Ancora i sussurri… ancora le grida… ancora il silenzio… per sempre…

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Un anno è passato da quella maledetta ora del lupo che ti ha riportato nel tuo posto delle fragole.

Dio mio, Ingmar, quanto ci manchi…

<<Film come sogni, film come musica. Nessun’arte passa la nostra coscienza come il cinema, che va diretto alle nostre sensazioni, fino nel profondo, nelle stanze scure dell’anima>>.

Ingmar Bergman (14 luglio 1918 – 30 luglio 2007)

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"Persona": l'incipit…

Silenzio…inizia il film…

Persona: Liv Ullmann e Bibi Andersson a confronto nel (a nostro parere) più grande film di Bergman

Fate silenzio, inizia il film.

Due luci si accendono, una pellicola scorre in un piccolo proiettore: in rapida successione si sovrappongono un pene (ricordate cosa diceva Tyler Durden?) e disegni animati; un ragno e un agnello sacrificale; immagini slapstick e chiodi che si piantano nelle mani di (?) Cristo.

Forse è la dimostrazione che, a più di 40 anni di distanza, le teorie Ejzensteniane sulla messa in pratica del montaggio delle attrazioni sono ancora valide, o forse Bergman ha voluto mostrare frammenti di contenuto che hanno caratterizzato la sua filmografia precedente: il sesso, la religione, il sacrificio, la passione per gli albori del cinema (come racconta nella sua autobiografia: “La lanterna magica”), il ragno-rappresentazione di Dio in “Come in uno specchio” e, per ultima, la neve che rimanda a “Luci d’inverno” e alla sua Svezia che non ha mai voluto lasciare.

In seguito vediamo in una stanza-limbo alcuni corpi (morti?), un bambino si alza dal letto, accarezza un enorme schermo che riproduce il volto di una donna. Questo volto inizia a sfocarsi, ne compare un altro (di un’altra donna) e lui continua ad accarezzarlo.

Questo straordinario incipit, uno dei migliori di sempre, rimane profondamente enigmatico per il momento. Sicuramente, però, Bergman vuole suggerirci già dalle primissime immagini che stiamo assistendo ad una finzione, un film che avrà probabilmente risvolti metacinematografici e, forse, che quei corpi (compreso il bambino) sono personaggi che non hanno trovato spazio all’interno della storia.

Dopo i titoli di testa inizia la narrazione vera e propria: l’infermiera Alma (Bibi Andersson) riceve l’incarico di accudire l’attrice Elisabeth (Liv Ullmann) che, mentre recitava L’Elettra, smise improvvisamente di parlare. Da quel momento si è chiusa in un mutismo assoluto: Alma cercherà di scoprirne le ragioni e farle tornare la parola.

Inizialmente però, più di Alma, è la dottoressa che sembra comprendere il suo silenzio: capisce che il fine di quell’estremo gesto è la volontà di smettere di sembrare e iniziare ad essere. Senza parlare si evita di mentire, si perdono quelle maschere che hanno accompagnato Elisabeth per tutta la vita.

Come in Beckett le parole sono futili, il silenzio è l’unica verità possibile.

Ma così Bergman sembra aprire ad un paradosso: stare in silenzio non è che un’ulteriore maschera, la vita stessa comporta obbligatoriamente la rappresentazione di un ruolo. Si può essere davvero sè stessi?

Alma e Elisabeth (i volti che quel bambino accarezzava sullo schermo), su consiglio della dottoressa, vanno a passare del tempo su un’isola, nella speranza che questo porti giovamento all’attrice.

E’ curioso che il regista scelga, per la prima volta, di girare sull’isola di Faro, quello stesso luogo dove Bergman ha deciso di passare (quasi isolato) gli ultimi decenni della sua vita.

Alma, una strepitosa Bibi Andersson, e Elisabeth, Liv Ullmann in una delle migliori interpretazioni della storia del cinema, diventano sempre più intime: l’infermiera descrive alla grande attrice tutta la sua vita, le sue ossessioni, il suo amore per Mark.

Arriva persino a raccontarle di essere rimasta incinta, in seguito ad un rapporto con dei ragazzini sconosciuti, e di avere avuto un aborto naturale (?).

La natura metacinematografica del racconto viene comunque sempre sottolineata da Bergman con sguardi in macchina e, in un momento memorabile, Elisabeth che fotografa il pubblico.Questo processo trova il suo culmine a metà del film: la pellicola si brucia, è necessario cambiarla; l’immagine rimane sfocata per alcuni secondi prima di riprendere la sua nitidezza naturale.

Il film riprende, ma ogni cosa sembra essere cambiata.

Il bel rapporto che si era instaurato tra le due donne sembra finire quando l’infermiera apre alcune lettere scritte dall’attrice per la dottoressa: vi trova tutto ciò che aveva raccontato ad Elisabeth in quei giorni, compreso l’episodio dell’aborto.

Le due litigano e, dopo un duro scontro, Elisabeth corre sulla riva del mare con Alma, dietro, che la insegue per chiederle perdono.

La sera Alma entra in camera di Elisabeth e la osserva dormire: questo momento, spiega Bergman, è il punto centrale del film: “Alma ha paura, la guarda timidamente, ed improvvisamente si scambiano le rispettive personalità. (…) Alma prova la condizione dell’anima dell’altra donna, per assurdo. Incontra la signora Vogler, che ora è diventata Alma e parla con la sua voce. E’ una scena-specchio".

Nella sequenza successiva (forse un ricordo dell’attrice) Alma incontra il marito di Elisabeth, che vede in lei sua moglie.

Grazie ad una magnifica costruzione dell’inquadratura Bergman ci mostra il volto di Liv Ullmann in primo piano e, dietro di lei,  Bibi Andersson e Gunnar Bjornstrand che si comportano come una normale coppia sposata.

Questo viaggio all’interno dell’inconscio femminile sembra la base (il confronto è d’obbligo) degli ultimi film di David Lynch. Il rapporto che si instaura tra Alma ed Elisabeth è molto simile a quello tra Diane e Camille in “Mulholland Drive” (paragone di cui ha fatto un ottimo saggio Luigi Porto): la duplicità, le diverse dimensioni, il sogno, un rapporto di strettissima intimità… che sfociano (come anche in “INLAND EMPIRE”) in una profonda riflessione metacinematografica sulla natura della finzione (come quello di Liv Ulmann il personaggio di Naomi Watts, in “Mulholland Drive”, è un’attrice).

Il tema del doppio e dello scambio di personalità trova il suo estremo nella sequenza successiva, in assoluto, a mio parere, una delle più importanti della seconda metà del ‘900 cinematografico.

Bergman ci mostra per due volte lo stesso dialogo tra le due protagoniste: prima mostrandoci il volto di Elisabeth, poi quello di Alma.

L’infermiera ha ormai capito il segreto dell’attrice: ella ha avuto un bambino che non desiderava, che voleva nascesse morto; nonostante il suo disprezzo per lui, questi ama profondamente sua madre e lei non riesce a ricambiare questo suo amore.

In realtà questo non è un dialogo ma un monologo, non è un colloquio ma un soliloquio; è solo Alma a parlare mentre Elisabeth la sta a sentire.

Entrambe hanno rifiutato il proprio figlio: Alma con l’aborto, Elisabeth con il desiderio che suo figlio non fosse mai nato.

Questo parallelismo porta all’unità estrema tra le due, raffigurata dalla (memorabile, geniale, strabiliante) fusione tra i due volti.

Sono molto interessanti le parole di Bergman quando racconta di aver mostrato quest’immagine (doppia) alle due attrici: “Quando ricevetti la copia del filmato dal laboratorio, chiesi a Liv ed a Bibi di venire nella stanza del montaggio. Bibi esclamò, sorpresa: "Ma Liv, sembri così strana!". E Liv disse: "No, se tu, Bibi.. sembri davvero strana!". Spontaneamente negarono la loro metà di quel viso..".

Dopo questa sequenza vediamo Elisabeth che succhia il sangue di Alma, e Alma che prende a schiaffi Elisabeth. Facendosi del male, l’una contro l’altra, è come se facessero del male a sè stesse per le scelte che hanno fatto.

In seguito (in una scena forse onirica) Alma riesce a far dire spontaneamente a Elisabeth una parola: “Nulla”. Una parola che sembra sottolineare, ancora una volta, l’inutilità del parlare.

Dopo che Alma parte dall’isola e Elisabeth (morta?) viene ripresa da una troupe (ancora la finzione filmica), Bergman ci mostra ancora il bambino dell’inizio che accarezza quei due volti sovrapposti sullo schermo.

Ora, però, sappiamo (forse) cosa rappresenta: il figlio (morto, mai nato, rifiutato) che mostra affetto per quelle madri che non l’hanno mai voluto.

La pellicola esce dal proiettore, le luci si spengono…la finzione è finita. “Persona”, uno dei più grandi film della seconda parte del secolo, è finito.

Ora potreste parlare, ma rimanete ancora per qualche momento in silenzio. Riflettete su quello che avete visto.

Senza sussurri.

Senza grida.

Rimanete in silenzio.

 

Chimy

Voto Chimy: 4 / 4

Voto Para: 4 / 4

"Luci d'Inverno": il silenzio di Dio, le parole dell'uomo.

Anime smarrite, avventori distratti e devoti credenti sviluppano nei confronti della casa del Signore un rapporto personale, ma sempre simile. La chiesa (l’edificio) è un pilastro, materiale e/o spirituale, di ogni comunità. Per molti è poi il luogo dove poter trovare il conforto umano di chi ha consacrato la propria vita alla fede, di chi può mostrare come e perché credere in un Dio che è al di fuori di ogni nostra percezione. La ricchezza umana che un sacerdote acquisisce è per molti un punto di riferimento indissolubile, perché è l’unico tramite fisico che l’uomo ha a disposizione per consolidare la propria fede verso l’immateriale.
In “Luci d’Inverno” Tomas è un pastore protestante (a cui è dunque “concesso” avere un rapporto di coppia) che ha perso la fede, ha perso dunque la possibilità di aiutare con sincerità chi crede nella sua figura. Non vuole più ostinarsi a credere nel silenzio, nel silenzio di un Dio che chiede ad ogni anima di credere nella propria intangibilità. L’amore è la prova dell’esistenza di Dio, ma la perdita del suo unico vero amore, sua moglie, è per Tomas la scomparsa di Dio, anzi, la prova della sua inesistenza.
Tomas però deve continuare la sua missione, deve continuare a dare Messa e deve continuare ad ascoltare e consolare i fedeli della sua comunità. Può essere considerato un falso, un bugiardo, ma è semplicemente un uomo.
Nella parte iniziale del film cinque persone, ma che sono sei, dato che una di loro è incinta, si inginocchiano attorno ad un settimo, il sacerdote, per partecipare al rito di comunione. Sono immobili, statuari, in attesa di ricevere il corpo ed il sangue di Cristo. Nella vita cercano Dio in una fisicità che non gli appartiene, apparendo più tristi e rassegnati di quanto fossero le sei figure scure de “Il Settimo Sigillo”, mentre danzano in fila dietro alla morte.
Tra questi sei “comunicandi” (traduzione del titolo originale della pellicola), si trova un padre di famiglia aspirante suicida, sua moglie incinta, un giovane uomo devoto alla ritualità della fede, un’anziana signora che ripone in Dio un’intensa e timorosa fede, e Marta, una donna atea innamorata del pastore. Ognuno di loro ripone in Tomas un’aspettativa altissima, certi che sia l’uomo adatto a rassicurare, se non risolvere, i propri dubbi. Il pastore però si sente definitivamente rassegnato, e non riuscirà ad impedire la morte del suicida, non riuscirà a dare alla moglie il conforto che le spetterebbe, e rifiuta bruscamente l’amore di Marta, anche dopo aver letto una sua lunga lettera di profonda confessione, che Bergman ci propone con un intenso primo piano dell’attrice mentre rivolgendosi agli spettatori recita ciò che il suo personaggio ha scritto.
La pellicola, quindi, si nutre e riversa intensità emotiva e concettuale con una forza rara, che acquista ancor più valore se rapportata al senso di mancanza che il personaggio di Tomas trasferisce. Ogni sua parola è vuota, perché fatta di silenzio, parola che si nutre del silenzio di Dio non per renderlo sostanza, ma per sottolinearne la vuota essenza.
“Luci d’Inverno” è un’opera semplice, imperfetta, ma è anche un capolavoro, perché nella sua imperfetta semplicità nasconde una complessità infinita, come il silenzio.

Para
Voto Para: 4/4

"Il Settimo Sigillo": il bianco e il nero di una scacchiera dicono più di mille parole.

settimo sigilloLa morte è forse l’unica certezza che ci accompagna nel nostro cammino. Si può evitare di pensarci, si può esserne ossessionati, si può rifiutarne la crudeltà, o si può esserne morbosamente attratti. La nostra vita terrena è indissolubilmente legata alla sua stessa fine. Attendiamo, senza volerlo ammettere a noi stessi, che la fine ci mieti con la sua scure, riflettendo su quello che perderemo e su quello che ci attenderà.
<<Nessuno può vivere sapendo di dover morire come cadendo nel nulla senza speranza.>>
Le parole del cavaliere Antonius Block ci parlano con una fermezza assoluta, ma costantemente attanagliate dal dubbio. Tornato dalle crociate con la propria fede cristiana ridotta all’osso, si vede giungere la visita di una figura scura, avvolta in abiti neri, ma con un volto che si mostra in una inquietante luce bianca. Quel volto, bianco di cipria, rappresenta la nitida certezza del messaggio di cui si fa voce: la fine è giunta e non lo si può evitare. Una partita a scacchi tra i due, tra la morte e la sua vittima, diventa l’effimero prolungamento di una vita destinata a finire, in cui la speranza di vittoria, da parte del cavaliere, è consapevolmente nulla, e diventa soltanto l’occasione per avere il tempo di riflettere su Dio, sulla fede e sulla natura umana.
Antonius Block è accompagnato nel suo viaggio verso casa dallo scudiero Jones, una figura che fa della parola e della ragione la sua arma. Nel suo atteggiamento sicuro e lucido vediamo la netta contrapposizione con il suo signore. Uno che ha risposto al terrore della guerra, della pestilenza e della morte con dubbi e timori, l’altro che ha risposto mostrando sicurezza, determinazione e cinico realismo.
I saltimbanchi che incontrano nel loro viaggio rappresentano quella gioia e quella semplicità di vivere che i reduci di guerra hanno quasi cancellato. Josef, Mia, il loro piccolo figlio Mikael e il capocomico Jonal, portano i propri spettacoli per le strade, inscenandoli al fianco di processioni di flagellanti e pentiti, di terrorizzati e deboli uomini che vedono  nella malefica peste il giudizio divino, l’apocalisse per un manipolo di poveracci la cui fede è diventata troppo debole. La paura della morte ricorda all’uomo la piccolezza dinnanzi a Dio e la paura diventa la prima e più importante forma di controllo dell’opinione pubblica e di “arruolamento” di anime desiderose (o costrette dall’autocommiserazione) di donare corpo, anima e denaro alla chiesa.
La semplicità dei saltimbanchi, spensierata ma consapevole, affiancata al viaggio verso la morte del cavaliere, rappresenta la duplicità della natura umana, costantemente accompagnata da gioie e dolori, paura e speranza, tragico e comico. Una natura umana fatta di diversità e opposti, così come l’amore coniugale sereno e fedele di Mia e Josef, si contrappone al geloso ed adulterino rapporto tra il fabbro Plog e la consorte Lisa, che fugge momentaneamente con l’attore Jonal, per poi tornare con la coda tra le gambe piangendo e mentendo.
Il dubbio tra l’esistenza o meno di un Dio che ci parla col silenzio, di un Dio che i nostri sensi non possono percepire, è il dubbio che Block vuole risolvere prima di morire. Lo domanderà anche ad una presunta strega destinata al rogo, con la morte negli occhi, occhi dove lei crede di custodire Dio, perché Dio è nella morte, come Dio è nella vita.
L’epilogo della partita a scacchi è scontato, e pur sapendolo fin dall’inizio è lo stesso Block a porgere la vittoria al suo avversario: i pezzi cadono, urtati dal mantello del cavaliere, e la morte può ridisporli, a proprio piacimento, così come a proprio piacimento viene a farci visita, col suo mantello scuro e il suo volto bianco.
Nel castello di Block, quando sua moglie, rassegnata e consapevole, legge versetti dell’apocalisse, la morte giunge, e con lei la loro fine. Block e la moglie, Jones e la ragazza muta, Plog e Lisa, in fila dietro al cavaliere oscuro, si mostrano come sette figure scure, sulla cima di una collina, che danno spettacolo con una danza macabra, i cui spettatori sono i saltimbanchi che fieri e gioiosi di vivere li guardano ballare verso l’aldilà. Chissà che anche Ingmar Bergman non abbia finalmente trovato il Dio che ha costantemente cercato insieme ai suoi personaggi.
In fondo "Il Settimo Sigillo" è la fiera e magistrale messa in scena dei dubbi di un uomo e dei dubbi dell’uomo.
Dubbi che non avranno mai risposta nel nostro breve ed effimero hic et nunc.

Para
Voto Para: 4/4

Il posto delle fragole: il capolavoro di Ingmar Bergman con un immenso Victor Sjostrom

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Un uomo anziano sta scrivendo alla sua scrivania. Si presenta dicendo che è un medico di 78 anni, che ha dedicato completamente la sua vita al lavoro mettendo, così, in secondo piano le relazioni umane. A causa di questo ora vive isolato e in solitudine.

Il giorno successivo si celebrerà il suo giubileo professionale.

Così inizia “Il posto delle fragole”, il capolavoro assoluto di Ingmar Bergman, che ha ricevuto numerosi premi in tutto il mondo, tra cui un Orso d’oro al Festival di Berlino del 1957.

Il film è incentrato intorno alla figura del protagonista Isaak Borg, interpretato dal grande attore e regista svedese Victor Sjostrom in una delle più grandi prove attoriali della storia del cinema. Bergman dichiarò: “Sjostrom si era preso il mio testo, l’aveva fatto suo… si era impadronito della mia anima nella figura di mio padre e se n’era appropriato…”.

Dopo aver fatto un brutto sogno, il professor Borg decide di non prendere l’aereo e di andare, invece, in macchina al suo giubileo professionale, tornando così a visitare i luoghi del suo passato presenti sul tragitto.

Ed è proprio il viaggio il tema principale di quest’opera meravigliosa.

Un viaggio del ricordo: il ritorno al “posto delle fragole”, alla casa d’infanzia, a un passato felice così diverso da quell’isolata vecchiaia.

Un viaggio come riscoperta delle relazioni umane: Borg si fa accompagnare dalla nuora (Ingrid Thulin) con la quale instaura un rapporto sempre più intimo e sincero. Nel corso del tragitto incontrano tre autostoppisti: due ragazzi e una ragazza, Sara (Bibi Andersson), che gli ricorda moltissimo un suo amore di gioventù. I tre giovani sono vivaci e pieni di vita, così diversi dal protagonista che si sente “morto pur essendo vivo”.

La purezza e l’allegria dei nuovi compagni di viaggio sembra rimandare ai saltimbanchi del “Settimo sigillo”, gli unici che sopravviveranno alla ballata macabra della morte.

Un viaggio, anche, del rimorso: il rammarico di aver perso la ragazza di cui era innamorato, sua cugina Sara, che gli ha preferito il fratello perchè maggiormente pieno di vita; il rimpianto di aver lasciato luoghi e persone che amava, in cambio di una brillante carriera e di una moglie che lo tradiva e che lo considerava un uomo senza cuore.

Un viaggio, infine, come riscoperta di sè stesso, di ciò che davvero conta nella vita, delle passioni, delle sensazioni che generano sentimenti ed emozioni nell’animo umano; valori ben più importanti del successo, dei libri e del guadagno.

Pur mescolando diversi autori e teorici quali Freud, Strindberg, Ibsen e (più di tutti) Proust (la memoria degli attimi felici del passato), Bergman realizza con “Il posto delle fragole” un’opera che rientra pienamente nella sua filmografia per stile e contenuto.

Un film personalissimo (come molti dell’immenso regista svedese) che include l’ossessione religiosa, tema molto sviluppato negli anni successivi della sua carriera (es. “Sussurri e grida”); il ricordo di un’infanzia felice e gioiosa dove il piccolo Ingmar aveva già sviluppato una grande passione per il teatro e per l’immagine (es. “Fanny Alexander”); la presenza di molti attori che avevano lavorato spesso con lui: Ingrid Thulin, Bibi Andersson, Gunnar Bjornstrand e, in una piccola parte, Max von Sydow.

La sequenza che nessuno può dimenticare è quella dell’incubo, una delle vette oniriche della storia del cinema: Sjostrom cammina in strade deserte, vede un orologio senza lancette che rappresenta il suo tempo che sta per finire; incontra un uomo privo di volto umano che cade a terra e diventa sangue; infine vede arrivare un carro funebre, la bara si apre e al suo interno c’è lui stesso ancora vivo. La morte, altro elemento fondamentale nel cinema di Bergman, lancia i suoi presagi, facendo così capire al protagonista che il suo tempo sta per finire e facendolo così riflettere sulla vita che ha vissuto.

Quando Borg capirà che la sua vita “di successo” l’ha reso solo infelice e che nè i premi vinti, nè gli onori, nè i riconoscimenti possono sconfiggere la solitudine, cercherà di salvare almeno il figlio (Gunnar Bjornstrand), anch’egli medico, che sembrava portato a diventare tale e quale a lui.

Il finale è profondamente ottimistico: il protagonista riesce ad assopirsi, finalmente sereno, ricordando i luoghi del suo felice passato.

Allo stesso modo, mi piace pensare che Ingmar Bergman si sia addormentato sognando il suo "posto delle fragole".

Chimy

Voto Chimy: 4 / 4


Uno dei più grandi di sempre…

Ingmar_bergman
Addio Ingmar, ora che anche per te il settimo sigillo è stato aperto, puoi tornare a giocare con Fanny e Alexander nel posto delle fragole…

E’ passata già una settimana da quando Ingmar Bergman ci ha lasciati, ma ancora il mondo del cinema non sembra aver assorbito il colpo.
Abbiamo deciso che per omaggiare questo maestro assoluto di quest’arte meravigliosa che in così tanti amiamo, gli dedicheremo i prossimi giorni del blog, con due recensioni di due suoi indimenticabili film.

Ingmar Bergman: Uppsala, 14 luglio 1918 – Faro, 30 luglio 2007.

Uno dei più grandi di sempre…

Un saluto ad Ingmar Bergman…

bergmanCi lascia a 89 anni Ingmar Bergman, regista di una grandezza indiscussa, dalla cui mano sono nati film come "Il Settimo Sigillo", "Il Posto delle Fragole" e tanti altri.
Una carriera lunga più di 50 anni, dall’esordio con "Crisi" nel 1946, fino al suo ultimo "Sarabanda", datato 2003.
Nella foto lo potete vedere sul set de "Il Settimo Sigillo", a destra di uno dei suoi personaggi più famosi, la morte. La morte con cui il cavaliere del film gioca la partita di scacchi più famosa della storia.
E anche la partita a scacchi del nostro buon Bergman è dunque terminata, dopo 89 anni il nero ha vinto, e si è portato con sè un grande maestro.

Buona rivincita lassù, Ingmar Bergman.