Nelle sale arriva lo sconvolgente «Kill Me Please», film vincitore dell’ultimo Festival di Roma

Articolo già pubblicato su IlSole24Ore:

Quando un premio ti cambia la vita: è il caso di «Kill Me Please», film vincitore del Marco Aurelio d’Oro all’ultimo Festival di Roma.
Girato in sole tre settimane, con un budget bassissimo e una troupe ridotta all’osso, «Kill Me Please» difficilmente sarebbe arrivato nelle nostre sale senza aver ottenuto il riconoscimento più prestigioso della kermesse capitolina.
Il merito è della casa di distribuzione Archibald che ha creduto fin da subito in questo interessantissimo prodotto, che rappresenta certamente l’uscita più importante di questo weekend.
Diretto dal francese Olias Barco, al suo secondo lungometraggio dopo lo sconosciuto «Snowboarder» del 2003, «Kill Me Please» è ambientato interamente in una clinica belga, ispirata a un istituto realmente esistente, dove il primario (il dr. Kruger) accoglie soltanto pazienti con particolari manie suicide: cercherà di dissuaderli in ogni modo ma, in caso di insuccesso, è pronto a somministrare ai suoi assistiti una morte “dolce” preceduta dalla realizzazione del loro ultimo desiderio.
Opera cinica, estrema e sconvolgente, «Kill Me Please» riesce a trattare con grande sensibilità, accompagnata paradossalmente a un umorismo nero e surreale, un tema particolarmente delicato come quello dell’eutanasia.
Un’ottima fotografia, realizzata con un bianco e nero dai toni neutri e quasi asettici (simili a quelli de «Il nastro bianco» di Michael Haneke), riesce a trasmettere perfettamente quel senso d’inquietudine e di vuoto che si trovano a vivere i bizzarri ospiti della clinica del dr. Kruger.
Il regista è bravo a mantenere un ottimo equilibrio formale anche nel deciso cambio di registro che avviene nella seconda parte: dalle sequenze statiche e (per quanto possibile dati i temi trattati) rilassanti dell’inizio si passa a scene sempre più movimentate, segnalate da un montaggio dinamico e serrato, nel momento in cui gli abitanti di un villaggio vicino decideranno di distruggere quella “fabbrica di suicidi”.
Dai decessi “dolci e felici” somministrati dal Dr. Kruger si passa all’estrema violenza degli omicidi della parte finale dove Barco ha voluto rappresentare, attraverso una riflessione davvero significativa, quali veri orrori si celino dietro gli attimi che precedono la morte: quei personaggi, vittime di un narcisismo sempre più tipico della società occidentale, che vedevano la fine della propria vita in maniera futile e superficiale (come una necessaria conclusione della depressione, reale o presunta, in cui erano incappati) si troveranno costretti a terminare la propria esistenza in modi tragici e spaventosi, molto distanti da quelli che avevano sempre sognato.
«Kill Me Please» rappresenta quindi una visione durissima, sarcastica e terribile al tempo  stesso, che ci sentiamo però di consigliare caldamente: non soltanto per il grande spessore cinematografico, ma anche per allontanarsi da quel buonismo spesso troppo zuccheroso e melenso delle pellicole uscite durante le feste.
 
Fra gli altri nuovi titoli di questa settimana sono diverse le commedie ben più politically correct di «Kill Me Please», ad esempio «La versione di Barney» (tratto dal best seller di Mordecai Richler e già presentato in concorso all’ultima Mostra di Venezia) di Richard J. Lewis o «Vi presento i nostri» di Paul Weitz con Robert De Niro e Ben Stiller, che dovranno battagliare al botteghino con una pellicola di genere completamente diverso: «Skyline» dei fratelli Colin e Greg Strause.
Questo film mette in chiaro fin dall’incipit la sua appartenenza al sottofilone fantascientifico (sempre di moda) dell’invasione aliena sul pianeta Terra: è notte su Los Angeles quando, al termine dei titoli di testa, assistiamo alla caduta dal cielo di giganteschi fasci luminosi che attirano gli esseri umani prima di farli sparire improvvisamente nell’aria.
Un piccolo gruppo di sopravvissuti, che si trova all’interno dell’appartamento di un grattacielo, cercherà di lottare per mettersi in salvo da quella terribile minaccia.
Una storia come tante quella di «Skyline», che s’ispira alle tradizionali pellicole del cinema di fantascienza ma che allo stesso tempo prende certamente spunto da titoli molto recenti come «La guerra dei mondi» di Steven Spielberg e «Cloverfield» di Matt Reeves.
Se però quest’ultimo film (con il quale “ha in comune” anche la sequenza flashback di una festa pre-invasione aliena) era una fondamentale metafora sulle paure del popolo americano derivanti dall’11 settembre (non a caso era ambientato a New York), in «Skyline» manca qualsiasi tipo di seria riflessione fantapolitica che l’avrebbe reso un prodotto quantomeno sensato. Persino la “classica” storia d’amore fra due dei protagonisti non trova mai una sua ragion d’essere e prende una piega sempre più retorica e inconcludente col passare dei minuti.
L’unico vero pregio, soprattutto visto il basso budget a disposizione, sembra essere l’apparato visivo-scenografico del film: il merito è direttamente da attribuire ai fratelli Strause (alla seconda fatica da registi dopo «Alien vs. Predator 2» del 2007) che nella loro carriera hanno  lavorato agli effetti speciali di opere come «Avatar» di James Cameron, «300» di Zack Snyder e «Il curioso caso di Benjamin Button» di David Fincher.
Le buoni doti spettacolari di «Skyline» (messe comunque completamente a frutto soltanto in alcune sequenze) non bastano però  a tenere a galla una storia così vuota e superficiale da dare l’impressione che il soggetto sarebbe stato più indicato per una puntata di una serie televisiva di fantascienza (alla «Fringe», per intenderci) piuttosto che per un lungometraggio cinematografico.

Chimy

Voto "Kill Me Please": 3/4

Voto "Skyline": 1,5/4

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