle nostre sale: «Pacific Rim», in uscita in contemporanea mondiale, si prepara a far suo il box office dei mesi più caldi dell’anno.

Diretto dal messicano Guillermo Del Toro, talentuoso regista de «La spina del diavolo» (2001) e de «Il labirinto del fauno» (2006), il film è un grande (in tutti i sensi) omaggio ai monster movies giapponesi degli anni ’50 («Godzilla» di Ishiro Honda in primis) e alle serie animate nipponiche, con protagonisti robot giganteschi, come «Goldrake» o «Mazinga».

La trama, piuttosto semplice, ruota attorno allo scontro tra i Kaiju, mostri alieni di enormi dimensioni che hanno come scopo la distruzione dell’umanità, e i Jaeger, robot di pari grandezza (comandati al loro interno da due piloti) pronti a difendere la Terra dai temibili invasori.

A cinque anni di distanza da «Hellboy II: The Golden Army», Del Toro torna dietro la macchina da presa per il suo film più ambizioso e spettacolare: «Pacific Rim», nonostante gli evidenti limiti di una sceneggiatura piuttosto scontata, è un prodotto dallo straordinario impatto visivo che, anche grazie a un ottimo uso del 3d e dello spessore degli schermi IMax, lascia a bocca aperta per tutta la sua durata.

Toni nostalgici, nei confronti di un certo tipo di fantascienza ormai andato in pensione, fanno il paio con diverse sequenze divertenti, tra cui svetta la bizzarra fine in cui incappa Hannibal Chau, un grottesco mercante di organi dei Kaiju interpretato da Ron Perlman, da sempre l’attore feticcio di Guillermo Del Toro.

 

Un’impostazione, forzatamente, nostalgica è anche quella di «Uomini di parola» di Fisher Stevens con protagonista Al Pacino. L’attore interpreta Val, un ex criminale che, dopo aver passato gli ultimi ventotto anni della sua vita in prigione, è finalmente un uomo libero: all’uscita dal carcere trova Doc (Christopher Walken), suo vecchio amico e socio in affari. L’unico problema? Il loro boss di un tempo ha dato a Doc dodici ore per uccidere Val così da vendicare la morte del suo unico figlio.

Al suo secondo film da regista (dopo «Just a Kiss» del 2002), Fisher Stevens si dimostra ancora un principiante con la macchina da presa: «Uomini di parola» non riesce né a divertire né a intrattenere, vittima di un pessimo ritmo e di scelte narrative banali e mal scritte. Spiace dirlo ma il nome di Al Pacino è, ormai da più di qualche anno, sinonimo di bassa qualità.

 

Stessi punti deboli quelli  di «Parental Guidance», commedia di Andy Fickman con Billy Crystal e Bette Midler. I due, nei panni di una coppia di nonni all’antica, si ritroveranno per alcuni giorni a fare da babysitter ai tre nipotini: i loro metodi educativi, antiquati rispetto a quelli “moderni” seguiti dalla loro figlia Alice, creeranno non pochi problemi nel rapporto con i ragazzi.

Un soggetto narrativo tanto semplice ed elementare è l’emblema di una pellicola superficiale e senza alcuna pretesa. Le svariate gag comiche giocano su stereotipi assodati e ormai stantii, tanto che soltanto raramente riescono a strappare un abbozzo di sorriso.

 

Alte pretese sono invece quelle di «Now You See Me» di Louis Leterrier. Dopo l’epico «Scontro tra titani» (2010), il regista francese (specializzato in film d’azione hollywoodiani, poco apprezzati dalla critica) racconta un’altra battaglia: i contendenti sono una squadra dell’FBI e un team formato dai quattro più grandi illusionisti del mondo, che mettono a segno una serie di rapine in banca durante le proprie performance.

Piuttosto noioso e ridondante nei suoi quasi 120 minuti di durata, «Now You See Me» è un film che, furbescamente e senza troppo impegno, vorrebbe parlare a tutti i costi dell’attuale crisi economica cercando così di passare per un prodotto impegnato.

In realtà, le riflessioni che propone sono approssimative e poco profonde: ciò che rimane non è altro che una pellicola futile e, a tratti, persino irritante.

Nel cast si salva solo Woody Harrelson (uno dei quattro illusionisti), mentre il titolo di pecora nera va (per l’ennesima volta) all’impalpabile e mai intensa Mélanie Laurent.

 

Chimy

Voto Pacific Rim: 2,5/4

Voto Uomini di parola: 1,5/4

Voto Parental Guidance: 1,5/4

Voto Now You See Me: 1,5/4