Nelle sale un weekend tutto al femminile con Nicole Kidman e le ballerine del burlesque

Articolo già pubblicato su IlSole24Ore

Nelle ultime settimane i cinema italiani sono stati invasi da personaggi maschili che hanno ottenuto fin dai primi giorni di programmazione un grandissimo successo: sia dal punto di vista degli incassi ai botteghini («Che bella giornata» e «Qualunquemente» sono volati in testa al box office  grazie, rispettivamente, a Checco Zalone e ad Antonio Albanese/Cetto La Qualunque) che da quello degli apprezzamenti critici (in particolare gli straordinari Colin Firth ne «Il discorso del re» e Javier Bardem in «Biutiful», uscito venerdì scorso).
In questo weekend la musica cambia completamente e nelle sale tornano assolute protagoniste diverse figure femminili: colpisce in questo senso il titolo «Gianni e le donne», opera seconda di Gianni Di Gregorio (dopo il clamoroso esordio di «Pranzo di ferragosto») che verrà presentata nei prossimi giorni fuori concorso al Festival di Berlino.
Visto che le interpreti di questa pellicola italiana (da Valeria De Franciscis, scoperta dal regista per il suo lavoro precedente, a Elisabetta Piccolomini) sono però poco note al grande pubblico, gli occhi degli spettatori nostrani s’indirizzeranno più facilmente verso Nicole Kidman che torna al cinema (dopo diversi flop, di cui l’ultimo fu «Nine» di Rob Marshall) con «Rabbit Hole» di John Cameron Mitchell.
L’ex moglie di Tom Cruise (ora felicemente sposata con il cantante Keith Urban) interpreta Betta, una donna benestante che, insieme al marito Howie, cerca di sopperire alla morte del figlio avvenuta soltanto otto mesi prima.
Fin dalle prime battute è chiaro che il tema principale di «Rabbit Hole» sarà l’elaborazione di un lutto tanto grave, che verrà declinata nell’opposto comportamento dei due coniugi: Becca vuole cancellare ogni ricordo del bambino, non ne parla e passa le giornate dedicandosi alla cura del giardino; Howie cerca invece di far rivivere la presenza del figlio riguardando ogni sera dei filmati che custodisce gelosamente sul suo telefonino.
Diventati estranei l’uno per l’altra, i due cercheranno conforto fuori dalle mura domestiche: Howie stringerà amicizia con una donna conosciuta durante una terapia di gruppo, mentre Becca deciderà di aprirsi con il ragazzo adolescente che aveva investito accidentalmente suo figlio.
Tratto da una pièce teatrale, vincitrice del Premio Pulitzer nel 2007, del drammaturgo David Lindsay-Abaire (anche sceneggiatore della trasposizione sul grande schermo), «Rabbit Hole» sviluppa una riflessione non banale su un argomento che è stato spesso trattato sul grande schermo negli ultimi anni (basti pensare a «La stanza del figlio» di Nanni Moretti o ad «Antichrist» di Lars von Trier).
Il regista John Cameron Mitchell mette adeguatamente in scena il testo di Lindsay-Abaire, cambiando decisamente stile rispetto a quello kitsch ed eccessivo dei suoi titoli precedenti (da «Hedwig» del 2001 a «Shortbus» del 2006). Il suo sguardo in questo caso si mantiene discreto e delicato per buona parte del film, fatta eccezione per alcune sequenze (soprattutto nelle battute conclusive) che risultano eccessivamente retoriche anche (e soprattutto) a causa di scelte musicali che risultano troppo ricattatorie.
Nel ruolo di Becca, la Kidman (anche se ancora lontana dalle interpretazioni più significative della sua carriera) è intensa e misurata al tempo stesso: i momenti recitativi migliori sono quelli in cui si trova di fronte a una grande attrice come Dianne Wiest (nella parte di sua madre), mentre insipido e a tratti poco credibile risulta essere Aaron Eckhart nei panni del marito Howie.
 
Un’altra coppia di attrici è al centro di un secondo titolo tutto al femminile in uscita questo weekend: «Burlesque» con Cher e Christina Aguilera.
Quest’ultima, alla sua prima apparizione cinematografica, interpreta Ali, una ragazza di provincia che arriva a Los Angeles in cerca di fortuna: i primi passi li muoverà come cameriera al Burlesque Lounge, un locale (diretto dalla matura Tess) da tempo sommerso da debiti e creditori.
Ali avrà però presto occasione di calcare lei stessa il palcoscenico quando, a causa di alcune circostanze fortuite, si troverà a sostituire la prima ballerina e, grazie alle sue doti, riuscirà a salvare il locale dal fallimento.
Diretto dall’esordiente (e si vede) Steve Antin, che ne ha curato anche la sceneggiatura, «Burlesque» racconta il classico “sogno americano che va a buon fine”, sfruttando un tipo di spettacolo (il burlesque, appunto) che oggi sta diventando sempre più popolare, anche sul grande schermo: Abel Ferrara l’aveva infatti rappresentato nel 2007 in «Go Go Tales» e Mathieu Amalric, vincitore del premio per la miglior regia all’ultimo Festival di Cannes, ha voluto studiarne le dinamiche più profonde in «Tournée» (che, dopo essere stato presentato allo scorso Torino Film Festival, arriverà nei nostri cinema nei prossimi mesi).
Se Cher cerca faticosamente di alzare il livello di una pellicola tanto banale, la Aguilera si sente a suo agio unicamente nei momenti di canto e ballo. Per sua fortuna queste sequenze sono molteplici tanto che il film potrebbe essere definito come una banale serie di videoclip musicali, causa i continui numeri di burlesque che legano una trama sempre più sottile e scontata col passare dei minuti.
Il cinema, in «Burlesque», torna a essere pura attrazione, ma neanche le studiate coreografie e i sensuali costumi basteranno a tener viva l’attenzione del pubblico.
 
A concludere un weekend tutto al femmminile, troviamo «Il truffacuori», film francese dove il protagonista ha (per lavoro) continuamente a che fare con delle donne.
Alex Lippi è infatti un seduttore di professione che viene ingaggiato per mandare all’aria delle relazioni sentimentali: la sua tattica è riuscire a far innamorare di lui la ragazza di turno così da convincerla a lasciare l’attuale compagno.
Aiutato da Melanie e Marc, Alex è sempre riuscito a realizzare i suoi obiettivi fino a quando gli verrà affidato un incarico particolarmente complicato: conquistare in soli dieci giorni la bella e fredda Juliette (la figlia del committente) mandando così all’aria il suo imminente matrimonio.
«Il truffacuori» si basa quindi su un soggetto particolare e originale, che lo rende particolarmente piacevole nella prima parte. Peccato che poi il film segua svolte narrative convenzionali e risulti meno divertente di quanto promettesse inizialmente.
Il regista Pascal Chaumeil (esperto autore televisivo alla sua prima prova cinematografica) si limita a una messa in scena semplice e funzionale al talento dell’attore protagonista Romain Duris  che, in una parte molto diversa da quelle in cui siamo abituati a vederlo (basti pensare al suo ruolo drammatico in «Tutti i battiti del mio cuore» di Jacques Audiard), si dimostra ancora una volta uno dei più eclettici attori transalpini in circolazione.
Decisamente non all’altezza è invece Vanessa Paradis (nella parte di Juliette) che, con la sua scarsa mimica espressiva, ci ricorda perché in ambito cinematografico (la sua principale attività è quella di cantante) viene ricordata unicamente per essere la compagna di Johnny Depp.

Chimy

Voto Rabbit Hole: 2,5/4

Voto Burlesque: 1,5/4

Voto Il truffacuori: 2/4
 

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Martyrs: l'ultimo esempio del nouveau horror francese

La recensione di Chimy di Martyrs, opera seconda di Pascal Laugier, molto discussa e (forse) molto discutibile, è qui su Paper Street . Il "nouveau horror" francese è giunto al suo punto più estremo?

E per chi ancora non lo sapesse qui su Cinedrome dal carissimo amico Pickpocket (che ringraziamo nuovamente per la splendida iniziativa), un’intervista fatta allo stesso Chimy… che solo per la bellissima foto postata da Pick in apertura del post merita un’occhiata :).

Tutto questo in attesa di un prossimo post doppio sul bellissimo Coraline e la porta magica di Henry Selick, film che già ora vi consigliamo di vedere a tutti i costi… possibilmente in una sala attrezzata per il 3d.