Big Bang Love, Juvenile A. Tutto l'amore di 4.600 milioni di anni.

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Chi conosce Takashi Miike, regista di questo film, sa che per lui ci sono alcuni temi che hanno un’importanza tale da apparire in quasi ogni sua pellicola, e questo è indubbio. Ce ne sono due che in un modo o nell’altro spiccano sempre sopra gli altri: l’emarginazione e l’infanzia.
Bib Bang Love, Juvenile A è una magistrale messa in scena di simbolismi, situazioni, frasi e parole che non vogliono altro che raccontare la vita di emarginati in un luogo emarginato. Inoltre l’infanzia, l’adolescenza e il passato hanno un ruolo preponderante nella vita dei protagonisti, perchè il passaggio dall’infanzia all’età adulta è un momento indubbiamente critico nella formazione di una persona, e a queste cose Miike ci tiene, come ha dimostrato in altri film.
Parlavo di simbolismo, e di simbolismo ce n’è molto. Ma non è quel simbolismo difficile e deciso che appare ad esempio in “Izo” (film di Miike del 2004), è un simbolismo molto più poetico e interpretativo, e questo rende il film sicuramente più affascinante. La bellezza è che questi simboli sono tanti, piccoli o grandi, e che vederli e "capirli" (sarebbe meglio dire interpretarli) è sempre un piacere.
L’ambientazione è qualcosa di tanto vago quanto affascinante. La prigione in cui si svolge il film è buia, l’illuminazione innaturale, i colori saturi, luoghi assurdi, forme e geometrie impalpabili. Una prigione in mezzo a un deserto, posta tra una piramide Maya e una base di lancio di un razzo spaziale (e qua vi ho già dato due bei "simboloni") trasmette proprio quella sensazione di luogo fuori dal mondo, di irreale, di metafisico.
La storia è un mosaico senza una linea temporale. Sostanzialmente è una sorta di investigazione su di un omicidio, ma è sviluppata in maniera molto particolare. Potremmo quasi dire che sia uno strano mix tra "Quarto Potere" di Welles, "Rapina A Mano Armata" di Kubrick e "Rashomon" di Kurosawa: flashback, ripetizioni, interrogatori, punti di vista e via dicendo. Non ci si accorge bene se e quanto tempo passi, perchè se l’ambientazione è palesemente fuori dal mondo, tutto è anche fuori dal tempo.
Richiamando nuovamente all’attenzione chi conosce Miike sa che il suo cinema si può dividere, generalizzando molto, in due filoni: da una parte i film assurdi, violenti, estremi, e dall’altra parte i film pacati, riflessivi. Questo film sembra essere qualcosa di nuovo, un mix tra “Izo” (per il simbolismo) e “Bird People in China” (per la profondità, l’introspezione). I film del secondo filone sono film dove la macchina da presa si muove dolcemente insieme ai personaggi, seguendoli in quello che fanno, mostrandocelo quasi senza mediazione. In “Big Bang Love, Juvenile A” c’è la volontà di sradicare ogni ordine, spaziale e temporale. La storia rimane senz’altro profonda e riflessiva ma chiede allo spettatore di adoperarsi a decifrarla, non la presenta, ma la propone, nel senso che sta allo spettatore vederci chiaro. Però capiamoci, non è che il messaggio, la storia, la vita dei personaggi siano criptici e indecifrabili, anzi, nell’intricato non è difficile capire il tutto, ma è un pelo più difficile capirlo a fondo.
Concludendo dico che è davvero lodevole come Miike riesca ad avere una sua maniera di fare cinema e di come riesca a gettarla in ogni luogo, in ogni genere, in ogni film. Il "tocco di Miike" mi verrebbe da dire, così come un tempo dicevano il "tocco di Lubitsch".

Para
Voto Para: 4/4
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