Dream: le sfumature del sogno nell'ultima poesia di Kim Ki-duk

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Si dice che nei sogni si nasconda ogni cosa: infinite sfumature tra due opposti, l’amore e la morte.

Ren (Lee Na-yeoung ) e Jin (Joe Odagiri) sono due opposti, o meglio, due parti complementari di due situazioni opposte. Ren ha lasciato il suo ragazzo, mentre Jin è stato lasciato dalla sua compagna. Jin ama ancora la sua ex, Ren detesta il suo ex. L’ex di Ren e la ex di Jin si frequentano.

Tra le anime di Jin e Ren, senza che questi si siano mai incontrati prima, si crea un legame particolare; lo stesso che lega il bianco al nero, le due facce dello stesso colore. Stesso colore, stessa storia; semplicemente nelle due posizioni opposte.

Così, nell’opposizione della stessa storia, Ren e Jin condividono due aspetti opposti della vita umana: il sonno e la veglia. Tra Jin e Ren c’è condivisione tra la realtà e l’immaginazione onirica. Ren, infatti, per ogni sogno di Jin, agisce da sonnambula interpretando nella realtà la parte del ragazzo. Quando però i sogni di Jin riguardano il suo rapporto con la ex compagna, Ren agisce per ribaltamento, indirizzando le azioni verso il suo ex ragazzo. Se, quindi, Jin sogna di avere un rapporto sessuale con la ex compagna, Ren si reca fisicamente dal proprio ex per fare la stessa cosa.

Per evitare dunque situazioni spiacevoli, Ren e Jin devono cercare di non dormire nello stesso momento. Oppure, secondo il consiglio di una specie di medico, dovrebbero innamorarsi l’uno dell’altra. La situazione con cui devono convivere li rinchiude in una gabbia opprimente in cui, potenzialmente, i desideri del subconscio di Jin (sottoforma di sogni) possono diventare le colpe di Ren. Ciò che cercano entrambi è la libertà, che significa tornare ad amare ed essere amati entrambi.

Per arrivare a questa libertà devono passare attraverso alcune fasi di un percorso di rinascita del proprio io; questo percorso è scandito da tre sequenze meravigliose.

La prima, ambientata in un campo di grano, mostra un momento in cui la realtà si confonde con il sogno per tutti e quattro i personaggi. Ren e Jin, per la prima volta nel film con abbigliamenti di colore opposto al solito (prima Ren era sempre vestita di bianco mentre Jin di nero, ora viceversa), si vedono costretti ad aiutare i due ex ragazzi (lei aiuta lei e lui aiuta lui) in un momento di litigio. Ren e Jin osservano la loro crisi, come spettatori esterni, ma intervengono, per una sorta di riflesso di solidarietà, nel supportarli quando sono soli.

La seconda, ambientata in un tempio buddista, è la fase di innamoramento di Ren e Jin. Qui, ad una composizione pittorica delle inquadrature, si aggiungono suoni sferici: le campane e delle bacchette di legno su una superficie di legno cava.

La terza ed ultima parte delle tre prese in esame è il finale, un momento di agghiacciante bellezza che porta lo spettatore in un limbo di fascinazione e poesia da cui è difficile uscire. Parlarne senza rivelarlo è impossibile, quindi per non negarvi il piacere immenso di assisterlo, accennerò soltanto a cosa riguarda. È infatti relativo alla morte, la morte come liberazione. La morte come atto d’amore. Per la maggior parte della sequenza siamo in una cella, una gabbia dove sperare di poter tornare liberi (la stessa situazione dei due protagonisti).

Tre fasi, abbiamo detto: la natura dell’uomo e del rapporto d’amore (il campo di grano), la fede dell’uomo nel rapporto d’amore (il tempio buddista), e la morte dell’uomo per la libertà dell’amore. I due opposti di cui si parlava all’inizio, l’amore e la morte, compiono una strada per unirsi, perché l’amore è (anche) violenza (verso sé stessi) e trascende la morte.

Prima del finale, Jin, per evitare di dormire, si auto flagella. Con questo gesto, nello stesso istante, usa la violenza e il dolore che ne consegue sia per evitare di dormire, sia soprattutto per chiedere perdono per ciò che ha arrecato il suo sognare. Jin, come la figura di Gesù Cristo, per propria scelta decide di soffrire per l’amore, il perdono e la credibilità della propria decisione.

Dream, quindi, più che un film (con una narrazione che ha un inizio e una fine) è un percorso. Un percorso soffuso, sottile, poetico. Un percorso in cui manca la partenza, e la fine. Un percorso che porta alla rinascita dopo l’involuzione, ma che non si ferma, per proseguire, immediatamente, nella ri-evoluzione dopo la morte.


Para

Voto Para: 3,5/4

Un silenzio assordante ha accompagnato lo scorrimento dei titoli di coda alla prima proiezione di Dream al Torino Film Festival; mentre in quelle successive sono state gli applausi ad accompagnare l’accensione delle luci della sala. Avevano ragione i primi spettatori.
Il silenzio è l’unica reazione possibile di fronte alle sequenze conclusive dell’ultimo film di Kim Ki-duk, che lasciano letteralmente sgomenti, scossi, senza possibilità di parlare poichè i brividi che ci attraversavano tutto il corpo ci rendevano impossibile anche il più semplice movimento delle corde vocali.
Prima di arrivare a questo però è meglio mettere subito le carte in tavola: per chi scrive, Dream non è una delle opere maggiore del genio coreano (per questo il voto è, in parte, trattenuto); i problemucci (se così si possono chiamare visto che sono davvero minimi) stanno forse in una parte centrale che sembra prendersi qualche pausa di troppo, forzando al contrario la situazione narrativa. Il resto è perfetto; compreso l’ottimo cast, dove però Joe Odagiri convince meno della sua eccellente partner Lee Na-yeoung, e dove svetta, per l’ennesima volta, l’immensa Ji-a Park (protagonista del precedente Soffio fra gli altri) che si può ormai considerare una delle più grandi attrici viventi.
Come spesso capita nei film di Kim Ki-duk, Dream ha dei balzi mostruosi con sequenze che farebbero impallidire qualsiasi regista (la citata sequenza del campo di grano ne è un esempio), e con un’architettura degli spazi assolutamente perfetta, sottolineata da forme e colori di enorme forza visivo-pittorica; assolutamente degna del regista che vi è dietro. Forse il più grande regista degli ultimi anni: Kim Ki-duk.
Il regista del più grande film del nuovo millennio, dipinge con la cinepresa corpi che si stanno progressivamente distruggendo. I protagonisti sono come dei bachi da seta, a cui però è diventato impossibile dormire nei loro comodi bozzoli, fino a quando almeno gli sopraggiungerà la morte (il sonno eterno) che li trasformerà in esseri altri: magnifiche farfalle.
Come avveniva in Ferro 3 o in Soffio è la prigione la metafora del bozzolo del baco: il (non)luogo dove avviene la rinascita ad uno stato superiore dell’essere.
Poi si arriva alla sequenza finale e qui ogni parola che leggerete diventa superflua: impossibile ragionare in termini razionali quando i nostri corpi tremano e si commuovono davanti ad una tale meraviglia del creato. Diventa inutile parlare, inutile recensire, inutile analizzare e cercare futili collegamenti fra scelte narrative e stilistiche. La sequenza finale del film ci penetra direttamente nel cervello annullando qualsiasi ragionamento plausibile su quanto abbiamo visto; la mente, esplosa per quanto ha visto in meno di un minuto, può chetarsi soltanto con la speranza di rivivere (rivedere) quel finale al più presto.
Per il cinema di Kim Ki-duk diventa ormai impossibile citare teorici che hanno fatto la storia dell’analisi recente del cinema; è necessario tornare al pensiero dei primi spettatori meravigliati per vedere sullo schermo quella luce, simbolo della nuova arte che stava sviluppandosi completamente.
In questo senso vorrei riprendere il pensiero del primo grande teorico cinematografico americano: il poeta Vachel Lindsay, che scrive un testo fondamentale, L’arte del film, nel 1915.
Lindsay collegava la nascente arte cinematografica alla cultura dell’antico egitto. I registi dovevano per lui, ispirarsi ai geroglifici, il grande alfabeto per immagini, per fare del grande cinema.
Il paragone è perfetto per il cinema di Kim Ki-duk che da sempre utilizza dei simboli-geroglifici (vi svelo che sarà una farfalla in questo finale, ma non aggiungo altro) come elementi di sintesi di significazione ben maggiore rispetto a quanto vediamo semplicemente sulla superficie dello schermo.
Restando all’Egitto, estremizzando un pò le sensazioni provate sul finale, ci si ritrova immersi in un tale sgomento mentale e fisico, per la potenza del cinema per la quale non finirò mai di stupirmi, che può rimandare alle possibili sensazioni provate dagli esploratori quando per la prima volta entravano nelle piramidi e scoprivano le meraviglie di quella profetica civiltà.
Semplicemente è il miglior finale del cinema di Kim Ki-duk e probabilmente (attendiamo la terza, quarta, quinta visione per dirlo con certezza visto il peso dell’affermazione) la miglior sequenza in assoluto del suo cinema. Cosa che, naturalmente, è un po’ come dire che ci troviamo davanti alla miglior sequenza cinematografica del nuovo millennio.

Chimy

Voto Chimy: 3/4



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Torino Film Festival: primo resoconto

In questi resoconti del TFF non parleremo dei diversi film delle retrospettive (Melville, Polanski, British Renaissance) visti; ma cercheremo di parlarvi soprattutto dei film "nuovi", per i quali i giudizi sono (visto che siamo ad un festival) più interessanti. Come detto ci siamo concentrati soprattutto sul fuori concorso, visto che dal concorso non ci attendevamo più di tanto.

Fra le retrospettive però segnaliamo quella al poco conosciuto Kohei Oguri, regista giapponese, del quale speriamo che si riescano a recuperare presto alcune opere nel mercato dei dvd.

Non ci sono quindi moltissimi film in questo primo resconto perchè abbiamo visto diversi film delle retrospettive e la grande quantità di titoli nuovi interessanti sarà soprattutto nei prossimi giorni.

Nel pomeriggio di sabato c’è stato inoltre l’incontro con Polanski intervistato per due ore da Nanni Moretti che gli ha fatto domande sul cinema in generale e sulle varie fasi della realizzazione di un film.
Dibattito molto interessante, in cui il regista polacco si è aperto totalmente al pubblico italiano facendogli, quasi, scendere anche una lacrima quando ha parlato dei film che avrebbe voluto, ma che non ha potuto realizzare: tra cui l’atteso "Pompei" di qualche anno fa.

Eccoci alle piccole recensioni dei film visti:

Filth and Wisdom di Madonna:

Para: Ci aspettavamo l’abominio e invece l’esordio di Madonna alla regia non è tutto da buttare. Madonna sceglie di dipingere uno spaccato generazionale di tre londinesi venticinquenni ambiziosi di soddisfazioni personali. A confronto inserisce anche due personalità adulte, visibilmente infelici.
Come cantastorie e commentatore del film, che si rivolge direttamente allo spettatore, c’è Eugene Hutz, cantante dei Gogol Bordello: dispensa massime imperdibili e aiuta un pò come un demiurgo gli altri personaggi.
Qualche problema di regia, un soggetto non brillante, personaggi stereotipati, ma poteva andare peggio. Sufficiente.

Chimy: La prima mezz’ora del film è traumatica e fa pensare di abbandonare la sala più di una volta. Poi, quando tutto sembrava perduto, il film si rialza nella seconda parte diventano maggiormente coinvolgente e divertente.
La regia, obrobriosa all’inizio diventa più vivace arrivando a seguire il ritmo gypsy dei personaggi, il gypsy punk della musica e il gypsy pensiero del (quasi) filosofo Gogol Bordello (vero nome Eugene Hutz, ma è meglio quello del suo gruppo), personaggio divertente e incontrollabile.
Potete anche perdervelo, ma è un raro esempio di film che parte pessimamente e riesce un pò a rialzarsi in seguito.

United Red Army di Koji Wakamatsu

Para: il ritorno al cinema del settantaduenne Wakamatsu Koji con un film-fiume di 190 minuti sulla storia della United Red Army, una cellula di studenti rivoluzionari nata (e morta) durante i movimenti studenteschi giapponesi di fine anni ’60. Il film si sviluppa in tre parti e in tre stili: una prima parte fatta di filmati e immagini di cronaca del tempo intervallata da sequenze di finzione, il tutto gestito da un narratore omniscente. La seconda e la terza sono interamente di finzione. Una relativa al soggiorno di una parte del gruppo in montagna per scoprire lo spirito comunista e intanto allenarsi come formazione militare per la rivoluzione. Mentre l’ultima parte relativa alla fine del gruppo, con l’arresto di alcuni membri e la barricata finale in una baita prima dell’attacco della polizia.
Problema del film è, in sostanza, l’ultima. La prima è infatti brillante ed interessante, mentre la seconda è in pieno stile Wakamatsu: ragazzi chiusi nella baita (ambientazione monotematica) che si uccidono tra loro sotto l’influenza della follia di un uomo.
Purtroppo l’ultima parte cerca di dare un’umanità e un’integrità morale che risulta posticcia, mentre la follia e la confusione mentale della parte centrale risultavano più interessanti.
Un ritorno ambizioso ma sottotono per Wakamatsu Koji.

Katyn di Andrzey Wajda

Chimy: Atteso come uno dei possibili film del festival, il film di Wajda convince solo a metà.
Il grosso pregio è quello di trattare un tema molto interessante: il massacro compiuto dai sovietici nel bosco di Katyn dove furono uccisi decine e decine di polacchi nel 1939, che è stato tenuto nascosto dal governo di Mosca per i decenni seguenti.
Wajda mantiene una regia costante (anche troppo) per tutte le due ore del film, senza particolari cali e con una vetta nel bel finale. A volte però sembra un pò troppo accontentarsi parlando già di un soggetto interessante e tralasciando le potenzialità delle immagini, arrivando a fidarsi troppo delle parole.
Un film interessante, ma dal ritorno di un celebre vecchio regista come Wajda era lecito aspettarsi di più.

Dream di Kim Ki-duk

Forse il film che state più aspettando. Vi chiediamo di attendere ancora un paio di giorni perchè abbiamo deciso che lo spazio per questo film doveva essere maggiore rispetto a quello delle abituali mini-recensioni festivaliere e quindi abbiamo deciso di fare una normale doppia recensione per il nuovo kim ki-duk. Giovedì dovrebbe arrivare e domenica metteremo i film visti negli ultimi giorni del festival.

Torino Film Festival 2008: pronti, partenza…. Dream !

Domani inizierà l’attesissimo Torino Film Festival 2008 e come l’anno scorso noi ci saremo.
Non in maniera continuata, come (ad es.) a Venezia, ma i film più interessanti del festival non ce li perderemo e ve ne parleremo con un paio di brevi resoconti; uno circa a metà festival e uno alla fine.
Il festival inizia domani e finisce sabato 29 novembre.
Come, e probabilmente più dell’anno scorso il festival di Torino, arrivato alla seconda edizione con a capo Nanni Moretti ed Emanuela Martini, propone un numero mostruoso di pellicole da far impazzire appassionati e addetti ai lavori, che passeranno più tempo a segnare sul programma i film da vedere, cercando di incastrarli così da non perderne neanche uno, che in sala ad ammirarli.
Ci saranno ben tre retrospettive complete: 1) Roman Polanski, che sarà grande protagonista del festival con un incontro sabato aperto al pubblico; 2) Jean-Pierre Melville; 3) British Renaissance, il filone del cinema inglese emerso a fine anni ’70 e inizio anni ’80 che vede gli esordi di grandi registi come Stepher Frears, Ken Loach, Mike Leigh, Peter Greenaway, Terence Davies e tanti altri ancora.
In messo a questi altri omaggi a Ken Jacobs, Kohei Oguri, Stephen Dwoskins, Dennis Potter e agli esordi di registi italiani tra i quali Marco Tullio Giordana e Paolo Virzì.
Dopo le retrospettive le sezioni più interessanti sono quelle fuori concorso dove troviamo film in anteprima italiana già passati ad altri festival; tra i quali diversi film da non perdere. Il concorso rimane territorio enigmatico composto da esordi e sconosciuti.

Torino è un festival in cui ognuno può scegliere tranquillamente i film a seconda dei suoi gusti, vista la quantità incontrollabile di titoli presenti. Noi pensiamo però che tre opere in particolare non possano essere perse: Let the Right One In di Thomas Alfredson, di cui diversi critici e cinebloggers hanno già parlato in termini entusiastici; Hunger di Steve McQueen, vincitore della Camera d’or a Cannes e serissimo candidato al titolo di film del festival; ed infine il film più atteso per il nome del regista che l’ha concepito: Dream, ultima visione del genio assoluto di Kim Ki-duk, per il quale c’è già un grande fermento fra gli appassionati.

Approfittiamo della sua presenza a Torino anche per farvi sapere, per chi non ne fosse a conoscenza, che quest’anno Kim Ki-duk è stato inoltre omaggiato nella maniera forse più nobile possibile.
Il celebre Moma di New York, qualche mese fa, ha dedicato per alcune settimane una mostra e una retrospettiva completa del regista coreano nel suo gigantesco spazio.
Omaggio fatto pochissime volte nella storia del museo ad artisti della settima arte.
Forse, se ce ne fosse bisogno, questa è stata la definitiva consacrazione di Kim che lo fa entrare ufficialmente nell’olimpo dei più grandi registi che la storia del cinema abbia mai avuto.

Il ritorno dei grandi…

Prossimamente nelle nostre sale ritorneranno film di grandi registi da poco tornati a lavorare.
Il primo di questi sarà "The Limits of Control", nuovo lavoro di quel genio immenso nella foto, che sarà certamente il SuperHype 2009.
Nel cast di quest’opera molto misteriosa vi saranno Bill Murray, John Hurt, Tilda Swinton, Gael Garcia Bernal e il mitico Isaach De Bankolè più vari camei importanti. Iniziate pure a sbavare…
Il ritorno più atteso sarà però un altro, poichè di un grande regista di cui non si sentiva parlare da anni: quello di Alejandro Amenabar che, dopo il bellissimo "Mare dentro" di ben quattro anni fa, è tornato al lavoro con "Agora", un dramma storico che uscirà nel 2009.
Quest’estate, invece, i fan del cinema orientale d’animazione potranno tornare ad esultare per il nuovo film del maestro Hayao Miyazaki dal titolo "Ponyo on a Cliff". Noi naturalmente stiamo già esultando.
Infine, come ultimo titolo, so che non dovrei parlarne perchè non è un ritorno dato che Kim Ki-duk fa un film all’anno poichè non riesce proprio a stare lontano dalla sua arte, ma ha già finito di girare un nuovo film (fatto in poche settimane naturalmente) dal titolo "Bi-mong" (Sad Dreams), con il quale per la prima volta il genio coreano avrà a che fare una storia d’amore ambientata nel mondo dei sogni… ahi. Colpiti. Affondati.

Soffio: il nuovo, immenso Kim Ki-Duk…

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Riproponiamo, vista l’uscita nelle sale, la recensione di "Soffio(Breath), ultima opera di Kim Ki-Duk: regista coreano che considero tra i più grandi cineasti viventi. Questo film, se ce ne fosse bisogno, conferma totalmente la mia convinzione.

“Breath”, presentato con grande successo di critica all’ultimo Festival di Cannes, parla di una giovane madre, Yeon, in crisi coniugale, che decide di far riscoprire il piacere di vivere ad un detenuto, condannato a morte, che ha tentato di suicidarsi. Inizia ad incontrarlo costantemente nel parlatorio della prigione fino ad innamorarsene. Quando il marito scoprirà la relazione tra i due, cercherà di recuperare il rapporto con Yeon.

Come nel precedente film del regista “Time”, uno dei temi fondamentali di “Breath” è la difficoltà nel relazionarsi con le persone che si amano: i sentimenti umani, nel mondo di oggi, sono estremamente complessi e conducono i personaggi alla solitudine. Kim lo esprime con forza sia nella prigione dove Jang (il protagonista) ha una relazione con un suo compagno di cella che sembra dettata, però, soltanto dalla disperazione e dal bisogno d’affetto in attesa della morte, sia nel mondo esterno dove Yeon e il marito, che la tradisce, non sono più in grado di volersi bene e di riuscire a comunicare.

“Breath” è un film in cui Kim Ki-Duk si rinnova decisamente, rimanendo, però, fedele agli elementi che hanno caratterizzato la sua filmografia precedente.

L’ambientazione della galera, vera protagonista del film, rimanda all’indimenticabile “Ferro 3”; il collegamento maggiore si ha, però, con quell’immenso capolavoro che risponde al nome di “Primavera, estate, autunno, inverno e…ancora primavera”.

Yeon, ogni volta che va a trovare Jang, ricrea (grazie alla tappezzeria che appende ai muri, grazie ai suoi vestiti e grazie alle canzoni che canta) il passare delle stagioni; riesce a far entrare il cambiamento temporale in un luogo, come il braccio della morte, dove tutti i giorni sono uguali, dove non c’è differenza se fuori c’è il sole o c’è la neve, dove non conta in che stagione siamo.

Yeon, inizialmente, ricrea la primavera, poi l’estate, poi l’autunno; l’inverno non lo realizzerà, perchè il braccio della morte rappresenta già l’ultima stagione della vita di un uomo.

La prigione viene descritta da Kim come un mondo statico; un universo dove anche solo un’immagine del mondo esterno, una fotografia o un’incisione sul muro, può rappresentare una fuga da quella triste realtà ed un ritorno alla vita; un mondo dove anche un capello, strappato dalla testa della persona amata, può significare la presenza di chi ci vuole bene accanto a noi.

Un film poetico, malinconico, struggente che trova il suo apice nell’atto d’amore tra i due protagonisti: scena in cui, senza rivelarvi cosa avviene, il respiro può trasformarsi nel soffocamento, il suo contrario; così la vita rischia di trasformarsi in morte.

Kim Ki-Duk dirige in maniera magnifica, ha una mano dolcissima, quasi più pittorica che cinematografica; in “Breath”, inoltre, si concede uno splendido cameo come direttore del carcere: guardando, nella sua postazione, le immagini di sicurezza della prigione, sembra anche controllare le inquadrature del film e se i suoi attori stanno lavorando bene.

Il personaggio di Kim, man mano che gli incontri tra i due aumenteranno, gli concederà sempre più libertà; fino a ritrovare nel finale un equilibrio che rimanda alla figura del cerchio e della spirale, così come in “Primavera,estate,autunno,inverno e…ancora primavera”.

Straordinarie le musiche, così come la recitazione: molto bravo Chen Chang che, rimandando a molti personaggi del cinema di Kim Ki-Duk, non dice una parola per tutto il film; la grande conferma è, però, Ji-a Park, attrice immensa, già vista in “The Coast Guard”, altro magnifico film di Kim.

“Breath” è stato girato e montato in dieci giorni con un budget molto ridotto, dimostrando così che l’arte non è una questione nè di soldi, nè di tempo; e “Breath” è arte allo stato puro; arte che trascende il cinema e che tocca le corde più profonde dell’animo umano.

Un’opera che rimarrà a lungo nella memoria, impressa come l’impronta di un bacio su un vetro appannato da un “soffio”.

Chimy

Voto Chimy: 3,5 / 4

 

Una data per "Breath"…

kimkidukbyfiotakis2Quando, qualche settimana fa, avevamo messo la recensione del nuovo, meraviglioso film di Kim Ki-duk intitolato "Breath", in molti erano curiosi di sapere quando sarebbe uscito nelle sale italiane.

Finalmente la Mikado, la casa di distribuzione, ha reso ufficiale la data di uscita del film: il 31 agosto.

Inizialmente si pensava che "Breath" sarebbe uscito ad ottobre, poi invece la data è stata anticipata facendolo uscire nello stesso periodo in cui esattamente un anno fa era uscito "Time", la precedente opera del genio coreano.

Ancora una breve attesa, quindi, per vedere (o ri-vedere) questo bellissimo film.
Non perdetelo…

Breath: in anteprima la recensione del nuovo, splendido, Kim Ki-Duk…

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Vi proponiamo in anteprima la recensione di “Breath”, ultima opera di Kim Ki-Duk: regista coreano che considero tra i più grandi cineasti viventi. Questo film, se ce ne fosse bisogno, conferma totalmente la mia convinzione.

“Breath”, presentato con grande successo di critica all’ultimo Festival di Cannes, parla di una giovane madre, Yeon, in crisi coniugale, che decide di far riscoprire il piacere di vivere ad un detenuto, condannato a morte, che ha tentato di suicidarsi. Inizia ad incontrarlo costantemente nel parlatorio della prigione fino ad innamorarsene. Quando il marito scoprirà la relazione tra i due, cercherà di recuperare il rapporto con Yeon.

Come nel precedente film del regista “Time”, uno dei temi fondamentali di “Breath” è la difficoltà nel relazionarsi con le persone che si amano: i sentimenti umani, nel mondo di oggi, sono estremamente complessi e conducono i personaggi alla solitudine. Kim lo esprime con forza sia nella prigione dove Jang (il protagonista) ha una relazione con un suo compagno di cella che sembra dettata, però, soltanto dalla disperazione e dal bisogno d’affetto in attesa della morte, sia nel mondo esterno dove Yeon e il marito, che la tradisce, non sono più in grado di volersi bene e di riuscire a comunicare.

“Breath” è un film in cui Kim Ki-Duk si rinnova decisamente, rimanendo, però, fedele agli elementi che hanno caratterizzato la sua filmografia precedente.

L’ambientazione della galera, vera protagonista del film, rimanda all’indimenticabile “Ferro 3”; il collegamento maggiore si ha, però, con quell’immenso capolavoro che risponde al nome di “Primavera, estate, autunno, inverno e…ancora primavera”.

Yeon, ogni volta che va a trovare Jang, ricrea (grazie alla tappezzeria che appende ai muri, grazie ai suoi vestiti e grazie alle canzoni che canta) il passare delle stagioni; riesce a far entrare il cambiamento temporale in un luogo, come il braccio della morte, dove tutti i giorni sono uguali, dove non c’è differenza se fuori c’è il sole o c’è la neve, dove non conta in che stagione siamo.

Yeon, inizialmente, ricrea la primavera, poi l’estate, poi l’autunno; l’inverno non lo realizzerà, perchè il braccio della morte rappresenta già l’ultima stagione della vita di un uomo.

La prigione viene descritta da Kim come un mondo statico; un universo dove anche solo un’immagine del mondo esterno, una fotografia o un’incisione sul muro, può rappresentare una fuga da quella triste realtà ed un ritorno alla vita; un mondo dove anche un capello, strappato dalla testa della persona amata, può significare la presenza di chi ci vuole bene accanto a noi.

Un film poetico, malinconico, struggente che trova il suo apice nell’atto d’amore tra i due protagonisti: scena in cui, senza rivelarvi cosa avviene, il respiro può trasformarsi nel soffocamento, il suo contrario; così la vita rischia di trasformarsi in morte.

Kim Ki-Duk dirige in maniera magnifica, ha una mano dolcissima, quasi più pittorica che cinematografica; in “Breath”, inoltre, si concede uno splendido cameo come direttore del carcere: guardando, nella sua postazione, le immagini di sicurezza della prigione, sembra anche controllare le inquadrature del film e se i suoi attori stanno lavorando bene.

Il personaggio di Kim, man mano che gli incontri tra i due aumenteranno, gli concederà sempre più libertà; fino a ritrovare nel finale un equilibrio che rimanda alla figura del cerchio e della spirale, così come in “Primavera,estate,autunno,inverno e…ancora primavera”.

Straordinarie le musiche, così come la recitazione: molto bravo Chen Chang che, rimandando a molti personaggi del cinema di Kim Ki-Duk, non dice una parola per tutto il film; la grande conferma è, però, Ji-a Park, attrice immensa, già vista in “The Coast Guard”, altro magnifico film del regista coreano.

“Breath” è stato girato e montato in dieci giorni con un budget molto ridotto, dimostrando così che l’arte non è una questione nè di soldi, nè di tempo; e “Breath” è arte allo stato puro; arte che trascende il cinema e che tocca le corde più profonde dell’animo umano.

Un’opera che rimarrà a lungo nella memoria, impressa come l’impronta di un bacio su un vetro appannato da un soffio.


Chimy

Voto Chimy: 3,5 / 4