Nelle sale la «Venere nera» di Abdel Kechiche sfida il cinema a stelle e strisce

Articolo già pubblicato su IlSole24Ore

Un’estate cinematografica all’insegna dei recuperi. Dopo l’interessantissimo «Bronson» di Nicolas Winding Refn, uscito la scorsa settimana a più di due anni distanza dalla sue prime apparizioni nei circuiti festivalieri, arriva nelle nostre sale un altro “ritardatario” particolarmente atteso: si tratta di «Venere nera», il quarto lungometraggio dell’autore tunisino Abdel Kechiche, presentato in concorso alla Mostra di Venezia 2010.
La storia (vera) è quella di Saartjie Baartman, la cosiddetta “Venere ottentotta”, che venne sfruttata, per le sue caratteristiche fisiche, come fenomeno da baraccone nei freak show di Londra e Parigi d’inizio ‘800.
Dopo il successo di «Cous Cous» (meritato Premio della Giuria alla Mostra di Venezia 2007) Kechiche tiene fede al suo stile distaccato e voyeuristico, ma con esiti molto differenti rispetto a quelli ottenuti con la sua opera precedente. Se la sua regia, contrassegnata da costanti movimenti della cinepresa, appariva perfetta per rendere al meglio l’ariosità di un’opera collettiva come «Cous Cous», nel caso di «Venere nera» rischia di creare una distanza eccessiva, soprattutto a livello empatico, fra il pubblico e il personaggio principale.
Nonostante siano diversi i momenti di grande intensità, l’interesse per la tragica vita della Baartman, iniziata come oggetto da esibire e diventata fonte di piacere per i nobili libertini dell’epoca fino alla sua morte, si perde in una struttura a spirale dove persino il messaggio contenutistico (legato al razzismo e al sessismo, di ieri come di oggi) risulta ridondante nelle, almeno a tratti davvero estenuanti, oltre due ore e mezza di durata.
 
Come avverrà anche nelle prossime settimane, questo weekend  registra l’ennesima invasione di titoli statunitensi, che si vanno ad aggiungere a «X Men-L’inizio», «The Tree of Life» e a tante altre pellicole a stelle e strisce già presenti nelle nostre sale.
Fra i nuovi arrivi, troviamo «I guardiani del destino», esordio alla regia dello sceneggiatore George Nolfi, con protagonisti Matt Damon ed Emily Blunt.
Tratto da un racconto di Philip K. Dick del 1954, intitolato «Squadra riparazioni», il film è incentrato attorno al personaggio di David Norris, un giovane politico di grandi speranze, le cui azioni vengono controllate da un gruppo di misteriosi figuri, i “guardiani del destino” del titolo, in grado di decidere della vita di qualsiasi essere umano.
Mentre il testo di partenza si focalizzava sui dilemmi di un protagonista che scopre l’impossibilità del libero arbitrio, il film di Nolfi salta a piè pari qualsiasi riflessione filosofica per puntare su una zuccherosa storia romantica che oltrepassa il muro del buongusto, raggiungendo quello del grottesco involontario.
In più di un’occasione, a causa di una sceneggiatura inconcludente, si ha l’impressione di trovarsi davanti a una puntata malriuscita di una pessima serie televisiva piuttosto che a un lungometraggio con un budget di oltre 50 milioni di dollari
 
Fra gli altri titoli da segnalare, in questo weekend certamente non memorabile, troviamo anche «Libera uscita» dei fratelli Farrelly.
Protagonisti sono Rick e Fred, due amici quarantenni da diversi anni sposati con figli, che passano il tempo commentando tutte le donne che capitano loro davanti e invidiando la libertà degli uomini single. Stanche dei loro comportamenti infantili, le rispettive mogli decidono di seguire il curioso consiglio di un’amica: danno a Rick e Fred una settimana di totale libertà senza dover rendere conto di nulla, così da fargli capire che la realtà è molto diversa dalle loro fantasie.
Molto meno graffianti di un tempo (si pensi a pellicole comico-demenziali come «Scemo e più scemo» o «Tutti pazzi x Mary») i fratelli Farrelly realizzano una commedia piatta
che diventa sempre più prevedibile col passare dei minuti.
Nonostante nella prima parte vi siano alcune considerazioni non banali sulla vita di coppia, nelle sequenze conclusive il politically correct prende il sopravvento rendendo questo film meno pungente di quanto le sue premesse potessero far sperare.
Mentre gli attori protagonisti, Owen Wilson e Jason Sudeikis, recitano sottotono, sono da sottolineare alcuni curiosi e divertenti cameo di Richard Jenkins negli inediti panni di un seduttore professionista.

Chimy

Voto Venere nera: 2/4

Voto I guardiani del destino: 1/4

Voto Libera uscita: 2/4

Annunci

Cous Cous: un film ben cucinato dal franco-tunisino Kechiche

Presentato con successo di critica alla scorsa Mostra di Venezia dove aveva vinto, ex-aequo con la migliore opera della rassegna ("Io non sono qui" di Todd Haynes), il Premio speciale della Giuria, "Cous Cous" è un altro film (il secondo uscito quest’anno) che dimostra l’immensa stupidità dei traduttori di titoli del nostro bel paese.
Il titolo originale, "La graine et le mulet", che si riferisce a due ingredienti tipici del cous cous, è molto più elegante rispetto al pacchiano titolo italiano che spiattella tutto senza lasciare nulla di implicito.
Mai come quest’anno ci aspettano titoli "italiani", assurdi rispetto agli originali, e secondo noi è giusto segnalarli ogni qualvolta si presentino.
Abdel Kechiche racconta, con questo film, il mondo che conosce meglio: i nordafricani trapiantati da anni nel sud della Francia.
Il fascino derivante dall’opera è dato proprio dalla volontà (quasi) documentaristica dell’autore di raccontare, con la passione di chi ne fa parte, la vita di quel popolo: banale, drammatica o eccezionale che sia.
Quest’immersione verista trova il suo apice in una scena meravigliosa e indimenticabile: il pranzo della famiglia, naturalmente a base di cous cous. La macchina da presa ritrae i partecipanti al pasto, senza la volontà di descriverli o connotarli caratterialmente: semplicemente li guarda mentre mangiano e discorrono, diventano lei stessa una "persona" (seduta a tavola) che mangia cous cous.
La capacità del regista è anche quella di raccontarci una realtà collettiva, concentrandosi però sulla vicenda personale e privata del protagonista Beiji, un uomo anziano e disoccupato in grave difficoltà economica.
Beiji ha però un sogno: aprire un ristorante di cous cous sopra una barca; le difficoltà burocratiche sono molte, ma proprio grazie al sostegno della famiglia (e quasi di tutta la comunità) riuscirà a realizzarlo.
Il film è ben girato (mdp a mano) e molto ben montato, soltanto in alcuni casi si ha l’impressione che alcune scene siano troppo lunghe: tra queste c’è un, eccessivamente, patetico inseguimento di Beiji a dei ragazzi che gli hanno rubato il motorino.
Questo è il meno riuscito dei due finali montati alternatamente: anche perchè nell’altro c’è una bellissima danza del ventre della giovane Hafsia Herzi che riesce a svagare e divertire gli affamati clienti del ristorante. E insieme a loro anche noi spettatori che, grazie alla musica e alle sue movenze, riusciamo ad entrare nel cuore della cultura di questo popolo.

Chimy

Voto Chimy: 3 / 4