Dream: le sfumature del sogno nell'ultima poesia di Kim Ki-duk

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Si dice che nei sogni si nasconda ogni cosa: infinite sfumature tra due opposti, l’amore e la morte.

Ren (Lee Na-yeoung ) e Jin (Joe Odagiri) sono due opposti, o meglio, due parti complementari di due situazioni opposte. Ren ha lasciato il suo ragazzo, mentre Jin è stato lasciato dalla sua compagna. Jin ama ancora la sua ex, Ren detesta il suo ex. L’ex di Ren e la ex di Jin si frequentano.

Tra le anime di Jin e Ren, senza che questi si siano mai incontrati prima, si crea un legame particolare; lo stesso che lega il bianco al nero, le due facce dello stesso colore. Stesso colore, stessa storia; semplicemente nelle due posizioni opposte.

Così, nell’opposizione della stessa storia, Ren e Jin condividono due aspetti opposti della vita umana: il sonno e la veglia. Tra Jin e Ren c’è condivisione tra la realtà e l’immaginazione onirica. Ren, infatti, per ogni sogno di Jin, agisce da sonnambula interpretando nella realtà la parte del ragazzo. Quando però i sogni di Jin riguardano il suo rapporto con la ex compagna, Ren agisce per ribaltamento, indirizzando le azioni verso il suo ex ragazzo. Se, quindi, Jin sogna di avere un rapporto sessuale con la ex compagna, Ren si reca fisicamente dal proprio ex per fare la stessa cosa.

Per evitare dunque situazioni spiacevoli, Ren e Jin devono cercare di non dormire nello stesso momento. Oppure, secondo il consiglio di una specie di medico, dovrebbero innamorarsi l’uno dell’altra. La situazione con cui devono convivere li rinchiude in una gabbia opprimente in cui, potenzialmente, i desideri del subconscio di Jin (sottoforma di sogni) possono diventare le colpe di Ren. Ciò che cercano entrambi è la libertà, che significa tornare ad amare ed essere amati entrambi.

Per arrivare a questa libertà devono passare attraverso alcune fasi di un percorso di rinascita del proprio io; questo percorso è scandito da tre sequenze meravigliose.

La prima, ambientata in un campo di grano, mostra un momento in cui la realtà si confonde con il sogno per tutti e quattro i personaggi. Ren e Jin, per la prima volta nel film con abbigliamenti di colore opposto al solito (prima Ren era sempre vestita di bianco mentre Jin di nero, ora viceversa), si vedono costretti ad aiutare i due ex ragazzi (lei aiuta lei e lui aiuta lui) in un momento di litigio. Ren e Jin osservano la loro crisi, come spettatori esterni, ma intervengono, per una sorta di riflesso di solidarietà, nel supportarli quando sono soli.

La seconda, ambientata in un tempio buddista, è la fase di innamoramento di Ren e Jin. Qui, ad una composizione pittorica delle inquadrature, si aggiungono suoni sferici: le campane e delle bacchette di legno su una superficie di legno cava.

La terza ed ultima parte delle tre prese in esame è il finale, un momento di agghiacciante bellezza che porta lo spettatore in un limbo di fascinazione e poesia da cui è difficile uscire. Parlarne senza rivelarlo è impossibile, quindi per non negarvi il piacere immenso di assisterlo, accennerò soltanto a cosa riguarda. È infatti relativo alla morte, la morte come liberazione. La morte come atto d’amore. Per la maggior parte della sequenza siamo in una cella, una gabbia dove sperare di poter tornare liberi (la stessa situazione dei due protagonisti).

Tre fasi, abbiamo detto: la natura dell’uomo e del rapporto d’amore (il campo di grano), la fede dell’uomo nel rapporto d’amore (il tempio buddista), e la morte dell’uomo per la libertà dell’amore. I due opposti di cui si parlava all’inizio, l’amore e la morte, compiono una strada per unirsi, perché l’amore è (anche) violenza (verso sé stessi) e trascende la morte.

Prima del finale, Jin, per evitare di dormire, si auto flagella. Con questo gesto, nello stesso istante, usa la violenza e il dolore che ne consegue sia per evitare di dormire, sia soprattutto per chiedere perdono per ciò che ha arrecato il suo sognare. Jin, come la figura di Gesù Cristo, per propria scelta decide di soffrire per l’amore, il perdono e la credibilità della propria decisione.

Dream, quindi, più che un film (con una narrazione che ha un inizio e una fine) è un percorso. Un percorso soffuso, sottile, poetico. Un percorso in cui manca la partenza, e la fine. Un percorso che porta alla rinascita dopo l’involuzione, ma che non si ferma, per proseguire, immediatamente, nella ri-evoluzione dopo la morte.


Para

Voto Para: 3,5/4

Un silenzio assordante ha accompagnato lo scorrimento dei titoli di coda alla prima proiezione di Dream al Torino Film Festival; mentre in quelle successive sono state gli applausi ad accompagnare l’accensione delle luci della sala. Avevano ragione i primi spettatori.
Il silenzio è l’unica reazione possibile di fronte alle sequenze conclusive dell’ultimo film di Kim Ki-duk, che lasciano letteralmente sgomenti, scossi, senza possibilità di parlare poichè i brividi che ci attraversavano tutto il corpo ci rendevano impossibile anche il più semplice movimento delle corde vocali.
Prima di arrivare a questo però è meglio mettere subito le carte in tavola: per chi scrive, Dream non è una delle opere maggiore del genio coreano (per questo il voto è, in parte, trattenuto); i problemucci (se così si possono chiamare visto che sono davvero minimi) stanno forse in una parte centrale che sembra prendersi qualche pausa di troppo, forzando al contrario la situazione narrativa. Il resto è perfetto; compreso l’ottimo cast, dove però Joe Odagiri convince meno della sua eccellente partner Lee Na-yeoung, e dove svetta, per l’ennesima volta, l’immensa Ji-a Park (protagonista del precedente Soffio fra gli altri) che si può ormai considerare una delle più grandi attrici viventi.
Come spesso capita nei film di Kim Ki-duk, Dream ha dei balzi mostruosi con sequenze che farebbero impallidire qualsiasi regista (la citata sequenza del campo di grano ne è un esempio), e con un’architettura degli spazi assolutamente perfetta, sottolineata da forme e colori di enorme forza visivo-pittorica; assolutamente degna del regista che vi è dietro. Forse il più grande regista degli ultimi anni: Kim Ki-duk.
Il regista del più grande film del nuovo millennio, dipinge con la cinepresa corpi che si stanno progressivamente distruggendo. I protagonisti sono come dei bachi da seta, a cui però è diventato impossibile dormire nei loro comodi bozzoli, fino a quando almeno gli sopraggiungerà la morte (il sonno eterno) che li trasformerà in esseri altri: magnifiche farfalle.
Come avveniva in Ferro 3 o in Soffio è la prigione la metafora del bozzolo del baco: il (non)luogo dove avviene la rinascita ad uno stato superiore dell’essere.
Poi si arriva alla sequenza finale e qui ogni parola che leggerete diventa superflua: impossibile ragionare in termini razionali quando i nostri corpi tremano e si commuovono davanti ad una tale meraviglia del creato. Diventa inutile parlare, inutile recensire, inutile analizzare e cercare futili collegamenti fra scelte narrative e stilistiche. La sequenza finale del film ci penetra direttamente nel cervello annullando qualsiasi ragionamento plausibile su quanto abbiamo visto; la mente, esplosa per quanto ha visto in meno di un minuto, può chetarsi soltanto con la speranza di rivivere (rivedere) quel finale al più presto.
Per il cinema di Kim Ki-duk diventa ormai impossibile citare teorici che hanno fatto la storia dell’analisi recente del cinema; è necessario tornare al pensiero dei primi spettatori meravigliati per vedere sullo schermo quella luce, simbolo della nuova arte che stava sviluppandosi completamente.
In questo senso vorrei riprendere il pensiero del primo grande teorico cinematografico americano: il poeta Vachel Lindsay, che scrive un testo fondamentale, L’arte del film, nel 1915.
Lindsay collegava la nascente arte cinematografica alla cultura dell’antico egitto. I registi dovevano per lui, ispirarsi ai geroglifici, il grande alfabeto per immagini, per fare del grande cinema.
Il paragone è perfetto per il cinema di Kim Ki-duk che da sempre utilizza dei simboli-geroglifici (vi svelo che sarà una farfalla in questo finale, ma non aggiungo altro) come elementi di sintesi di significazione ben maggiore rispetto a quanto vediamo semplicemente sulla superficie dello schermo.
Restando all’Egitto, estremizzando un pò le sensazioni provate sul finale, ci si ritrova immersi in un tale sgomento mentale e fisico, per la potenza del cinema per la quale non finirò mai di stupirmi, che può rimandare alle possibili sensazioni provate dagli esploratori quando per la prima volta entravano nelle piramidi e scoprivano le meraviglie di quella profetica civiltà.
Semplicemente è il miglior finale del cinema di Kim Ki-duk e probabilmente (attendiamo la terza, quarta, quinta visione per dirlo con certezza visto il peso dell’affermazione) la miglior sequenza in assoluto del suo cinema. Cosa che, naturalmente, è un po’ come dire che ci troviamo davanti alla miglior sequenza cinematografica del nuovo millennio.

Chimy

Voto Chimy: 3/4



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