Alice in Wonderland: autoreferenzialità d'autore

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Alice in Wonderland di Tim Burton è un film estremamente autoreferenziale. Non solo verso l’universo autoriale del suo regista, ma anche verso la stessa pellicola.
«È l’Alice sbagliata», ripetono i classici personaggi della tradizione disneyana, nell’accogliere, dopo una decina d’anni, Alice (interpretata da una brava Mia Wasikowska): per tutto il film credono che non sia la stessa Alice che avevano conosciuto quando era bambina.
Ma non è la stessa Alice nemmeno questo nuovo film, rispetto al grande classico Disney a cui si rifà esplicitamente. È infatti un sequel, ma anche un aggiornamento, e anche una riproposizione.
Ma esattamente come l’Alice diciannovenne non è (forse) la stessa Alice del passato, così il film non è la stessa Alice, e lo stesso paese delle meraviglie, dipinto da Disney cinquanta anni prima. Ma nello stesso modo in cui i personaggi nel film confrontano la nuova con la vecchia Alice, così il film ha bisogno del riferimento alla “vera” Alice, quella di Alice nel paese delle meraviglie di Disney. I personaggi, le situazioni, vivono infatti grazie al confronto con le convenzioni dettate ed imposte dal successo del capolavoro del 1951.
«Hai perso un  po’ della tua moltezza», dice il cappellaio matto (un sempre convincente Johnny Depp) ad Alice, accusandola di aver perso lo spirito sognante dell’infanzia. «Hai perso un po’ della tua moltezza», potrebbero accusare i fan più distratti al regista Tim Burton. Se, infatti, ad uno sguardo poco approfondito, si cadrebbe nella sensazione di essere di fronte ad un film in cui la visionarietà registica di Burton sia stata messa in secondo piano, la verità è che Alice in Wonderland è un film profondamente burtoniano. Colmo di citazioni e di allusioni, di rimandi e di sottili riferimenti ai suoi film: dai tronchi rotti e marci di Sleepy Hollow, ai personaggi reali a cui corrisponde un alter ego fantastico di Big Fish; dalle venature horror di teste galleggianti, come le gole tagliate di Sweeney Todd, ai personaggi creepy che popolano la filmografia del regista. È poi un mondo, quello delle meraviglie di Burton, dove bene e male, buono e cattivo, mantengono una divisione sottile, col risultato che la Regina Bianca (Anne Hathaway), anche se all’apparenza buona, risulta falsa e malvagia, nel preparare pozioni da strega, mentre la Regina Rossa (una grande Helena Bonham Carter), nel suo essere esplicitamente malvagia, risulta invece un personaggio assai più fascinoso ed umano (perché ama il suo primo sottoposto), di ogni altro personaggio del film. E, infine, Alice in Wonderland è anche un simile viaggio attraverso una fiera degli orrori e degli errori come lo era La fabbrica di cioccolato, altra operazione firmata Disney.
Alice in Wonderland è, in fondo, una mossa commerciale di riscrittura di un mondo in riferimento all’odierno spirito del tempo. È un film il cui target di riferimento è la ragazza adolescente o giovane adulta, in un momento dove il gothic, il creepy e lo sgradevole sono qualità che affascinano il grande pubblico. Ugualmente in linea con questo obiettivo, è la scelta di affidare e diffondere a tappeto la canzone finale del film ad Avril Lavigne, cantante pop rock di successo tra gli adolescenti statunitensi ed europei.
Se guardato nell’ottica di progetto commerciale, la scelta di Tim Burton ed il conseguente risultato del film, non può che essere soddisfacente.
Peccato però per un finale sottotono, con momenti sfacciatamente commerciali come la battaglia con il drago Chicarampa e, soprattutto, a quella “deliranza” che può essere eletta come il modo migliore per rovinare un film. Fortunatamente è un momento isolato e soprassedibile, che nonostante il cattivo gusto, forse, voleva essere uno sgradevole espediente con cui Burton ci ricorda che, nonostante la tradizione, non abbiamo visto cantare e danzare nessun personaggio, e che se fosse successo sarebbe stato fuori luogo. Forse un altro momento di quella autoreferenzialità di cui parlavamo all’inizio.

 

 

Para

 

 

Voto Para: 3/4

 

 


Superfluo aggiungere un'intera recensione, dato che buona parte dei concetti che volevo esprimere si trovano già in quella del Para, con la quale sono praticamente d'accordo su ogni punto. Mi sembra però importante sottolineare ancora maggiormente la natura compromittoria di Alice in Wonderland, dove alle imposizioni forti della committenza Disney si aggiunge la firma burtoniana (come già spiegato sopra). Poco visibile nelle singole sequenze che si possono citare, Tim Burton "controlla" autorialmente i concetti portanti che stanno alla base della sua ultima opera. Invenzione straordinaria (con tutte le conseguenze che comporta) Alice sceglie inconsciamente (o forse no) di tornare in quel mondo fantastico che credeva di aver sognato da bambina e nel quale era in realtà stata per davvero.Proprio questo slittamento d'età rappresenta una delle chiavi dell'opera, come ben scrive Federico Gironi: "non più bambina, ma post-adolescente costretta ad affrontare una vita adulta che non sente sua, l’Alice di Tim Burton è un personaggio sottilmente ma innegabilmente sessualizzato, tornata in un mondo magico e fantastico dove i mutamenti del suo corpo sono chiaro rimando a una femminilizzazione ed erotizzazione forti". Fugge così, in un inizio formidabile, dal mondo morto dei vivi per approdare al mondo vivo dei morti. Come il Victor de La sposa cadavere per intenderci.Nel finale Alice torna nel mondo "vero", ma fuggendo nuovamente dall'ipocrisia della società che non le appartiene per continuare a sognare e proseguire i sogni del padre. Evolvendosi, come il brucaliffo, nella poetica ultima inquadratura. In mezzo c'è il paese delle meraviglie, dove ci sono problemi legati alla natura troppo banale e "per tutti" della narrazione e dove l'impronta burtoniana non riesce a uscire (sempre) e a contenere quella della Disney (non dimentichiamo che la sceneggiatrice è Linda Woolverton, veterana dei film d'animazione della casa). Le scenografie suggestive vanno a volte a scontrarsi con un 3d che non può che lasciare delusi, dopo aver visto un paio di mesi fa il film della rivoluzione. Gli effetti della stereoscopia risaltano soltanto attraverso "movimenti da luna park" in cui gli oggetti vengono scagliati (o cadono) contro il pubblico. Più importante l'uso della performance capture, ma nessuno (o quasi) se n'è accorto. Alcuni personaggi deludenti (il brucaliffo, la regina bianca) vengono compensati da un magico stregatto e da una regina rossa straordinaria che entra di diritto nella galleria dei più importanti freak burtoniani: aggressiva come Sweeney Todd per la sua differenza fisica, folle come Willy Wonka, in realtà semplicemente sola e in cerca di affetto come Edward mani di forbice. Naturalmente un plauso speciale proprio a Helena Bonham-Carte che è con distacco la migliore di un cast che comunque si comporta egregiamente. Altra invenzione figurativa da segnalare sono le bellissime carte-soldato della regina rossa, anch'esse poco sottolineate dalle recensioni che si trovano in giro. Pur essendo Alice in Wonderland un buon lavoro, rimane però deludente il fatto che da uno dei più grandi registi viventi ci si aspetta sempre un film memorabile, ma come già detto e ripetuto i compromessi con la Disney (e la volontà legittima di raggiungere un ampio pubblico e un grande incasso) hanno decisamente frenato il genio di Burbank. Anche se bisognerebbe ricordare che l'ultima volta che Burton è sceso a compromessi tali (necessari a volte per realizzare poi opere più personali) è stato per il discusso Il pianeta delle scimmie; dopo il quale (e grazie anche agli incassi fatti con quel lavoro) è stato realizzato un certo Big Fish, che non solo è un capolavoro, ma in assoluto uno dei più grandi film del nuovo millennio. Meditate gente, meditate…

 

 

Chimy

 

 

Voto Chimy: 3/4


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