FEFF 2008: giorni 4 e 5 (prima parte)

KALA MALAM BULAN MANGAMBANG   di Mamat Khalid

Para: Noir, avventura, horror, melodramma, commedia: tutti i generi del cinema classico americano degli anni 30 e 40 in un particolare film malese. Non un pastiche ma un caleidoscopio, con una bella fotografia bianco e nero. Postmoderno per l’abile mescolanza di generi, ma troppo lungo per il tipo di esperimento. Due ore pesano, sopratutto nella parte centrale.

Chimy: Questo film malese è stato una piacevole sorpresa nella sua prima parte, quando si concentra sull’ "omaggiare" soltanto il noir classico. Nella seconda invece diventa un minestrone un pò troppo confusionario e azzardato. Comunque poteva andare peggio.


ADRIFT IN TOKYO di Miki Satoshi

Para: Dopo la follia dei primi due film Miki Satoshi realizza una specie di road movie: il viaggio a piedi per Tokyo di un ragazzo e di un simil yakuza. Quest’ultimo desidera camminare per la sua città prima di consegnarsi alla polizia confessando di aver ucciso la moglie. Il cammino con il suo debitore è un pretesto per camminare tra i ricordi vissuti e quelli desiderati. Girato semplicemente, con una comicità ed un umorismo intelligente, è soprattutto una piacevole esperienza, durante la quale non si può far altro che sentirsi felici.

Chimy: Miki Satoshi fa un cinema che passa sopra. Non irrita, non esalta e sai che dopo qualche giorno dalla visione non ti sarà rimasto molto dei suoi film. Questa è la sensazione provata per "Adrift in Tokyo" (come per il precedente film visto del regista), simil road movie, intelligente ma banalotto. Come in ogni film del genere che si rispetti, il viaggio creerà nei due protagonisti un nuovo modo di vedere la vita e di approcciarsi alla società giapponese.
Joe Odagiri è bravino in questo genere di film-commedie, ma reggerà il ruolo da protagonista nel nuovo film di Kim Ki-duk?


FUNUKE, SHOW SOME LOVE YOU LOSERS! di Yoshida Daihachi

Para: Anche il regista di questo film è un giapponese ex pubblicitario e di televisione, che realizza un dramma familiare che non cade mai nel melodrammatico. Interessante come vengono nascosti e rivelati i lati d’ombra dei familiari, e soprattutto una costruzione narrativa che ricorda un manga. Proprio su questo elemento si concentra anche la storia (una dei protagonisti è un’aspirante mangaka) e alcuni espedienti visivi (il film diventa la pagina di un fumetto alternando vignette disegnate a parti filmate). Interessante per certi versi, ma fastidiosi alcuni inserti comici e alcuni trucchi visivi. Tutto sommato niente male.

Chimy: Film che parte male, ma che piano piano riesce a rialzarsi facendoti interessare alla storia che racconta.
Girato con maturità da un esordiente, che riesce bene ad equilibrare il lato più drammatico con quello più tragicomico della famiglia protagonista.


THE DETECTIVE di Oxide Pang

Para: Film firmato da uno dei due fratelli Pang (famosi per i vari "The Eye"), si apre con un incipit di tutto rispetto, soprattutto grazie ad una canzone a cui è impossibile resistere (appena scopriremo il titolo di questa hit honkhongese ve lo faremo sapere). La mano horror di Pang si vede positivamente: la storia tutta azione di un detective privato di Honk Hong è condita da sequenze in cui la tensione è alle stelle, con espedienti tipici dell’horror asiatico. Assolutamente fondamentale a questo fine è l’impianto sonoro: invadente ma di sicura efficacia. Girato davvero bene, contiene un momento da ricordare: il ticchettio di un orologio ritma il montaggio della crescente eccitazione del protagonista di fronte ad una bellissima donna. Un film che pecca nella storia ma non in tutto il resto.

Chimy: sottoscrivo in pieno.


IT’S NOT HER SIN di Shin Sang-ok

Para: Tra i film visti del maestro coreano questo è sicuramente il migliore: un grande film, soprattutto per i temi trattati. Ancora una volta il regista dimostra la sua attenzione al mondo femminile, e la fine che riprende la scena iniziale ma con differente prospettiva è la conferma della maestria narrativa e di direzione delmaestro.

Chimy: Film di cui sarà necessaria una normale recensione alla fine del festival. Opera grandissima, nella quale Shin Sang-ok anticipa temi sociali che si svilupperanno a pieno nel cinema occidentale soltanto negli anni successivi: aborto, sessualità, richiamo materno, rapporti famigliari di amore/odio.
Inizio e fine da strapparsi i vestiti; bellissimo il resto.

RESIKLO di Mark A.Reyes

Para: Finalmente una boiata fatta e finita! Trash dall’inizio alla fine, in ogni singolo particolare, questo film è stata uno dei momenti più divertenti del festival. Una razza aliena invade la terra, nelle Filippine un gruppo di uomini si riunisce nella comunità di Paraiso, nascondendosi dal nemico. Tutto finisce con una battaglia tra robot nemici e quelli umani, costruiti con materiale di scarto. Niente ha logica, la recitazione è pessima, affetti scadenti, regia ignobile ma dannatamente divertente. E non era nelle intenzioni del regista

Chimy: Inutile parlare seriamente di questo film. Per chi sa di cosa stiamo parlando, è il "Vogelfrei" di Udine 2008.
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FEFF 2008: Giorni 2 e 3

TRIVIAL MATTERS di Pang Ho-cheung

Chimy: Il film da odiare. Pang Ho-Cheung realizza sette inutili e pretestuosi episodi, che avrebbero la pretesa di raccontare le diversità e le contraddizioni dell’età contemporanea, per questo "Trivial Matters".
Pang cerca di fare un cinema colto, con il quale essere apprezzato da chi vuole essere considerato un sapiente intelettuale, ma in realtà realizza solamente un’opera poverissima di idee e che provoca più di un’irritazione.
Difficilissimo stabilire una classifica dei sette episodi, perchè praticamente tutti inguardabili.

Para:  Pang Ho-cheung vuole fare un film che tratta temi volgari e di umorismo spicciolo che piaccia anche agli intellettuali. Il riultato è un’accozzaglia di inutili cortometraggi che non funzionano nemmeno troppo bene dal punto di vista ludico.
Oltretutto ci sono anche fastidiosi errori: come chi fuma senza fumare.
Certo che però un ragazzo che si crede civilmente impegnato perchè con il getto della propria urina toglie gli escrementi nei bagni pubblici merita tutto il rispetto.

SECRET di Jay Chou

Chimy: "Secret" è l’esordio registico del bravo attore Jay Chou, che realizza un film spiazzante e non facile da valutare.
Per tutta la prima parte è un film molto convenzionale, ben fatto, che sa molto di già visto e di conclusione telefonata.
Poi ad un tratto il film vira da una normale storia di amori e gelosie adolescenziali ad una storia ad alto tasso fantastico. Cambio di direzione improvviso, forse discutibile, ma che certamente ha meravigliato gli spettatori in sala. Esordio molto interessante.

Para: sottoscrivo e non ho niente altro da aggiungere.

A FLOWER IN HELL di Shin Sang-ok

Chimy: Prosegue ancora molto bene la retrospettiva sul padre del cinema coreano Shin Sang-ok.
I suoi film degli anni ’50 si rivelano molto importanti dal punto di vista sociale-contenutistico e "A Flower in Hell" lo dimostra pienamente.
Il film è uno spaccato della società coreana in un periodo di transizione. Come nel film precedente vi è una grande attenzione alla condizione femminile del periodo: l’attrazione per i regali dei soldati statunitensi, che si contrappone ai sentimenti per gli uomini coreani, ricchi o poveri che siano.
Peccato davvero che sia un regista rimasto a lungo sconosciuto.

Para: se con il primo film il regista poteva essere chiamato Shin Sang-Ozu, con questo potrebbe essere Shin Sang-Rossellini. Ovviamente non c’è plagio, e nemmeno omaggio, Shin Sang-ok ha il suo stile, ma questo rende bene l’idea del cinema del maestro coreano. In questo caso un bello spaccato della corea del dopoguerra.


IN THE POOL di Miki Satoshi

Para: Esordio al cinema per il folle Miki Satoshi, regista televisivo e pubblicitario (come alcuni dei registi rivelazione giapponesi degli ultimi anni), che confeziona un film altrettanto folle. Umorismo tipicamente giapponese, e quindi, forse, per intenditori di tale comicità. Il film è un montaggio alternato della vita di tre personaggi affetti da problemi psicologici e della loro interazione con uno psichiatra pazzoide amante dei vestiti leopardati. Inutile sottolineare che anche il dottore non è esempio di sanità mentale. Se le parti riguardanti un trentenne affetto da un’erezione perenne sono le migliori, stessa cosa non si può dire di quelle riguardanti una ragazza affetta da manie ossessivo compulsive e soprattutto dall’inutili parti in cui conosciamo un manager che ha la mania del nuoto: anche se lìintento del regista era di utiizzare queste come distensivo per lo spettatore, al contrario diventano solamente noiose. In ongi caso un buon passatempo.

Chimy: Un film en passant. "In the Pool" è un film che passa sopra senza colpire praticamente mai.
Non irrita e non è mal fatto, ma semplicemente si vede senza ridere più di tanto nè senza provare particolari emozioni. Oggi vedremo quello che viene considerato il suo miglior film, spero che mi colpisca di più di questo.

THE ASSEMBLY di Feng Xiaogang


Para: Eccoci finalmente al miglior film visto fin’ora al festival: "The Assembly" è una lezione di cinema sorprendente. Incentrato sulla guerra di Corea degli anni 50, racconta la guerra vista dagli occhi di un capitano dell’esercito cinese (che appoggiava la corea del Nord) con obiettività e senza schierarsi.La regia è ottima sia nelle meravigliose sequenze di battaglia che nelle parti riflessive e nel drammatico dopoguerra, dove Gu, il capitano, cerca i cadaveri dei propri 46 soldati per dar loro la giusta sepoltura.
Una delle caratteristiche più sorprendenti del film, e che tratteremo in un post futuro totalmente dedicato al film, è l’attenzione al rapporto suono-immagine: la parte visiva sembra seguire la parte sonora, e non viceversa. Se questo rende incredibile la regia delle battaglie, tale espediente risulta altrettanto incredibile anche quando il regista ci mostra una lite tra due soldati che sbraitano l’uno contro l’altro.
Grandioso.

Chimy: Impressionante. Raramente si sono viste nella storia delle scene di battaglia girate meglio che in "The Assembly". La mdp segue perfettamente la concitazione di quei momenti: gli spari, la tensione, gli effetti sonori.
La regia,molto sapiente, alterna un montaggio rapido a riprese lunghe, che sfociano in un pianosequenza da vedere e rivedere.
Feng Xiaogang aveva già stupito alla Mostra di Venezia 2006 con "The Banquet"; ora con questo "The Assembly", che meriterà una futura normale recensione, fa ancora meglio.
Un regista che fa vero Cinema, nel senso di unione di sonoro e visivo, e il cui nome bisogna iniziare davvero a ricordarsi.