Arriva nelle sale Super 8. Omaggio nostalgico al cinema di Steven Spielberg

Articolo già pubblicato su IlSole24Ore

In mezzo a tanti film veneziani spunta J.J.Abrams. In questo weekend arrivano nelle sale italiane diverse pellicole presentate nei giorni scorsi alla Mostra del Cinema, da Terraferma di Emanuele Crialese a Contagion di Steven Soderbergh passando per «L'ultimo terrestre» di Gian Alfonso Pacinotti, ma il titolo più atteso è probabilmente un altro: si tratta di «Super 8», l'ultima fatica di J.J.Abrams che giunge nei nostri cinema con alcuni mesi di ritardo dall'uscita in patria, dove ha ottenuto buoni risultati ai botteghini.

Ambientato nel 1979, il film racconta le vicende di un gruppo di ragazzini che, mentre stanno cercando di girare una scena con la loro super 8, si trovano testimoni di un terribile incidente ferroviario. Nei giorni successivi cominciano a verificarsi una serie di eventi inspiegabili a cui i giovani protagonisti cercheranno di dare una risposta.

Affascinante omaggio alla pre-adolescenza e al desiderio di mistero e avventura di chi rientra in quella fascia di età, «Super 8» si riferisce esplicitamente ai titoli che uscivano negli anni in cui è ambientato: da «Incontri ravvicinati del terzo tipo» ai «Gremlins», passando per «E.T.-L'extraterrestre», facendo costantemente risuonare nella testa dello spettatore il nome di Steven Spielberg.

A lui, che veste qui i panni del produttore, J.J. Abrams ha voluto dedicare questo film, la cui ragione di esistere è proprio quella di rifarsi a un intero filone cinematografico che negli anni '80 prese sempre più piede. Sarà però proprio quest'operazione nostalgica a far nascere alcuni limiti che «Super 8» si porta dietro fin dalle prime sequenze: se da un lato il gioco di Abrams riesce a emozionare e a divertire, dall'altro l'intero lavoro appare eccessivamente costruito a tavolino.

Persino i ricchi effetti speciali, pur conferendo grande spettacolarità alla pellicola, tolgono spontaneità a una resa che, anche dal punto di vista narrativo, appare troppo ansiosa di assomigliare a qualcos'altro che, per ovvie ragioni temporali, non può più esistere in quella forma. Straordinario creatore di mondi fantascientifici, a partire dalle serie televisive di «Lost» e «Fringe», il talentuosissimo J.J. Abrams sul grande schermo aveva ottenuto migliori risultati con l'ottimo «Star Trek». Se in quel caso l'idea di far rinascere una saga partiva da una brillante idea del soggetto, inerente a buchi neri e salti temporali, nel caso di «Super 8» la narrazione segue tracce ben consolidate attraverso la ricerca di un mistero che i ragazzini indagano senza sosta.

Nonostante questi limiti vi è però ampio spazio per un forte coinvolgimento emotivo, in particolare per chi ammirava con stupore i film di Spielberg di trent'anni fa, che giunge fino a un commovente finale di wellsiana memoria nel quale i due protagonisti, interpretati dall'esordiente Joel Courtney e da Elle Fanning, si fermano a guardare un cielo che, proprio come loro, appare cambiato per sempre.
 


Chimy

Voto Chimy: 2,5/4

 

Commento del Para:

Il piacere del ricordare attraverso il piacere del fare?
Ne sa qualcosa quel genietto di J.J. Abrams, che cresciuto a pane, film e cortometraggi in super 8 non riesce a fare a meno di giocare con il passato. E dopo il passato dimenticato (Lost), il passato riscoperto (Star Trek), il passato interdimensionale (Fringe), ora è il turno del suo passato, quello di spettatore, di cinefilo e di bambino.
E come ogni bravo bambino, anche lui non può che vedere il padre come un eroe. Questo padre è Steven Spielberg, e Super 8 è come un disegno che un bambino (prodigio) regalerebbe al proprio papà.
In Super 8 c’è il grande cinema d’avventura per ragazzi come non se ne vedeva da più di 20 anni, dopo che i Goonies hanno ritirato nel cassetto la mappa del tesoro e i bambini di E.T. ritirato le biciclette in garage. E Super 8 è, come i suoi modelli, un film per tutti come non se ne vedevano da più di 20 anni. Per grandi ed (ex) piccoli.
Ma al posto di mappe del tesoro e biciclette, ai ragazzini curiosi e avventurosi del suo film, J.J. da in mano una macchina da presa. Il cinema come scoperta, come avventura artificiosa che li trascina dentro un’avventura reale. Un ritorno totale al passato, in una dimensione dove il creatore torna bambino insieme a personaggi e spettatori.
Ma insieme al piacere del fare e del ricordare, e del ricordare attraverso il fare, Abrams non dimentica il piacere del guardare. O il piacere dell’emozionarsi, lo stesso piacere che si provava guardando e riguardando a un metro dal televisore, su Vhs rovinate e consumate, la propria pellicola del cuore di ragazzino.

 
Para
Voto Para:3/4

 
E nei commenti oltre a parlare di Super 8 diteci: qual è il vostro film del cuore di ragazzino?

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Rango: cinema e spirito

Che abbiano scelto il rettile trasformista e mimetico per eccellenza come personaggio di un film che vuole fare di tutto per distinguersi è cosa ben interessante.
Rango, infatti, è un film d’animazione decisamente differente dal quelli a cui ci hanno abituati Pixar, Dreamworks, Blue Sky o Universal.
Rango è un western, che riprende il sapore dei film d’animazione di Don Bluth, giocando in continuazione sullo spirito delle cose.
Lo spirito della frontiera, prima di tutto, che fa dello scenario western il palcoscenico della libertà assoluta, del sogno americano di avere a disposizione spazi e mezzi per ricominciare o iniziare. Ma Rango, il camaleonte con la voce di Johnny Depp e la camicia di Raoul Duke, non è nella frontiera di fine Ottocento, ma nel deserto del Nevada dei nostri giorni.
E non certo casualmente, la frontiera viene usata, come già successo in buona parte del cinema western degli ultimi anni, per muovere attacchi e critiche al capitalismo,  e così in Rango  l’acqua è come fosse petrolio. Il genere che incarnava lo spirito del capitalismo e dell’individualismo è oggi teatro delle critiche verso lo stesso.
Ma in Rango traspira e trasuda lo spirito del cinema, della citazione, dell’omaggio, della tecnica. C’è talmente tanto respiro di cinema dal vero, in Rango, che il doppiaggio originale è stato fatto in teatri di posa, in presa diretta e con ogni doppiatore impegnato a recitare letteralmente la sua parte nel film.
Ma allo stesso tempo Rango è un film d’animazione, che fa della caricatura un uso sapiente, perché alle poche linee, quelle minimamente indispensabili a caratterizzare i personaggi, si aggiunge un livello di dettaglio nei particolari quasi maniacale. Lo spirito del disegno dentro la ricerca della precisione fotografica.
E una cosa risulta importante: quando nel film vengono usati inserti fotografici reali, è quando siamo nel sogno. La realtà fotografica per fare la finzione, nel rispetto della verosimiglianza e della veridicità del mezzo animato.
E insieme allo spirito del cinema, Rango si porta con sé lo spirito della narrazione e della finzione, cosicché i narratori annunciano la morte dell’eroe, il protagonista vuole fare l’attore e parla di recitazione, spettacolo e messa in scena, fino a quando non si accorge che le proprie fantasie possono rivelarsi veicolo di verità e onestà.
Rango, nonostante risenta di una parabola degli eventi che tarda a decollare, recupera tutto quando il gruppo di eroi parte alla ricerca dell’acqua scomparsa, e tocca la sua vetta nel viaggio, non fisico, del protagonista, momento in cui si sente respirare lo spirito del mito. Il mito del western, il mito del cinema, il mito dell’immagine e della finzione.

 

Para
Voto Para: 3/4

 

La recensione di Chimy la trovate nel post qui sotto!

Tron Legacy: simbologie post reali

 

 Premessa: l’avvolgimento sonoro, al pari di quello visivo, è elemento forte e predominante durante la visione di Tron Legacy. Quindi avviciniamoci ad una sua analisi dentro un simile contesto.
Accendete le casse del vostro pc e cliccate su play prima di leggere la recensione.

 


The Social Network: in Bosnia non hanno le strade ma hanno Facebook

Parole, parole, parole. The Social Network è un film fatto di parole, costanti, che arrivano ad accavallarsi l’una sull’altra. Si sente parlare fin dallo schermo buio, pre-titoli di testa, e non si smette mai (o quasi).
Chiarissima l’idea dello sceneggiatore Aaron Sorkin che vuole ricreare la foga del linguaggio giovanile e i fiumi di parole che ritroviamo su facebook ogni giorno.
The Social Network “parla” prima di tutto questo. E qui sta il suo valore più importante.
Poi si racconta la nascita di facebook, poi si racconta il nerdismo contemporaneo, poi si racconta che un’idea rivoluzionaria nasce per vendicarsi di una delusione d’amore. Su quest’ultimo punto si calca banalmente anche troppo la mano, come mostra un finale (silenzioso) che porta lo spettatore ad approvare senza compromessi questa interpretazione.
The Social Network “parla” quindi di linguaggio. Così come fa Scott Pilgrim vs. The World, altra faccia di una stessa medaglia, in uscita a una sola settimana di distanza (in Italia) dal primo ma del quale si “parla” molto meno.
Quello che Aaron Sorkin fa esplicitamente, Edgar Wright lo fa simbolicamente trasportando il film stesso a un livello linguistico diverso da quello cinematografico e appartenente alla logica dei videogame, del quale la generazione di cui si parla è notoriamente assuefatta.
Ma, tornando a The Social Network, le parole non bastano e, così, ad accompagnarle (per renderlo un film importante) ci sono le immagini di David Fincher e le musiche perfettamente amalgamate di Trent Reznor e Atticus Ross.
Se si aggiunge un’ottima interpretazione di Jesse Eisenberg (mentre Andrew Garfield toglie qualsiasi desiderio di saperne di più del progetto sul nuovo Spider Man) tutto sembra perfetto.
The Social Network risulta così avere certamente una solidissima confezione, praticamente inattaccabile, anche se qualche dubbio rimane sugli entusiasmi critici provenienti soprattutto da oltreoceano.
Fincher gira ormai sul velluto, con tempi di montaggio e scelte registiche sempre più “sicure”. Da ormai un decennio il suo lavoro è particolarmente solido, senza crepe, ma privo anche allo stesso tempo di quei rischiosi istrionismi che avevano caratterizzato i suoi veri capolavori degli anni ’90, Seven e Fight Club, ai quali non si è più realmente avvicinato.
Al di là della sceneggiatura, anche la base narrativa appare solida e allo stesso tempo semplice da trasporre: basata non solo sui processi giudiziari sulla paternità di facebook, ma anche su un libro di Ben Mezrich.
Un film perfetto, ma (seppur il progetto iniziale fosse per Fincher rischioso) che risulta in qualche modo “facile”. Per questo proprio adesso che tutti parlano del comunque buonissimo The Social Network, vorrei caldamente consigliare di non lasciar passare sotto silenzio Scott Pilgrim vs. The World che, al contrario, è imperfetto ma più profondo e complesso.
Forse semplicemente perché riesce a comunicare di più… anche se con meno parole.

 

Chimy
Voto Chimy: 3/4

 

La recensione del Para:

The Social Network di David Fincher
a para piace

 

Para
Voto Para: 3/4

 

P.S. del Para: quella che potrebbe essere una recensione la trovate nei commenti. 🙂

Cattivissimo Me: animare le piccole cose

Forse Cattivissimo Me non è il grandissimo film di cui si parlava alla sua uscita Usa, ma resta comunque un positivo esempio di cinema d’animazione.
Certo, non c’è la grandiosità artistica Pixar e, per fortuna, nemmeno la mediocrità standardizzata Dreamworks (con l’eccezione del bel Dragon Trainer), e tantomeno la monotematizzazione Blue Sky; nel film Universal c’è una grande attenzione ai particolari, alle piccole cose.
E Cattivissimo Me è proprio un film sulle piccole cose. La storia, un po' banale, del villain carismatico a cui si addolcisce il cuore grazie a tre bambine, e alle gioie della paternità, è in fondo il ribadire come non sono le grandi cose (rubare la luna) a fare grande l’uomo, ma le piccole cose, quelle quotidiane, come badare a tre orfanelle e gioire dei momenti più intimi.
E proprio nelle piccole cose che Cattivissimo Me riesce a ritagliarsi la sua importanza.
A partire da quello che nel film è veramente piccolo, i minions, numerosissimi esserini gialli che fanno da aiutanti e da mano d’opera al protagonista, personaggi uguali ma vari e soprattutto di cui ci è ingota la provenienza. Non è importante conoscere l’artificio, ma godere della loro presenza scenica.
E si può continuare con gli altri personaggi, tutti giustamente stereotipati ma tutti ben caratterizzati, proprio nei particolari, comprese le tre bambine o l’antagonista, un nerd a metà strada tra Steve Jobs e Bill Gates che col suo essere tecnologicamente all’avanguardia manca del cuore del passato e dell’esperienza, come ci hanno insegnato i grandi capolavori Pixar.
E si può ancora continuare con alcune piccole scelte registiche, con la scelta cromatica e fotografica e, soprattutto, con la colonna sonora hip-hop r’n’b firmata da quel grande genio della discografia contemporanea quale è Pharrell Williams.
In sostanza, se Cattivissimo Me non è un capolavoro, o un concorrente dei grandi film Pixar, come era stato declamato, resta comunque un esempio di come basti poco per fare bei film, basta scegliere un obiettivo e seguirlo fino in fondo. Anche se questo può significare di dover dare spazio alle cose piccole invece che a quelle grandi.

 

Para
Voto Para: 3/4

City of Life and Death: la strage di Nanchino secondo Chuan Lu

Premessa: altra recensione di uno dei film più belli e importanti visti al Far East Film Festival di Udine 2010.
 

È Nanchino la città della vita e della morte, luogo dove, tra il dicembre 1937 e il febbraio 1938 si è svolta una terribile strage di civili cinesi per mano di soldati giapponesi, durante uno dei momenti più scuri che precedono lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, nonché uno dei momenti più scuri della storia cinese e giapponese. Sono state stimate, infatti, 300 mila vittime civili e almeno 20 mila stupri.
Chuan Lu, alla sua terza pellicola (e terza pellicola di genere bellico), realizza un film di indubbio impatto, riuscendo a non schierarsi, mostrando le due facce di una strage, senza cadere mai nel patetismo e nella propaganda accusatoria nei confronti del Giappone.
City of Life and Death, infatti, mostra in parallelo ciò che accade in un campo di rifugiati civili a Nanchino, e quello che succede nell’accampamento giapponese, scegliendo, in entrambi i casi, alcuni personaggi su cui concentrare la narrazione.
Il film, così, tra magistrali sequenze di battaglie, poste nella parte iniziale del film, e momenti di terribile vita quotidiana per soldati e civili, mostra sequenze di fortissimo pathos, dove a guidare l’emozione dello spettatore troviamo una macchina da presa che ribadisce la forza del cinema nel trasmettere lirismo e poesia.
Ma City of Life and Death è inoltre un  film che picchia pesante, che mostra l’orrore delle azioni giapponesi ma anche la realtà dei soldati nipponici. E City of Life and Death è un film che funziona e cattura lo spettatore nonostante la narrazione minimale, e nonostante l’assoluta mancanza di un punto di vista privilegiato, specie nelle pregevoli sequenze di battaglia iniziali. In City of Life and Death il punto di vista privilegiato è quello della macchina da presa, che cattura e trasmette due realtà opposte ma che si trovano a condividere un orrore che, sia per la vittima che per il carnefice, non può essere dimenticato.
City of Life and Death è un film onesto e necessario, che fa in una sola pellicola quello che Clint Eastwood fece, in due parti, con Flags of Our Fathers e Lettere da Iwo Jima: mostrare due parti in lotta, ma due parti fatte di uomini, sangue e (dis)onore.

 

Para
Voto Para: 3/4

 

In regalo, per voi, uno dei grandi momenti del film: la parata giapponese che celebra la conquista di Nanchino.

Fantastic Mr. Fox: Fantastic Mr. Anderson!

È un mondo al tramonto, quello inscenato da Wes Anderson in Fantastic Mr. Fox. Ma non un tramonto metaforico, bensì un tramonto letterale, dove il sole al suo imbrunire colora il mondo di quelle tinte care al regista statunitense.
Le tinte calde, presenti ma non predominanti, in I Tenenbaum e anche in Le avventure acquatiche di Steve Zissou, e quelle invece onnipresenti nel viaggio in India de Il treno per il Darjeeling, diventano in Fantastic Mr. Fox l’unica gamma di colori presenti sulla tavolozza degli animatori. Una volpe, arancione, in un mondo di campagna al tramonto è quanto di più cromaticamente vicino alla sensibilità e ai gusti del regista.
E questo semplice particolare è solo uno dei tasselli che compongono e scoprono il film come un vero e proprio terreno di libertà totale e incondizionata per Anderson. Perché l’animazione permette di dar sfogo a qualsiasi esigenza, e così ha fatto Anderson, utilizzando l’animazione a passo uno di pupazzi per inscenare tutto il suo cinema condensato in novanta minuti di stupore e divertimento.
Mr. Fox è una volpe giornalista, che vuole vivere in un albero, e non in una tana sotterranea come tutti i suoi simili. La moglie è una pittrice, il figlio un insoddisfatto che vorrebbe essere un atleta, mentre il nipote, suo ospite, è un ragazzo prodigio nello sport e nella vita. A contorno si trovano un tasso avvocato, una marmotta bullo della scuola, un cane coach di uno strano sport e i tre umani antagonisti, tre contadini senza scrupoli che vorrebbero fare di tutto per eliminare la volpe che ruba loro galline, tacchini e sidro alcolico.
È evidente come la rosa dei personaggi sia chiaramente andersoniana, con caratteri stravaganti ed improbabili, a metà strada tra la follia e quell’atteggiamento intellettual chic tipico delle produzioni del regista. È infatti una storia che vuole stare nel mezzo, quella di Fantastic Mr. Fox, tra l’umana stravaganza e il selvaggio animalesco, dove volpi antropomorfizzate bevono sidro, scrivono articoli, pitturano temporali ma non controllano l’istinto di cacciare galline e mangiare sbranando e sporcando.
Ed è un film, Fatastic Mr. Fox, dove l’animazione in stop motion è utilizzata con una precisione e una fluidità nei movimenti che è straordinariamente naturale, rendendo la caricatura animale un veicolo di umanità ancor più convincente che con attori in carne e ossa. Un’ulteriore dimostrazione di come l’animazione e la caricatura siano portatori di un realismo straordinariamente efficace.
Ma è un film andersoniano anche nella regia, straordinaria, anche questa frutto di istanze opposte ma perfettamente amalgamate, con carrelli e prospettive laterali, inquadrature che sembrano teatrini di marionette o disegni schematici e stilizzati. Ma anche primissimi piani alla Sergio Leone, inserti da videoclip e inseguimenti e movimenti di macchina puliti e veloci. E, ovviamente, una colonna sonora curata e perfettamente inserita nel contesto come ci si aspetterebbe da Wes Anderson.
Con Fantastic Mr. Fox, quindi, Wes Anderson arriva alla sua sintesi totale, dove ogni tassello, da ogni parola dello script fino ad ogni scelta delle inquadrature, passando per le scenografie e le musiche, è quanto di più fedele possa esserci verso quella grande idea di cinema, così personale e così vincente, che è sempre trapelata da ogni sua pellicola.

 

Para
Voto Para: 3/4

 

Recensione del Chimy, già pubblicata su Il Sole 24 Ore durante il Torino Film Festival

Tratto da una favola del 1970 di Roald Dahl, autore di opere (tra le quali celebre è "La fabbrica di cioccolato") spesso trasposte sul grande schermo, "Fantastic Mr.Fox" racconta la storia di una famiglia di volpi in perenne lotta con i contadini dei campi circostanti la loro tana.
Il capofamiglia Mr.Fox, dopo diversi anni vissuti tranquillamente facendo il giornalista, ritrova il suo istinto cacciatore e ritorna alla vecchia vita di ladro di polli, senza però farlo sapere alla moglie cui aveva assicurato di aver smesso di fare il furfante.
Il bravo Wes Anderson, arrivato al suo sesto lungometraggio, per adattare la favola di Dahl decide di tentare la strada dell'animazione attraverso l'uso della stop motion: una delle tecniche animate più antiche della storia del cinema (ventiquattro fotogrammi, da scattare su pupazzi tridimensionali, per ogni secondo del film così da andare alla velocità della proiezione della pellicola) che da alcuni anni è tornata fortemente in auge grazie, fra gli altri, ai film di Tim Burton ("La sposa cadavere") e Henry Selick ("Coraline e la porta magica") o a quelli della Aardman Animation ("Galline in fuga", "Wallace & Gromit e "La maledizione del coniglio mannaro").
Ora ci ha provato Wes Anderson, che è riuscito a fare centro senza snaturare il suo stile: nonostante sia un film d'animazione, "Fantastic Mr.Fox" è infatti totalmente coerente con la poetica sviluppata dal regista nel corso della sua carriera.
La scelta delle canzoni della colonna sonora, i vestiti dei personaggi e, in particolare, le loro psicologie rimandano direttamente alle figure de "I Tenenbaum", de "Il treno per il Darjeeling" e delle altre opere di Wes Anderson.
Al centro dei suoi film la vera protagonista è sempre la famiglia, e anche in "Fantastic Mr.Fox" è proprio questa la tematica principale: la coppia di coniugi, Mr. e Mrs.Fox, che rischia di attraversare un momento di crisi per le scelte del maschio, il loro figlio Ash che si sente "minacciato" dall'arrivo in famiglia del cugino Kristofferson che riceve tutte le attenzioni dei suoi genitori.
Le voci originali sono di un cast di primissimo livello: George Clooney e Meryl Streep per Mr.e Mrs.Fox, mentre un folto gruppo di attori abituali del regista (da Owen Wilson a Bill Murray) prestano la loro voce ai personaggi secondari.
"Fantastic Mr.Fox" è un film che piacerà ai bambini e agli adulti, ma ancor di più agli appassionati del cinema d'animazione, che vedranno all'opera un regista importante che c'è da augurarsi si cimenti ancora in futuro in questo campo.
Peccato soltanto per chi non era a Torino in questi giorni che dovrà aspettare ancora diversi mesi (l'uscita è prevista per aprile) prima di vederlo nelle sale italiane.
 

Chimy
Voto Chimy: 3/4

Alice in Wonderland: autoreferenzialità d'autore

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Alice in Wonderland di Tim Burton è un film estremamente autoreferenziale. Non solo verso l’universo autoriale del suo regista, ma anche verso la stessa pellicola.
«È l’Alice sbagliata», ripetono i classici personaggi della tradizione disneyana, nell’accogliere, dopo una decina d’anni, Alice (interpretata da una brava Mia Wasikowska): per tutto il film credono che non sia la stessa Alice che avevano conosciuto quando era bambina.
Ma non è la stessa Alice nemmeno questo nuovo film, rispetto al grande classico Disney a cui si rifà esplicitamente. È infatti un sequel, ma anche un aggiornamento, e anche una riproposizione.
Ma esattamente come l’Alice diciannovenne non è (forse) la stessa Alice del passato, così il film non è la stessa Alice, e lo stesso paese delle meraviglie, dipinto da Disney cinquanta anni prima. Ma nello stesso modo in cui i personaggi nel film confrontano la nuova con la vecchia Alice, così il film ha bisogno del riferimento alla “vera” Alice, quella di Alice nel paese delle meraviglie di Disney. I personaggi, le situazioni, vivono infatti grazie al confronto con le convenzioni dettate ed imposte dal successo del capolavoro del 1951.
«Hai perso un  po’ della tua moltezza», dice il cappellaio matto (un sempre convincente Johnny Depp) ad Alice, accusandola di aver perso lo spirito sognante dell’infanzia. «Hai perso un po’ della tua moltezza», potrebbero accusare i fan più distratti al regista Tim Burton. Se, infatti, ad uno sguardo poco approfondito, si cadrebbe nella sensazione di essere di fronte ad un film in cui la visionarietà registica di Burton sia stata messa in secondo piano, la verità è che Alice in Wonderland è un film profondamente burtoniano. Colmo di citazioni e di allusioni, di rimandi e di sottili riferimenti ai suoi film: dai tronchi rotti e marci di Sleepy Hollow, ai personaggi reali a cui corrisponde un alter ego fantastico di Big Fish; dalle venature horror di teste galleggianti, come le gole tagliate di Sweeney Todd, ai personaggi creepy che popolano la filmografia del regista. È poi un mondo, quello delle meraviglie di Burton, dove bene e male, buono e cattivo, mantengono una divisione sottile, col risultato che la Regina Bianca (Anne Hathaway), anche se all’apparenza buona, risulta falsa e malvagia, nel preparare pozioni da strega, mentre la Regina Rossa (una grande Helena Bonham Carter), nel suo essere esplicitamente malvagia, risulta invece un personaggio assai più fascinoso ed umano (perché ama il suo primo sottoposto), di ogni altro personaggio del film. E, infine, Alice in Wonderland è anche un simile viaggio attraverso una fiera degli orrori e degli errori come lo era La fabbrica di cioccolato, altra operazione firmata Disney.
Alice in Wonderland è, in fondo, una mossa commerciale di riscrittura di un mondo in riferimento all’odierno spirito del tempo. È un film il cui target di riferimento è la ragazza adolescente o giovane adulta, in un momento dove il gothic, il creepy e lo sgradevole sono qualità che affascinano il grande pubblico. Ugualmente in linea con questo obiettivo, è la scelta di affidare e diffondere a tappeto la canzone finale del film ad Avril Lavigne, cantante pop rock di successo tra gli adolescenti statunitensi ed europei.
Se guardato nell’ottica di progetto commerciale, la scelta di Tim Burton ed il conseguente risultato del film, non può che essere soddisfacente.
Peccato però per un finale sottotono, con momenti sfacciatamente commerciali come la battaglia con il drago Chicarampa e, soprattutto, a quella “deliranza” che può essere eletta come il modo migliore per rovinare un film. Fortunatamente è un momento isolato e soprassedibile, che nonostante il cattivo gusto, forse, voleva essere uno sgradevole espediente con cui Burton ci ricorda che, nonostante la tradizione, non abbiamo visto cantare e danzare nessun personaggio, e che se fosse successo sarebbe stato fuori luogo. Forse un altro momento di quella autoreferenzialità di cui parlavamo all’inizio.

 

 

Para

 

 

Voto Para: 3/4

 

 


Superfluo aggiungere un'intera recensione, dato che buona parte dei concetti che volevo esprimere si trovano già in quella del Para, con la quale sono praticamente d'accordo su ogni punto. Mi sembra però importante sottolineare ancora maggiormente la natura compromittoria di Alice in Wonderland, dove alle imposizioni forti della committenza Disney si aggiunge la firma burtoniana (come già spiegato sopra). Poco visibile nelle singole sequenze che si possono citare, Tim Burton "controlla" autorialmente i concetti portanti che stanno alla base della sua ultima opera. Invenzione straordinaria (con tutte le conseguenze che comporta) Alice sceglie inconsciamente (o forse no) di tornare in quel mondo fantastico che credeva di aver sognato da bambina e nel quale era in realtà stata per davvero.Proprio questo slittamento d'età rappresenta una delle chiavi dell'opera, come ben scrive Federico Gironi: "non più bambina, ma post-adolescente costretta ad affrontare una vita adulta che non sente sua, l’Alice di Tim Burton è un personaggio sottilmente ma innegabilmente sessualizzato, tornata in un mondo magico e fantastico dove i mutamenti del suo corpo sono chiaro rimando a una femminilizzazione ed erotizzazione forti". Fugge così, in un inizio formidabile, dal mondo morto dei vivi per approdare al mondo vivo dei morti. Come il Victor de La sposa cadavere per intenderci.Nel finale Alice torna nel mondo "vero", ma fuggendo nuovamente dall'ipocrisia della società che non le appartiene per continuare a sognare e proseguire i sogni del padre. Evolvendosi, come il brucaliffo, nella poetica ultima inquadratura. In mezzo c'è il paese delle meraviglie, dove ci sono problemi legati alla natura troppo banale e "per tutti" della narrazione e dove l'impronta burtoniana non riesce a uscire (sempre) e a contenere quella della Disney (non dimentichiamo che la sceneggiatrice è Linda Woolverton, veterana dei film d'animazione della casa). Le scenografie suggestive vanno a volte a scontrarsi con un 3d che non può che lasciare delusi, dopo aver visto un paio di mesi fa il film della rivoluzione. Gli effetti della stereoscopia risaltano soltanto attraverso "movimenti da luna park" in cui gli oggetti vengono scagliati (o cadono) contro il pubblico. Più importante l'uso della performance capture, ma nessuno (o quasi) se n'è accorto. Alcuni personaggi deludenti (il brucaliffo, la regina bianca) vengono compensati da un magico stregatto e da una regina rossa straordinaria che entra di diritto nella galleria dei più importanti freak burtoniani: aggressiva come Sweeney Todd per la sua differenza fisica, folle come Willy Wonka, in realtà semplicemente sola e in cerca di affetto come Edward mani di forbice. Naturalmente un plauso speciale proprio a Helena Bonham-Carte che è con distacco la migliore di un cast che comunque si comporta egregiamente. Altra invenzione figurativa da segnalare sono le bellissime carte-soldato della regina rossa, anch'esse poco sottolineate dalle recensioni che si trovano in giro. Pur essendo Alice in Wonderland un buon lavoro, rimane però deludente il fatto che da uno dei più grandi registi viventi ci si aspetta sempre un film memorabile, ma come già detto e ripetuto i compromessi con la Disney (e la volontà legittima di raggiungere un ampio pubblico e un grande incasso) hanno decisamente frenato il genio di Burbank. Anche se bisognerebbe ricordare che l'ultima volta che Burton è sceso a compromessi tali (necessari a volte per realizzare poi opere più personali) è stato per il discusso Il pianeta delle scimmie; dopo il quale (e grazie anche agli incassi fatti con quel lavoro) è stato realizzato un certo Big Fish, che non solo è un capolavoro, ma in assoluto uno dei più grandi film del nuovo millennio. Meditate gente, meditate…

 

 

Chimy

 

 

Voto Chimy: 3/4


Animazione e Natale: A Christmas Carol e La principessa e il ranocchio.

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Il 2009 si è concluso con, tra gli altri grandi film, anche quattro grandi film d’animazione: Up, Coraline e la porta magica, Ponyo sulla scogliera e Valzer con Bashir. Quattro diversi esempi di differenti tecniche d’animazione e quattro esempi di differenti intenti e messaggi.

Ma anche nell’ultima settimana del 2009 nelle nostre sale sono approdati due film d’animazione, forse non così riusciti come i quattro sopra citati, ma ugualmente importanti; due film d’animazione che, come da tradizione, hanno arricchito la programmazione natalizia.

Questi film sono, chiaramente, La principessa e il ranocchio e A Christmas Carol, due film diversi tra loro e due film diversi anche dagli altri “grandi quattro”. Nella loro quasi contemporanea programmazione, infatti, sono due film che vanno in direzioni opposte ma con, forse, uguali propositi.

La principessa e il ranocchio, di Ron Clements (regista di La sirenetta ed Alladin), è il ritorno Disney all’animazione tradizionale; A Christmas Carol, di Robert Zemeckis, è il classico Canto di Natale di Dickens, riproposto con la tecnica della performance capture e dell’animazione in cgi unite alla visione stereoscopica.

Due realtà opposte, quindi: da una parte la ricerca d’innovazione narrativa all’interno dell’animazione tradizionale, dall’altra la classicità della narrazione all’interno dell’avanguardia tecnologica.

È interessante, dunque, osservare, specularmente, queste due pellicole.

Il film Disney mette subito in chiaro le cose: niente mondi fatati, fiabe o storie classiche: siamo a New Orleans negli anni Trenta e la protagonista è una povera ragazza di colore, la prima protagonista di colore della storia Disney. E il gioco narrativo è a inversione del classico: il bacio non trasforma il rospo in principe ma la principessa in un ranocchio.

Il film di Zemeckis, invece, propone la classica e celebre storia di Dickens, nella sua integrità. Non è, infatti, come spesso accade, una rivisitazione in chiave moderna o contaminata da generi, è bensì una riproposizione fedele, in ambienti e narrazione, del testo originale.

L’innovazione narrativa in La principessa e il ranocchio non tradisce l’essenza Disney: seppur la scelta di una protagonista di colore sembra un aggiornamento al passo coi tempi (ma comunque in ritardo), non c’è nessuna reale e volontaria rivalutazione razziale, la figura del nero è comunque stereotipata: poveri, vivono nei bassifondi, simpaticoni suonatori di jazz con umili sogni lavorativi. Ma Tiana, la protagonista, è condita da quel niggaz appeal da cantante r’n’b, e quindi godibile da parte di bambine e ragazzine. Ma questo non toglie che, a differenza di Tiana, leale, volonterosa e povera, la sua amica bianca, ricca e viziata, sia animata con una fluidità e un’espressività superiore ad ogni altro personaggio, rendendola sullo schermo decisamente più appetibile. Quindi, se all’apparenza il film sembra progressista, nella sostanza il conservatorismo Disney non viene meno. Ciò non toglie, però, che la freschezza di personaggi ed ambientazione, siano effettivamente un positivo arricchimento, e che La principessa e il ranocchio, nella sua classica struttura Disney, contenente tra l’altro rimandi e citazioni ad altri vecchi classici Disney, sia comunque un piacevole e meritevole ritorno di una tradizione di cui si sentiva la mancanza.

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A Christmas Carol, invece, adotta un impianto narrativo tra i più abusati e conosciuti, ma riproponendolo con una rinnovazione tecnologica capace di catturare lo spettatore. Zemeckis dimostra che una storia, per quanto sia vista e rivista, se portata sullo schermo con scelte corrette, può risultare comunque godibile. È il famoso "come," che importa, non il "cosa". E il "come" di Zemeckis è la performance capture, l’animazione cgi e la visione stereoscopica, una combinazione tra le massime innovazioni tecnologiche per il cinema degli ultimi anni. Se la performance capture dona una ricchezza di tratti e particolari ai volti degli attori, e l’ambientazione tridimensionale è vicina al fotorealismo, ciò che aumenta la forza espressiva del film è la visione 3d. Il dinamismo visivo dei voli e degli inseguimenti di Scrooge insieme ai fantasmi del Natale, ha funzione di trasporto, con apice il piano sequenza di dieci minuti che coincide con il viaggio del protagonista insieme al fantasma del Natale passato. In questo frangente, le possibilità dell’animazione permettono di realizzare una continuità tra spazi e luoghi, con deformazioni spaziali che vanno in profondità, e con sequenze di volo dove il senso di velocità è trasmesso grazie all’apporto della visione 3d.

A Christmas Carol, mentre racconta una storia già nota a tutti, sperimenta nuove possibilità tecnologiche, con esisti ancora non da altri raggiunti, e propone ai più giovani, nello stesso tempo, una storia a loro forse nuova, ma che vedranno raccontata fedelmente e in maniera tecnologicamente e espressivamente attuale.

La principessa e il ranocchio, e A Christmas Carol, quindi, sono due film riusciti, utili ed importanti, che anche nella tradizione del Natale, ma in due modi differenti, hanno dimostrato la possibilità e la forza nascosta nella doverosa ricerca del rinnovamento.

 

Para


Voto Para La principessa e il ranocchio: 3/4

Voto Para A Christmas Carol: 3/4

Tra le nuvole: Reitman e la commedia.

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La recensione del Para di Tra le nuvole è qui, su Paper Street!

Voto Para: 3/4