Vincere: un film che convince precisamente a metà

Difficile trovare un film per il quale la banale frase "convincente a metà" sia più appropriata che per Vincere, la nuova opera di Marco Bellocchio presentato con alterne fortune all’ultimo Festival di Cannes.
Questo semplicemente perché Vincere ha una prima parte ottima e coinvolgente e una seconda assolutamente non all’altezza di quanto visto in precedenza.
Bellocchio torna, dopo Buongiorno, notte, a mescolare la Storia pubblica d’Italia con il privato dei protagonisti che quella Storia l’hanno fatta, nel bene o nel male.
Se però nel film su Aldo Moro, che rimane la sua migliore opera fra quelle recenti, Bellocchio riusciva a bilanciare perfettamente le due linee e i registri differenti, in Vincere ci riesce molto meno soprattutto nella seconda parte.
Nella prima ora le scelte di forma sono stimolanti e di un altissimo livello intellettuale, soprattutto per chi conosce la storia del cinema italiano.
Gli anni ’10 della vita di Mussolini, vengono mostrati utilizzando generi e scelte stilistiche del cinema italiano del periodo: Bellocchio gioca (benissimo) con l’astrattezza del futurismo, appoggiandosi alle basi concrete del melodramma; e proprio come nei melodrammi dell’epoca è la donna la vera protagonista, con una Giovanna Mezzogiorno, particolarmente brillante, che segue bene la lezione di Francesca Bertini e delle altre dive dell’epoca. Ottime risultano qui anche le scelte sonore, che sottolineano il pathos degli eventi, e la fotografia di Daniele Ciprì che segue perfettamente la ricreazione di quell’epoca cinematografica voluta da Bellocchio.
Tanto stimolante cinematograficamente è la prima parte, altrettanto piatta è invece la seconda; qui Bellocchio si adagia su una forma standardizzata e convenzionale, smette di ragionare sul linguaggio cinematografico e si concentra unicamente sul racconto della vita di Ida Dalser, dopo che Mussolini l’ha abbandonata insieme al (loro) figlio.
Come avveniva ne Il regista di matrimoni, anche questo film di Bellocchio, altrettanto affascinante, ha un calo nel corso della visione di cui non si può non tenere conto.
Arrivano nel film gli anni ’20 e sembra quasi che si vada a seguire quella carenza creativa che aveva contraddistino proprio quel decennio del cinema italiano, dove non si riusciva a fare altro che seguire anacronisticamente il cinema (di successo) del decennio precedente.
Le immagini, la forma, cedono il posto alle parti scritte; non vi è più spazio per il sogno futurista dell’inizio. Quel sogno (in senso astratto-onirico) di riscatto finale di Ida Dalser che sembra quasi affacciarsi all’orizzonte ma che poi non viene messo in scena; quel sogno che invece era mostrato nello splendido finale di Buongiorno, notte con Aldo Moro che camminava tranquillamente per strada, riassaporando la sua libertà.

Chimy

Voto Chimy: 2,5/4


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