"Seta": il più pregiato dei tessuti nella sua tessitura meno pregiata.

«Una volta aveva tenuto tra le dita un velo tessuto con filo di seta giapponese. Era come tenere tra le dita il nulla».
Questo “Seta” per sfortuna non è come un velo tessuto con filo di seta giapponese. Perché la seta giapponese è leggera e delicata come una bella poesia.  E al film manca proprio quel velo poetico che nel romanzo omonimo di Alessandro Baricco esplode delicatamente in molte pagine. Il film è così una (quasi) fedele trasposizione letterale svuotata pesantemente del filtro poetico che connota il romanzo da cui è tratto.
Hervé Joncour (Micheal Pitt) vive a Lavilledieu, paese della Francia di fine 800, insieme alla moglie Helene (Keira Knightley). E’ un commerciante di uova di bachi da seta, per conto di Baldabiou, l’imprenditore che gestisce le filande del paese. A causa di un’epidemia che ha colpito le uova di bachi da seta in Europa e Africa settentrionale, Hervé viaggia fino in Giappone, dove acquista le uova di contrabbando grazie all’appoggio di Hara Jubei (nel romanzo Hara Kei), signorotto dedito al commercio di contrabbando, dato che il Giappone, in quegl’anni, era in piena autarchia. Nei suoi viaggi nella terra del Sol Levante Hervé incontra la geisha di Hara Jubei, e i due si innamorano fin dal primo sguardo. Proprio gli emozionanti giochi di sguardi che i due si scambiano nel romanzo, nel film sono quasi inesistenti, negando allo spettatore una parte fondamentale della caratterizzazione della donna e del loro rapporto d’amore. Hervé è infatti un viaggiatore che attraversa il mondo lasciando e raggiungendo di volta in volta un amore, in Francia Helene, in Giappone la geisha. Uno dei problemi del film è aver deciso di attribuire molta più importanza ad Helene, complice anche il nome dell’attrice scelta, a discapito del personaggio giapponese. Se nel libro Helene veniva abilmente tratteggiata dallo scrittore nella sua marginale presenza e nella sua prepotente assenza, nel film la bilancia tende decisamente nell’opposta direzione. In questo ribaltamento di tendenza il messaggio finale, che nel film vuole essere lo stesso, risulta purtroppo meno efficace che nel libro, dove invece emozioni, poesia e romanticismo sono perfettamente bilanciati. Nel processo quasi di “obiettivazione” operato dal regista Francois Girard sono così andati perduti troppi particolari che nel romanzo diventavano parti fondamentali della storia e dell’intento comunicativo.
Però il film in sé è salvabile.
Tralasciando le considerazioni mosse dalla mia particolare affezione verso il romanzo, e tralasciando le “occasioni mancate” dal regista, che trascura o elimina parti del romanzo che mi sarei voluto gustare sul grande schermo con chissà quale ottima regia, la pellicola ha i suoi pregi e i suoi difetti che non riguardano in nessuno dei due campi il libro. Il regista ha infatti un buono sguardo sulla realtà del tempo, un buon ritmo registico e si avvale di due attori principali di assoluto valore. Dall’altra parte il regista però si mostra poco attento ai paesaggi, che in un film del genere avrebbero dovuto ricevere un’attenzione assolutamente maggiore. Ad aumentare il giudizio positivamente c’è anche la musica di Ryuichi Sakamoto, che può essere considerato, azzardando, il Morricone giapponese.
Un film che è dunque in apparenza simile al romanzo, ma differente nella sostanza.
Un film che resta comunque godibile, anche se si poteva fare di più.
Una vera e propria occasione mancata.
Para
Voto Para: 2,5/4
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