Weekend a stelle e strisce: dal toccante La fuga di Martha al deludente Molto forte, incredibilmente vicino

Articolo già pubblicato su IlSole24Ore

 

Mentre gli occhi degli appassionati di tutto il mondo sono puntati verso Cannes, in attesa di scoprire domani sera i vincitori del Festival europeo più prestigioso, nelle sale italiane sbarcano questo weekend diverse produzioni statunitensi. Proprio sulla Croisette, all’interno della sezione «Un certain regard», venne proposto lo scorso anno  il film di esordio di Sean Durkin,  «La fuga di Martha», tra i più apprezzati titoli indipendenti a stelle e strisce della scorsa stagione e, di conseguenza, una delle uscite più attese di questo venerdì. Ambientato ai giorni nostri, racconta, attraverso continui flashback, la vita di Martha: la ragazza, poco più che adolescente, decide di scappare dalla piccola comunità, molto simile a una setta, dove ha vissuto per due anni e trovare rifugio a casa della sorella maggiore Lucy. Tormentata dai ricordi del passato e incerta su quale debba essere il suo futuro, Martha rimarrà vittima di una paranoia crescente dalla quale fuggire sembra impossibile. Presentato come un’opera di denuncia sullo stile di vita delle comunità americane, «La fuga di Martha» è soprattutto una toccante riflessione sulla ricerca d’identità di una ragazza che non riesce a trovare un proprio posto nel mondo. A tratti troppo piatta (ma si può perdonare a un esordiente), la regia di Durkin segue costantemente la sua protagonista, interpretata da un’intensa Elizabeth Olsen (sorella minore delle più famose Mary-Kate e Ashley), nel tentativo di trasmettere allo spettatore le sue stesse paure e il medesimo senso di alienazione. Seppur l’obiettivo dell’autore non sia sempre raggiunto, un’inquadratura finale da applausi a scena aperta fa dimenticare i piccoli passi falsi compiuti durante il percorso.

 

Decisamente meno perdonabile è invece «Molto forte, incredibilmente vicino», ultima fatica di Stephen Daldry con Tom Hanks e Sandra Bullock. Tratto dall’omonimo romanzo di Jonathan Safran Foer, il film ha per protagonista Oskar Schell, un bambino di nove anni che ha perso il padre negli attentati dell’11 settembre. Quando nell’armadio del genitore trova casualmente una chiave misteriosa, Oskar inizierà un lungo viaggio per le strade di New York nel tentativo di scoprire a quale serratura appartenga. Dopo l’insipido «The Reader» del 2008, Daldry in «Molto forte, incredibilmente vicino» prosegue nel realizzare un cinema ricattatorio per spingere il pubblico a commuoversi a tutti i costi, attraverso uno stile retorico e artificioso. Se nel romanzo i legami tra la ricerca del protagonista e il crollo delle Torri Gemelle erano sempre approfonditi, nel film l’11 settembre viene solo sfruttato sfacciatamente e superficialmente per accrescere il pathos degli eventi mostrati. All’interno di un cast davvero sottotono, nemmeno Max Von Sydow (meritatamente candidato all’Oscar come miglior attore non protagonista) riesce ad alzare il livello di una pellicola mortifera dal primo all’ultimo minuto.

 

 

Chimy

Voto La fuga di Martha: 2,5/4

Voto Molto forte, incredibilmente vicino: 1,5/4

Weekend all’insegna del cinema fantastico: dai vampiri di Tim Burton ai “super-adolescenti” di «Chronicle»

Articolo già pubblicato su IlSole24Ore

 

Da una soap opera degli anni ‘60 a un lungometraggio firmato Tim Burton: questa è la storia di «Dark Shadows», serie televisiva di culto (soprattutto negli Stati Uniti) ideata da Dan Curtis, tra le prime a proporre sul piccolo schermo figure soprannaturali in orari diurni. Da sempre dichiarato fan della serie, Burton ha voluto trarne un film, in uscita questo venerdì in contemporanea mondiale, per il quale ha chiamato nuovamente al suo fianco Johnny Depp, in quella che rappresenta la settima collaborazione tra i due. L’attore interpreta Barnabas Collins (personaggio i cui panni erano vestiti da Jonathan Frid nella serie originale), vampiro dandy ai limiti del kitsch che, dopo essere rimasto sepolto vivo in una bara per quasi duecento anni, viene accidentalmente liberato. Inizialmente entusiasta, Barnabas si ritroverà catapultato in un mondo molto diverso da quello che si ricordava: la sua, un tempo grande, proprietà è caduta in rovina e i suoi curiosi discendenti non se la passano tanto meglio. Ambientato nel 1972 (l’anno dopo la conclusione della soap opera televisiva), «Dark Shadows» alterna sistematicamente diversi registri stilistici, dall’horror al grottesco passando per il melodramma, con esiti non sempre armoniosi. I momenti visivamente suggestivi non mancano, ma, dopo il grande successo commerciale di «Alice in Wonderland», sembra che Burton sia costantemente preoccupato di trovare il giusto compromesso tra scelte personali e ragioni di cassetta: ne risulta un film altalenante, dove il talento del regista americano emerge soltanto a sprazzi. Tra le note positive, da segnalare un cast in ottima forma dove, oltre a un divertente cameo di Alice Cooper, svettano Michelle Pfeiffer ed Helena Bonham Carter.

 

Altro titolo di genere fantastico è «Chronicle», esordio alla regia di Josh Trank (in precedenza autore soltanto per il piccolo schermo), che arriva nelle nostre sale reduce da un ottimo successo ai botteghini americani. La trama ruota attorno a tre liceali che, dopo una casuale esposizione a radiazioni provenienti da un blocco di cristallo, si accorgono di aver acquisito incredibili poteri telecinetici. Molto presto però uno di loro, Andrew, sfogherà tutta la sua repressione esistenziale accrescendo le sue abilità in un vero e proprio delirio d’onnipotenza. Girato con la tecnica del “found footage” (la modalità narrativa in cui si aggrega, in maniera fittizia, del materiale girato con le videocamere degli stessi protagonisti), «Chronicle» rimane spesso vittima di scelte estetiche che, ormai sempre più abusate, ne limitano la freschezza e la portata innovativa. Scritto da Max Landis, figlio del celebre John, il film vorrebbe proporre una riflessione sulle conseguenze che possono nascere dal senso di solitudine in un adolescente, ma la portata psicologica della pellicola risulta sbrigativa e poco approfondita.

 

Tra le nuove uscite, particolarmente atteso è infine l’ultimo lavoro di Philippe Lioret, «Tutti i nostri desideri», presentato alla scorsa Mostra di Venezia all’interno delle Giornate degli Autori.
Dopo il toccante «Welcome» del 2009, Lioret ripropone al centro della scena un gruppo di persone i cui destini verranno uniti da un’imprevedibile tragedia: tra questi vi è Claire, un giudice, giovane madre e moglie, che scopre di avere una malattia incurabile ma decide di non rivelarlo ai familiari. L’obiettivo dei suoi ultimi mesi di vita sarà quello di sostenere la causa di Celine, altra giovane madre, assillata e raggirata dagli istituti di credito con i quali si è indebitata per cercare di mantenersi. Mentre il processo andrà avanti, Claire cercherà di programmare quello che sarà il futuro dei suoi cari senza di lei. Tratto dal romanzo «Vite che non sono la mia» di Emmanuel Carrére, «Tutti nostri desideri» segna un deciso passo indietro nella carriera di Lioret: nonostante le capacità del regista di ritrarre con umana partecipazione i suoi personaggi siano rimaste invariate, il suo stile appare meno spontaneo rispetto a quello messo in scena nella sua pellicola precedente. Se in «Welcome» infatti la narrazione procedeva senza intoppi, in «Tutti i nostri desideri» vi è più di un momento in cui si perde il coinvolgimento nelle vicende raccontate, a causa di un ampio ricorso alla facile retorica, spesso infarcita di svolte di sceneggiatura scontate e troppo costruite a tavolino. Peccato,  perché nel film non mancano momenti emotivamente sinceri, dovuti in particolare all’intensa recitazione del sempre notevole Vincent Lindon e della belga Marie Gillain, mai così brava in precedenza.

 

Chimy

Voto Dark Shadows: 2,5/4

Voto Chronicle: 2/4

Voto Tutti i nostri desideri: 2/4

Hype di maggio 2012: percorsi esistenziali in attesa di… una spuntatina ai capelli

 

Hype condiviso:

 

Buon compleanno!

Image

CINEROOM nacque il 29 aprile 2007. Oggi sono 5 anni che esprimiamo le nostre idee e le nostre riflessioni attraverso un blog, che ci ha permesso di conoscere nuovi amici, di apprendere nuovi punti di vista e che ci ha permesso di discutere e confrontarci con menti cinefile e brillanti come poche in circolazione.

Cinque anni dopo CINEROOM, però, non esiste più formalmente. E quindi ricordiamo CINEROOM, che continuerà a vivere sotto la forma di CINERHUM, esattamente come è nato il suo successore: con un brindisi! Ma un brindisi che è sempre in onore di tutti voi lettori che da anni ci spingete a continuare a gettare su schermo le nostre recensioni.

AUGURI CINEROOM/CINERHUM!

Para & Chimy

 

 

Dai supereroi Marvel all’attivista Bobby Sands, nelle sale arriva un weekend per veri duri

Articolo già pubblicato su IlSole24Ore

 

Il conto alla rovescia, per amanti dei fumetti e non solo, è finalmente terminato: diversi anni dopo l’annuncio del progetto, seguito da parecchi spezzoni anticipatori tra i titoli di coda dei precedenti film Marvel, nelle sale di tutto il mondo esordisce questa settimana «The Avengers», uno dei titoli più attesi del 2012 cinematografico. Diretto da Joss Whedon, «The Avengers» si prepara a dominare i botteghini proponendo, come ampiamente annunciato, in unico film i principali protagonisti dell’universo Marvel Comics: da Thor a Hulk, passando per Capitan America e Iron Man. Sotto la guida di Nick Fury, a capo della squadra dei Vendicatori, i supereroi si uniranno per contrastare il temibile Loki, fratello adottivo di Thor, deciso a conquistare la Terra alla testa di un’armata molto agguerrita. Grazie a un uso massiccio di effetti speciali di ultima generazione, «The Avengers» risulta uno dei film più spettacolari visti negli ultimi anni, ma questo non basta a nascondere i troppi punti deboli di un soggetto superficiale e costantemente confusionario. Il regista Joss Whedon, ex sceneggiatore di fumetti, non riesce a dare alla sua opera seconda (la prima era «Serenity» del 2005) un ritmo accettabile negli eccessivi 140 minuti di durata, ma ha quantomeno il merito di aver bilanciato con grande precisione lo spazio concesso a ogni singolo supereroe.

 

Film di genere completamente diverso è «The Rum Diary», l’ultima fatica dell’inglese Bruce Robinson con protagonista Johnny Depp. L’attore interpreta Paul Kemp, giornalista e scrittore in crisi che, appena giunto a Porto Rico nell’estate del 1960, trova lavoro come compilatore di oroscopi all’interno di una testata locale. Risucchiato in un vortice di alcool ed eccessi di ogni tipo, Kemp rimarrà invischiato in uno sporco affare immobiliare relativo alla costruzione di una serie di alberghi di lusso su un’isola incontaminata. Ispirato a un romanzo di Hunter S. Thompson, lo stesso autore da cui è stato tratto «Paura e delirio a Las Vegas» nel 1998, «The Rum Diary» è un film che, pur non prendendosi troppo sul serio, mostra evidenti difetti sui quali è davvero difficile soprassedere. Seppur la prima parte riesca a risultare divertente, grazie ad alcuni siparietti al limite del surreale, man mano che passano i minuti viene a galla la debolezza di una sceneggiatura sbrigativa e incapace di coinvolgere il pubblico come avrebbe voluto. Depp, qui anche nei panni di produttore, s’impegna molto, ma Bruce Robinson, tornato dietro la macchina da presa a quasi vent’anni di distanza da «Gli occhi del delitto», non riesce a sfruttarne a pieno il talento a causa di una messa in scena piatta e priva di mordente.

 

Regista che sa il fatto suo è invece Steve McQueen, il cui esordio «Hunger» arriva nelle nostre sale a quasi quattro anni di distanza dalla presentazione al Festival di Cannes del 2008. Cavalcando l’onda del successo di «Shame», l’opera seconda di McQueen uscita al cinema nei mesi scorsi, la casa distributrice Bim ha scelto di puntare su questa pellicola incentrata sulla prigionia di Bobby Sands, l’attivista nordirlandese che, nel 1981, perse la vita a seguito di uno sciopero della fame condotto a oltranza come forma di protesta contro il governo del Regno Unito. Intenso e angosciante, «Hunger» riesce a mostrare pienamente il grande talento di un regista in grado, come pochi altri nell’industria contemporanea, di alternare perfettamente momenti di estrema violenza ad altri di calma apparente. Punto d’incontro tra Robert Bresson e Mel Gibson, McQueen realizza un cinema fisico e penetrante, esaltato dalla straordinaria performance di Michael Fassbender, qui alla prima prova importante della sua carriera.

 

In conclusione, tra le nuove uscite c’è da segnalare «Il castello nel cielo», piccolo gioiello animato diretto da Hayao Miyazaki nel 1986, proposto all’interno di un ciclo di film del grande regista giapponese che negli ultimi anni, grazie alla Lucky Red distribuzione, stanno trovando finalmente spazio anche sul grande schermo.

 

Chimy

Voto The Avengers: 2/4

Voto The Rum Diary: 2/4

Voto Hunger: 3/4

Nelle sale Gianni Amelio commuove con «Il primo uomo», mentre Woody Allen continua a deludere

Articolo già pubblicato su IlSole24Ore

 

Il cinema italiano sembra aver (finalmente) rialzato la testa: dopo gli ottimi livelli qualitativi raggiunti da «Romanzo di una strage» di Marco Tullio Giordana e «Diaz» di Daniele Vicari usciti nelle scorse settimane, anche questo venerdì è attesa nelle sale una pellicola di pregevolissima fattura diretta da uno degli autori di punta della nostra cinematografia. Si tratta de «Il primo uomo», ultima fatica di Gianni Amelio, presentata lo scorso settembre al Festival di Toronto dove ha ottenuto il Premio della critica internazionale. Tratto dall’omonimo romanzo, autobiografico e incompiuto, di Albert Camus, «Il primo uomo» ha per protagonista Jean Cormery, scrittore di successo che, verso la fine degli anni ’50, torna nella sua patria d’origine, l’Algeria, dopo aver vissuto per lungo tempo in Francia. Tra le pieghe di un paese devastato da attentati e pervaso dal desiderio di liberazione, Cormery cercherà di ripercorrere le vicende di un’infanzia dolorosa, segnata dalla povertà e dalla morte del padre durante la prima guerra mondiale.

Girato in lingua francese e figlio di una coproduzione tra vari paesi, «Il primo uomo» è una toccante riflessione sulla necessità di ricercare nel proprio passato i germi di ciò che siamo diventati nel presente. Perfettamente alternata tra i due piani temporali, la vicenda umana del protagonista (interpretato da un eccellente Jacques Gamblin) riesce a coinvolgere ed emozionare lo spettatore senza mai scadere nella retorica. Grazie a una regia sinuosa e sempre attenta ai dettagli, Amelio si conferma, a cinque anni di distanza da «La stella che non c’è», uno dei migliori autori europei in grado di coniugare un’estetica impeccabile a un forte impegno civile. Tra i tanti momenti da ricordare, un lungo piano-sequenza in cui il piccolo protagonista cammina verso il mare e un delicato omaggio a «Bonjour Tristesse», pellicola di Otto Preminger del 1958 con protagonista Jean Seberg.

 

Regista che invece delude, ormai senza possibilità d’appello, è Woody Allen, il cui ultimo lavoro «To Rome With Love» rappresenta uno dei punti più bassi della sua quarantennale carriera. Dopo aver ambientato alcune delle sue ultime pellicole a Londra, Barcellona e Parigi, Allen sceglie la capitale italiana come sfondo a un film corale dove un gruppo di personaggi incrocia i propri destini, all’interno di un copione ispirato (molto liberamente) al «Decamerone» di Boccaccio. Se già negli ultimi anni si è spesso parlato di un inesorabile declino del regista di «Manhattan», «To Rome With Love» conferma pienamente questa tesi, ponendosi tra i fanalini di coda del cinema americano “d’autore” del nuovo millennio. Registicamente piatta e inconsistente, la pellicola si trascina senza guizzi per tutta la sua durata, priva di qualsiasi idea cinematograficamente adeguata o di un appiglio narrativo a cui aggrapparsi. Mentre per «Midnight in Paris» alcuni hanno parlato di un “cinepanettone per intellettuali”, in questo caso anche una tale definizione appare troppo positiva rispetto al reale valore della pellicola.

 

Lavoro altrettanto insoddisfacente è «Una spia non basta», action comedy diretta da McG con protagonisti Chris Pine e Tom Hardy. I due attori interpretano due agenti della CIA, affermate spie professioniste e amici per la pelle fin dall’infanzia. Il loro legame, lavorativo e affettivo, rischierà però di spezzarsi quando scoprono di essersi innamorati della stessa ragazza, Lauren interpretata da Reese Witherspoon. Commedia superficiale e poco divertente, «Una spia non basta» cerca, senza riuscirci, di coprire le falle di una sceneggiatura spesso scontata con effetti speciali continui e battute ammiccanti. Se Reese Witherspoon conferma tutti i suoi limiti, recitativi e non, sorprende che il solitamente oculato Tom Hardy abbia scelto di lavorare in un progetto così grossolano. Più a suo agio nei ruoli drammatici, riuscirà presto a riscattarsi (siamo pronti a scommetterlo) con il ruolo di Bane, storico nemico di Batman, nell’attesissimo «Il cavaliere oscuro-Il ritorno» di Christopher Nolan, in uscita a fine agosto nelle sale italiane.

 

Chimy

Voto Il primo uomo: 3/4

Voto To Rome With Love: 1,5/4

Voto Una spia non basta: 1,5/4

Hype di aprile 2012: vorresti essere pirata o supereroe?

Hype del Para:

 

 

Hype di Chimy:

Marco Tullio Giordana porta sul grande schermo la strage di Piazza Fontana, tra ricerca della verità e forte partecipazione emotiva

Articolo già pubblicato su IlSole24Ore

 

Il 12 dicembre 1969 dovrebbe essere una data impossibile da dimenticare. Eppure, a poco più di quarant’anni dall’attentato di Piazza Fontana, in cui persero la vita diciassette persone e da cui scaturì una sequela di fatti e morti oscure, la memoria appare confusa, annebbiata, soprattutto per le giovani generazioni. Per questo motivo, ma non solo, Marco Tullio Giordana, autore tra i più impegnati della nostra cinematografia attuale, ha deciso di realizzare «Romanzo di una strage», la pellicola più attesa tra le nuove uscite del weekend, incentrata sulle presunte verità nascoste dietro a quel tragico evento. Insieme agli esperti Sandro Petraglia e Stefano Rulli, Giordana costruisce un’ottima sceneggiatura, scandita da una coerente divisione in capitoli, in cui si alternano personaggi e situazioni legate da un unico filo conduttore.

Dopo il passo falso di «Sangue pazzo», Giordana, con la sua tipica messa in scena semplice ma efficace, è riuscito a tornare ai fasti de «I cento passi» coinvolgendo emotivamente il pubblico senza ricorrere a bassi mezzi retorici. Alcuni gli criticheranno di non aver preso una posizione decisa su alcuni episodi, la morte di Pinelli in primis, ma a volte un rumore fuori campo può (di)mostrare più di qualsiasi immagine.

Nonostante alcuni momenti in cui il ritmo tende a calare, «Romanzo di una strage», grazie anche a un cast in buona forma, risulta un film importante, in grado di scuotere e far riflettere sulla storia del nostro paese di ieri e di oggi. Al di là delle facili polemiche che farà immancabilmente scaturire.

 

Tra le nuove uscite c’è anche da segnalare «I colori della passione», progetto curioso e altrettanto coraggioso diretto dal polacco Lech Majewski. Artista a tutto tondo, Majewski ci propone in questo caso un viaggio all’interno de «La salita al calvario», quadro dipinto da Peter Bruegel il vecchio nel 1564, in cui la Passione di Cristo è ambientata nelle fiandre del XVI secolo, oppresse dall’occupazione spagnola. Pellicola più contemplativa che narrativa, «I colori della passione» è un’operazione affascinante e meticolosa, in cui ogni singolo fotogramma ricorda, per posizione dei personaggi e scelte di luce, le tele dei maestri fiamminghi. Seppur mai fine a se stesso, il gioco del regista rischia di risultare col passare dei minuti troppo ostico anche per gli spettatori più volenterosi, considerando inoltre la quasi totale assenza di comunicazione verbale tra i tanti personaggi in scena: Bruegel, interpretato da un inusuale Rutger Hauer, li guida e li controlla, ma i dialoghi sono totalmente ridotti all’osso.

 

Lavoro molto meno suggestivo e particolare, è invece quello di Anne Fontaine, autrice de «Il mio migliore incubo!» con protagonista Isabelle Huppert. L’attrice francese interpreta Agathe, direttrice snob e sarcastica di una fondazione d’arte contemporanea, residente con il marito editore François e il figlio Adrien in un appartamento di 200 metri quadrati nel centro di Parigi. La sua vita cambierà dopo l’incontro con Patrick, zoticone padre di un amico di Adrien, che vive nel retro di un furgone e sperpera nell’alcol i pochi soldi che riesce a guadagnare. Classica vicenda di mondi opposti che iniziano pian piano ad attrarsi, «Il mio migliore incubo!» è l’ultimo esempio di un filone di commedie transalpine su argomenti simili, basti pensare a «Giù al nord» di Dany Boon o a «Quasi amici» della coppia Nakache-Toledano, in grado di ottenere anche da noi ottimi risultati ai botteghini. In questo caso però la trama risulta piatta e scontata, priva di quell’audace ironia che aveva fatto la fortuna dei titoli menzionati sopra. Certamente non valorizzata da una regia scolastica, Isabelle Huppert è decisamente sotto i suoi livelli abituali, ma ci auguriamo di ritrovarla al meglio in «Amour», la nuova fatica di Michael Haneke prevista tra i titoli più attesi del prossimo Festival di Cannes.

 

Chimy

Voto Romanzo di una strage: 3/4

Voto I colori della passione: 2,5/4

Voto Il mio migliore incubo!: 1,5/4

Nelle sale torna Edgar Allan Poe, ma gli unici sussulti li regalano 17 ragazze francesi

Articolo già pubblicato su IlSole24Ore

 

Edgar Allan Poe e il cinema: un connubio ormai ultracentenario. Era il 1909 quando Edgar Allan Poe divenne per la prima volta un personaggio da grande schermo: a interpretarlo fu Herbert Yost in un breve cortometraggio diretto dal maestro del cinema delle origini David Wark Griffith. Da quel momento il poeta e scrittore americano, nato a Boston nel 1809 e scomparso a Baltimora solo quarant’anni più tardi, è stato omaggiato con diverse trasposizioni cinematografiche delle sue opere letterarie (si ricordi lo straordinario ciclo diretto da Roger Corman negli anni ’60) e con diverse pellicole in cui la sua figura appare come protagonista.
Tra queste, la più recente è «The Raven» di James McTeigue, che arriva nelle sale italiane in questo penultimo weekend di marzo.
Interpretato da John Cusack, Poe viene chiamato, all’interno di un soggetto di pura fantasia, a indagare su un serial killer che uccide le sue vittime ispirandosi direttamente agli omicidi presenti nei suoi racconti.
Nonostante le intenzioni suggestive, la frettolosa e poco studiata sceneggiatura spinge il film verso un finale pacchiano che fa risultare «The Raven» un titolo più grossolano che affascinante, complice anche un John Cusack totalmente fuori parte.

Indeciso su quale tipo di stile adottare, McTeigue sembra aver già perso, alla sua terza opera, la verve creativa che aveva dimostrato nel bell’esordio «V per vendetta»: deciso a realizzare un prodotto a metà tra i thriller degli anni ’90, alla «Seven» di David Fincher, e le reinterpretazioni postmoderne di «Sherlock Holmes» di Guy Ritchie, ha sprecato un soggetto meritevole di maggior fortuna. Tutt’altro risultato avrebbe raggiunto se il suo lavoro si fosse ispirato, più che a pellicole recenti, all’eleganza formale di un titolo come «Oscar insanguinato» del 1973 di Douglas Hickox, dove un eccellente Vincent Price interpretava un attore teatrale che uccideva i suoi detrattori inscenando per ognuno i finali delle più famose tragedie shakespeariane.
Pellicola ben più profonda e persino più angosciante è «17 ragazze», opera prima delle sorelle francesi Delphine e Muriel Coulin, vincitrice del Premio speciale della Giuria allo scorso Torino Film Festival.
Ispirato a un fatto di cronaca avvenuto in Massachusetts nel 2008, il film, ambientato in un piccolo centro della Bretagna, ha per protagonista la liceale Camille che, rimasta incinta per errore, invita sedici coetanee a seguire il suo esempio al fine di creare una sorta di comunità rivoluzionaria, composta da madri adolescenti e basata sulla solidarietà reciproca. Girato con grande rigore formale e altrettanta (a tratti eccessiva) partecipazione emotiva, «17 ragazze» è un intenso grido di ribellione, quasi commovente nel suo ingenuo idealismo, in grado di generare interrogativi e riflessioni tutt’altro che banali: le registe ci lasciano infatti, saggiamente, nel dubbio se l’utopia di Camille nasconda semplicemente il desiderio di non sentirsi sola ad affrontare la gravidanza, o se il suo disagio esistenziale e generazionale sia ancor più profondo.
Seppur in netto calo verso la conclusione, «17 ragazze» è l’unico film davvero da consigliare di questo non troppo ricco weekend.

Da segnalare, infine, tra le nuove uscite anche «Cosa piove dal cielo?» dell’argentino Sebastián Borensztein.
Protagonista è Roberto, introverso proprietario di una ferramenta di Buenos Aires, incapace di stringere legami significativi con altri esseri umani da più di vent’anni. La sua vita cambierà dopo l’incontro con il cinese Jun, appena arrivato in Argentina senza conoscere una parola di spagnolo: incapace di abbandonarlo a se stesso, Roberto lo accoglierà in casa sua. Prevedibile nella trama e privo di qualsiasi mordente cinematografico, «Cosa piove dal cielo?» è un’opera forzatamente grottesca, che vuole catturare favori a tutti i costi alternando grossolanamente dramma e commedia, presunto impegno sociale e trovate surreali, fino ad arrivare a una conclusione melensa e ricattatoria.
Vincitore dell’ultimo Festival di Roma, «Cosa piove dal cielo?» è l’emblema di una manifestazione che, almeno per quanto riguarda i titoli in concorso, c’è da augurarsi riesca a raggiungere sotto la nuova guida di Marco Müller un livello ben superiore rispetto a quello mostrato nelle ultime edizioni.

 

Chimy

Voto The Raven: 2/4

Voto 17 ragazze: 2,5/4

Voto Cosa piove dal cielo?: 1,5/4

Dalla toccante Deannie Yip alla glamour Charlize Theron, nelle sale un weekend tutto al femminile

Articolo già pubblicato su IlSole24Ore

 

Nella settimana in cui ricorre la festa della donna, la distribuzione italiana non si fa sfuggire l’occasione di proporre nelle sale diversi film con protagoniste femminili: tra questi svetta «A Simple Life», dramma hongkonghese diretto dalla regista Ann Hui, presentato in concorso alla scorsa Mostra di Venezia. Ispirato alla vita del produttore e sceneggiatore della pellicola Yan-lam Lee, «A Simple Life» racconta il rapporto tra l’anziana domestica Ah Tao e il suo ultimo “padrone” Roger, che ha cresciuto sin da quando era bambino. Quando la donna, a causa di un infarto, si troverà costretta ad andare in una casa di riposo, Roger dimostrerà verso di lei un attaccamento straordinario pari a quello che ha un figlio per la propria madre.

Toni nostalgici accompagnano questa pellicola che, pur raccontando il lento spegnersi di una vita come tante, non risulta mai banale o ricattatoria: insieme alla protagonista è come se si affievolisse la memoria delle vecchie generazioni e, insieme a essa, un modo di vivere e di relazionarsi che non pare appartenere più alla cultura di Hong Kong.

La regia di Ann Hui, tra i pochi cineasti della new wave asiatica degli anni ’80 che lavora ancora con frequenza, è delicata e mai appariscente, proprio come il rapporto, complice ma silenzioso, che si è instaurato tra i due personaggi nel corso degli anni. Grazie anche alle toccanti interpretazioni di Deannie Yip, premiata con la Coppa Volpi come migliore attrice a Venezia, e di Andy Lau, attore di culto del cinema d’azione dell’estremo oriente, «A Simple Life» risulta una delle opere più sinceramente commoventi e “umane”, nel senso più pieno del termine, viste negli ultimi tempi sul grande schermo.

Decisamente meno melodrammatico, ma altrettanto significativo, è «Young Adult» di Jason Reitman con Charlize Theron. L’attrice interpreta Mavis Gray, ghost writer di una collana di libri per ragazzi, incapace di sviluppare relazioni mature e con gravi problemi di alcolismo. Quando le arriva, via posta elettronica, l’invito per il battesimo del figlio del suo ex fidanzato del liceo, decide di dare un nuovo scopo alla sua vita: riprendersi quell’uomo che l’aveva conosciuta nel fiore degli  anni.

Dopo il fortunato «Juno», Jason Reitman torna, in collaborazione con la sceneggiatrice Diablo Cody, a ritrarre personaggi femminili incapaci di prendersi le proprie responsabilità: se nel film del 2007 si raccontava di un’adolescente alle prese con la gravidanza, in questo caso la protagonista è un’adulta mai realmente cresciuta.

In perfetto equilibro tra dramma e commedia, «Young Adult» riesce a mettere in scena, con estrema semplicità e  altrettanto spessore, il terrore che può cogliere l’individuo quando la vita non somiglia al romanzo che ha sempre sognato e l’happy end pare non arrivare mai. Charlize Theron, in ottima forma, ha un solo limite: tanto glamour da non riuscire a imbruttirsi per interpretare al meglio il suo personaggio nelle sequenze che l’avrebbero richiesto.

Tra le nuove uscite di questo ricco weekend vi è anche un titolo da segnalare negativamente: si tratta di «The Double», thriller di spionaggio, tutto al maschile, con protagonisti Richard Gere e Topher Grace.

Diretto dall’esordiente Michael Brandt, fino a oggi sceneggiatore di pellicole di buon successo, «The Double» è la classica storia di un ex agente della Cia in pensione, Paul Shepherdson, richiamato in servizio a seguito di un omicidio in apparenza irrisolvibile: il crimine rimanda infatti al modus operandi di Cassio, un killer sovietico che lo stesso Shepherdson aveva dichiarato di aver ucciso qualche tempo prima.

Canonico nel soggetto e scolastico nella resa, «The Double» è l’ennesimo action movie a stelle e strisce di cui non si sentiva il bisogno: Richard Gere, inutilmente in cerca di riscatto dopo diversi flop recenti, cerca di barcamenarsi faticosamente tra scontati colpi di scena e spiegazioni petulanti. Inoltre non si può che definire curiosa e grossolana la scelta di svelare al pubblico l’identità dell’assassino nella primissima parte del film: una soluzione narrativa che si sarebbe potuto permettere un certo Alfred Hitchcock, non certamente l’inesperto Michael Brandt.

 

Chimy

Voto A Simple Life: 3/4

Voto Young Adult: 3/4

Voto The Double: 1,5/4

Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.