Wall-E: what a wonderful world?

La cornice iniziale di Wall-e ci apre direttamente alle due fondamenta che saranno le grandi protagoniste di tutto il film: 1) la terra è morta, devastata e ridotta ad un accumulo di rifiuti, è stata abbandonata secoli prima dagli uomini; 2) un tenero robottino, che gli esseri umani hanno scordato di spegnere, continua costantemente a fare il suo lavoro di smaltimento dei rifiuti.

Nella primissima parte seguiamo la vita del robottino Wall-e, che ha come amico un insetto e come passione una vecchia videocassetta di Hello Dolly! di Gene Kelly.

Ogni sua giornata è uguale a quella prima e a quella successiva, fino all’arrivo di una misteriosa astronava sulla terra.

Già in questa prima parte si può riscontrare un collegamento fra Wall-e e l’umanità-tipo dei giorni nostri: esseri sempre più “robotizzati” che compiono ogni giorno gli stessi percorsi, le stesse azioni, gli stessi lavori senza ormai rendersene più conto.

Non a caso il riferimento principale è, oltre che essere il più grande uomo di cinema della storia, uno dei registi che più hanno sviluppato nel totale della sua opera una fortissima critica alla società (novecentesca, in quel caso): Charlie Chaplin.

Wall-e è un Charlot tecnologicizzato. Non solo (e non in particolare) perchè combina disastri o, banalmente, per l’assenza di parole. Come il vagabondo, il robottino è un personaggio solitario, emarginato dalla società; come dimostrerà nella seconda parte, Wall-e una volta arrivato sull’astronave cercherà in ogni modo di integrarsi con il “nuovo mondo” in cui si trova, riuscendoci però soltanto nella conclusione.

E ancora come in Chaplin, la sua storia d’amore con il robot ultra-avanzato Eve sembra impossibile; se Charlot, povero, non poteva “permettersi” di innamorarsi di donne benestanti o in cerca di fortuna, così l’incontro tra i due robot non sembra poter realizzarsi (seguendo una logica non di visione del film in questione, ma di appartenenza al mondo odierno) poichè sarebbe un’unione fra tecnologie low e hi-tech. Quando i due si stringeranno la mano, si va a simboleggiare un rifiuto di una logica funzionalistica tipica del mondo in cui viviamo: questa la seconda forte critica del film alla società odierna e alla sua assenza di umanità, raccontata da una storia d’amore (una delle più belle degli ultimi decenni viste sullo schermo) da due robot che di umano non dovrebbero avere nulla e invece hanno tutto.

Arrivato poi sull’astronave, Wall-e (con noi) scoprirà la fine fatta dagli umani, ridotti ad esseri obesi che restano costantemente seduti-sdraiati, mangiano tutto il giorno, e non sono nemmeno più capaci di rialzarsi se cadono a terra.

Il riferimento cinematografico maggiore di questa seconda parte è, chiaramente, 2001: Odissea nello spazio.

Andrew Stanton (che già ci aveva regalato un’altra perla come Alla ricerca di Nemo) non si limita a riferirsi a Kubrick per lo scontro uomini-macchine. Wall-e infatti va a scavare nello spirito stesso del più grande film di sempre, con una scena magistrale: sotto le note di Also sprach Zarathustra di Strauss, il capitano cade a terra ma riesce finalmente a rialzarsi e a camminare; 2001 racconta delle evoluzioni a stadi successivi dell’essere, Wall-e in quel momento descrive invece un ritorno dell’essere a quello stadio umano che sembrava aver dimenticato fosse esistito.

Wall-e diventa così il film più impegnato (e uno dei migliori in assoluto) della casa, magica, della Pixar (splendido anche il corto che precede il film); che però, inutile dirlo, non si limita certo con questo film a lanciare messaggi fondamentali (che per l’ennesima volta dimostrano l’attenzione del cinema statunitense alle tematiche dell’oggi, raccontate con forza ineguagliabile) ma riesce ad emozionarci come sempre con un cinema costantemente commovente e toccante: basti citare la splendida sequenza nello spazio in cui Wall-e e Eve danzano fra le stelle, come facevano (a terra) i protagonisti del musical amato dal robottino.

Naturalmente straordinario, e ancora più avanzato rispetto alla meravigliosa ultima opera della casa Ratatouille, è il livello tecnico raggiunto dal film con una regia sempre più da “cinema live-action” con l’aggiunta di complesse messe a fuoco e un uso accuratissimo dello zoom; ma la grandezza della Pixar non sta principalmente in questo, ma nelle storie che si vengono a raccontare, negli intrecci narrativi, che la fanno diventare la vera grande (e di lusso!) erede dell’immensa tradizione della Disney: si era partiti facendo parlare (e facendo tornare alle credenze dell’infanzia) i giocattoli di una cameretta, passando (fra gli altri) al geniale ribaltamento delle prospettive mostri-bambini per poi arrivare ad un topolino che sogna di diventare un grande chef a Parigi, fino a questa straordinaria storia d’amore fra robottini di mondi (apparentemente) diversi.

Mentre la Dreamworks continua a fare aritmetica (pavloviana, si potrebbe dire), la Pixar continua a fare Arte: un cinema, il loro, talmente alto da essere classificabile fra le migliori forme artistiche immaginabili, e possibili, al giorno d’oggi.

 

 

Chimy

Voto Chimy: 3,5/4

 

 

 

           

 

 

Premessa: è difficile aggiungere molto dopo le parole di Chimy che condivido in ogni sillaba. Cercherò di parlare d’altro, senza ripetere quanto già detto, in quanto da me condiviso.  

 

Wall-E inizia come un musical, continua come un muto e finisce come 2001: odissea nello spazio. Wall-E è storia del cinema.

Nella panoramica iniziale, che sovrasta una landa desolata, solcata da uno skyline di rifiuti, la musica di Hello Dolly è significativa: la sotto, nel nulla, c’è ancora qualcosa di buono.

Questo qualcosa è Wall-E: Waste Allocator Load Lifter – Earth class. Wall-E è la vecchia generazione, che vive nei, e con, i ricordi. Wall-E colleziona, cataloga ciò noi chiameremmo cianfrusaglie. Wall-E, infatti, ad un anello con diamante preferisce lo scatolino che lo contiene.

Ma Wall-E è, nel film, l’unico terrestre rimasto in vita. E’ la memoria storica della terra, in quanto gli umani, di terrestre, non hanno più nulla. E’ Charlot, un “eroe” del cinema muto, comico e non umoristico, che porta nell’animazione quella componente slapstick che si fa sempre più rara. Ma Wall-E, come i rifiuti che deve sistemare, è lui stesso un rifiuto. E’ il rifiuto di un cinema, quello muto, di cui non potremmo mai liberarci, perché è l’inizio del cinema. La spazzatura, in fondo, non può scomparire nel nulla. Ma Wall-E, allora, è anche la dimostrazione che non è davvero spazzatura, se può tornare con questa forza.

E il cinema muto ritorna, nella parte di film ambientata sull’astronave, in un piccolo e breve segmento dello schermo quando il comandante chiede informazione al computer relative alla parola “terra”. In quel momento appare il seminatore del cortometraggio di D. W. Griffith A Corner in Wheat. Questo cortometraggio del 1909 è il primo esempio di “film-saggio”, nel quale si vuole dimostrare l’impatto devastante per i poveri e i contadini se fosse attuata una malsana speculazione finanziaria sul mercato del grano. Che Wall-E, in qualche modo, possa essere un “film-saggio”? La risposta, probabilmente, è affermativa. Nel film, infatti, sono contenuti una serie di messaggi stratificati e diversissimi che hanno l’opportunità quasi esclusiva di arrivare ad una platea di spettatori inimmaginabile. Tutti (o quasi) vedranno Wall-E, ma questi tutti, comprenderanno i messaggi? La risposta, purtroppo, è quasi certamente negativa. Il destino della terra, e il destino dell’uomo, saranno migliori di quanto visto in Wall-E? Forse saranno addirittura peggiori. La terra è ormai sfruttata e spremuta senza la sufficiente tutela, e l’uomo è ormai un essere quasi privo di personalità che ha una dipendenza da digitale, visivo e auditivo. Lo schermo, la televisione, sono «l’unico e vero occhio dell’uomo» (Videodrome), mentre la comunicazione non può che avvenire con la mediazione tecnologica (telefono, videotelefono, ecc). L’uomo non si muove, mangia e beve senza dover masticare, non produce e si limita a speculare.

Ma in fondo, la Pixar, ci vuole anche dire, forse, che c’è una speranza. Venire a contatto con qualcosa di vivo, come una pianta, è come scoprire l’esistenza di una razza aliena. Crea  consapevolezza verso sé stessi e la propria natura. Lottare, per la prima volta, per (ri)ottenere un passato che non si conosce, ma che si sente proprio, è la linfa vitale di cui l’uomo (odierno e) futuro avrà bisogno.

Ma, in fondo, un manipolo di uomini obesi e con una struttura ossea debole, potranno mai far rinascere una terra distrutta anche dalle proprie mani? Che Stanton abbia voluto lasciare un leggero velo di pessimismo? Chissà.

Due parole sulla regia. Stanton sceglie due stili piuttosto diversi tra la prima parte sulla terra e quella sull’astronave. Nel primo caso il paesaggio è coperto di nebbia e foschia, Stanton quindi sfrutta la messa a fuoco, lo zoom, la “camera a mano”.  Su questo punto si potrebbe articolare un discorso complesso sul cinema d’animazione, ma non è il caso in questa sede. Comunque Stanton sceglie una regia adatta alla realtà che la circonda, a differenza della parte sull’astronave, più nitida, pulita, con punte d’azione e una gran profondità di campo.

Per concludere, Wall-E è post moderno. Ma perché sfrutta un mezzo (l’animazione digitale), un genere (la commedia romantica), che viene rimodellato, riempito di significato, e dove viene cambiato il punto di vista (non oggettivo, non soggettivo, ma collettivo). Wall-E potrebbe essere avanguardia, se restasse confinato come molti dei lavori d’animazione (e non) in un mondo elitario, ma è invece propaganda. Non politica, ma umana.

 

 

Para

Voto Para: 4/4

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